Il partito operaio oggi


PTB2-cd5b2Il feticcio del nuovo ammorba ideologicamente il dibattito pubblico odierno, e fa danni: in particolare a sinistra. Una pressante richiesta di « innovazione culturale » è infatti avanzata a gran voce dai riformisti dei salotti buoni nei confronti della vecchia sinistra – leggasi comunista – la quale dovrebbe secondo loro cospargersi il capo di cenere, pentirsi per le proprie colpe passate e seguire docilmente la retta via. Tale retta via consiste, beninteso, nel rigettare la storia, i principi, l’organizzazione, finanche la ragione d’essere dei partiti operai: promuovere e difendere gli interessi dei lavoratori. In definitiva, la sinistra rinnovata dovrebbe accettare in maniera subalterna il paradigma ideologico della destra.

Assicurando fedeltà al Capitale, i politici di sinistra vedono sempre più spesso aprirsi le porte del successo e dell’arricchimento personale. Renzi ad esempio in questo è bravissimo, è quindi logico che sia il cocