Jobs Act: meno soldi per (quasi) tutti

downloadVotereste mai un candidato sulla base di un tale programma? No, o forse solo con la garanzia di far parte dei pochi fortunati non toccati da tale misura. Dipende da voi. In ogni caso, sentireste puzza di bruciato, e probabilmente diffidereste. Ebbene, il governo dei giovani figli di papà capitanato da Renzi applica concretamente tale programma ogni giorno. Tuttavia non potendolo chiamare col proprio nome, un’agenzia di comunicazione alla moda ha inventato il fighissimo e inglesissimo Jobs Act.

Abbiamo analizzato in un precedente articolo l’impatto potenziale dei nuovi contratti introdotti dal Jobs Act in termini di diritti e stabilità sul posto di lavoro. Eravamo giunti alla conclusione che il processo legislativo in corso – l’unico atto concreto messo in cantiere insieme alla legge elettorale – ha come scopo di permettere sul medio-lungo termine alle aziende di licenziare il personale assunto coi vecchi contratti per riassumere, in tutto o in parte, il personale, alle stesse mansioni, con le nuove tipologie contrattuali. Esse non prevedono tutele, costano meno, e implicano la licenziabilità facile.

Con questo articolo iniziamo a gettare uno sguardo all’impatto economico del Jobs Act e alle sue connessioni con le leggi sul lavoro in vigore in Europa.

Fare come in Germania

Non c’è niente di fantascientifico nella pratica del « licenziare per riassumere a basso costo ». Ad esempio, con le delocalizzazioni nei paesi dell’Est negli anni ’90 l’abbiamo vista applicata nella sua versione primaria e brutale: chiudere le industrie in patria per andare a sfruttare i lavoratori all’estero.

La versione « casalinga » 2.0, invece, fa ormai scuola, da quando la Germania introdusse le famigerate leggi Hartz IV nel marzo 2003. Peter Hartz, allora capo del personale alla Volkswagen, fu incaricato dal cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder di redigere le nuove leggi sul mercato del lavoro. Fedele alla linea padronale, il governo socialdemocratico approvò leggi che abbassarono drasticamente il costo del lavoro per le aziende in patria, tramite da una parte la fornitura di contratti precari non tutelati, principalmente nei servizi e nella piccola-media industria, dall’altra bloccando le retribuzioni nell’industria pesante.

Risultato: in seguito alle riforme 8 milioni di lavoratori tedeschi guadagnano oggi tra i 300 e gli 850 euro al mese. Essi sono chiamati nelle statistiche ufficiali: lavoratori poveri. Per gli operai della grande industria il saldo dell’operazione è stato invece il blocco decennale degli stipendi, mentre i profitti aziendali esplodevano. Data la povertà relativa dei lavoratori tedeschi, le importazioni languono e le famiglie non fanno più figli.

I profitti dell’operazione sono stati intascati per intero dagli azionisti delle grandi società, permettendo ai grandi gruppi tedeschi di dominare il mercato europeo. Essa fu la prima grande nazione ricca a sottrarre soldi ai propri lavoratori per consolidare i profitti delle proprie imprese su scala scientifica, nazionale. Come risultato, i Paesi europei che ancora distribuivano più o meno correttemente potere d’acquisto, videro merce di qualità prodotta a basso costo affluire dalla Germania. Le quote di mercato della loro industria furono erose in maniera implacabile sotto la pressione del Made in Germany low cost. In conseguenza, il capitalista francese, italiano, belga, spagnolo fu obbligato a inseguire il capitalista tedesco, per non fallire. Al grido di : «fateci utilizzare la nostra manodopera come fanno i tedeschi, e salveremo la nostra industria».

Il risultato concreto di questa strategia di manovalanza a costo zero nel cuore della ricca Europa è l’eccedente commerciale tedesco che destabilizza il mondo, e permette alle borghesie nordiche di ricomprarsi l’intero apparato industriale del Sud Europa con la collaborazione degli azionisti nostrani. Concretamente, è sullo sfruttamento della manodopera tedesca che si basa la de-industrializzazione della periferia dell’Europa.

Nella guerra commerciale in corso tra capitalisti europei, i tedeschi, gli olandesi e gli scandinavi sono in assoluto vantaggio sui loro competitors latini, ma i lavoratori sono tutti, dall’Italia alla Finlandia, dalla stessa parte: sacrificati in prima linea.

Il quadro italiano

Secondo le ultime rilevazioni Istat, il numero degli occupati italiani è di circa 22 milioni e 500mila. Fra questi, i dipendenti a tempo pieno e con contratto indeterminato sono 12 milioni, gli occupati a tempo determinato sono 2 milioni e 420mila, mentre la galassia di tutte le altre forme contrattuali (co.co.co., partita iva, co.pro., apprendisti, vaucher eccetera) regola i rapporti dei restanti 5 milioni e 450 mila lavoratori.

D’altra parte, i disoccupati superano i 3 milioni, ma il dato che fa più impressione è quello degli inattivi in età lavorativa (coloro che il lavoro non possono o hanno smesso di cercarlo) che hanno raggiunto i 14 milioni e 300mila. Più di 14 milioni di persone che letteralmente non sanno cosa fare, dato che non possono essere assorbiti dalle forze produttive, pur enormi, dei ricchi paesi industrializzati del primo mondo.

Se poi guardiamo alle retribuzioni, oggi i « fortunati » ancora con un contratto a tempo indeterminato nell’industria e i servizi ricevono un salario medio che rasenta di 1200/1300 euro netti al mese. Consideriamo d’altra parte che ci sono 7 milioni di lavoratori il cui stipendio resta stabile sotto 1000 euro, e che in particolare gli operai hanno visto perdere 8mila euro di potere d’acquisto mentre professionisti e imprenditori hanno approfittato di un aumento di 4000. Inoltre, le tasse aumentano sui salari, mentre scendono sui redditi da capitale, i profitti d’impresa e i patrimoni dei ricchi: se ad esempio si fosse mantenuta la tassazione in vigore negli anni ’80 oggi il salario medio sarebbe di 300 euro più alto.

Un enorme trasferimento di ricchezza dalle tasche dei lavoratori a quelle delle classi superiori è in corso. In Italia i lavoratori poveri sono già una realtà che il Jobs Act contribuirà ad amplificare e consolidare.

Tuttavia, con un abile capovolgimento della realtà, governi e imprese usano questi dati come pretesto per attuare riforme in linea con le precedenti leggi – Treu, Biagi, Hartz, etc, – che hanno contribuito, accanto ai fattori strutturali della nostra economia in panne, a creare tale deserto lavorativo. Se il legislatore continua dunque a seguire e applicare questa linea, non è perché egli sia cieco o inetto, ma perchè la linea è effettivamente vincente per le imprese.

Col pretesto di combattere la disoccupazione si crea in realtà occupazione sottopagata, che alla prima crisi scompare lasciando a piedi milioni di persone, permettendo allo stesso tempo alle aziende di galleggiare espellendo facilmente manodopera al fine di rimpinguare i profitti per riorganizzarsi. In questo schema, lo Stato si incarica dei sussidi di disoccupazione, compensando con la fiscalià generale, a carico per lo più dei lavoratori, gli stipendi che le aziende non vogliono versare per preservare i dividendi.

Una politica di successo dunque, al servizio dei grandi gruppi per il dominio e la spartizione del mercato europeo e mondiale, a discapito dei lavoratori. Tutte le statistiche sono concordi infatti nel registrare la prosperità odierna dei grandi gruppi: i cui profitti non sono mai stati cosi elevati, da quando possono disporre di risorse umane a basso costo e precarie. Non ci sono mai stati tempi così floridi per le grandi aziende quotate in Borsa, quanto gli attuali anni di sedicente crisi. E di fatto la crisi non esiste, se non per l’operaio, il precario, il disoccupato, l’impiegato, il piccolo artigiano o imprenditore sotto pressione, pronto ad accettare di tutto pur di sovvenire ai propri bisogni materiali.

La contraddizione è evidente: il lavoratore è considerato come la zavorra della redditività (e lo Stato è chiamato a farsene carico quando il lavoratore è di troppo per l’azienda). La redditività deriva però sempre in ultima istanza dalla produzione, cioè dal lavoro, i cui profitti sono accaparrati dai privati che detengono i mezzi di produzione. I quali, non potendo fare a meno del lavoro umano, nonostante l’automazione e i robot, devono necessariamente neutralizzarlo, cioè renderlo merce a basso prezzo, flessibile quanto esente da rivendicazioni sociali.

Caccia grossa

Ribadiamo, senza paura di essere smentiti: l’obiettivo finale per le aziende è di uniformizzare al ribasso gli stipendi senza avere obblighi sul lungo termine, smettere di versare per quanto possibile tredicesime, contributi, ferie pagate, smantellare la contrattazione collettiva, ed estendere tale trattamento alla più ampia platea possible. Con le precedenti leggi hanno sistemato i precari, part-time e autonomi; dei disoccupati e inoccupati se ne incaricherà d’ora in poi lo Stato, con un po’ di elemosina assistenziale; il bersaglio grosso, grazie ai contratti a tutele crescenti, sono oggi tutti i lavoratori a tempo indeterminato, presenti e futuri.

12 milioni di bersagli.

Ovviamente per attuare una riconversione di tale portata occorreranno anni di governi stabili – e per questo stanno votando l’Italicum in tutta fretta e a tutta forza – e occorrerà altresì smantellare o corrompere in maniera definitiva i sindacati.

Gli educati commentatori istituzionali chiamano questo processo « riforme strutturali » di « moderazione salariale ». Moderatamente ed educatamente, noi lo chiamiamo sfruttamento salariato.


Fonti:

http://www.istat.it/it/

http://memmt.info/site/i-salari-reali-italiani-un-ventennio-perduto-parte-1/

http://www.iltuosalario.it/main/stipendio/stipendi-medi-per-settore

http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/13/cgil-salario-medio-1-327-euro-ma-sette-milioni-di-italiani-sotto-i-mille-euro-al-mese/1119792/

https://it.finance.yahoo.com/notizie/crollano-consumi-delle-famiglie-sono-tornati-indietro-di-152600360–finance.html

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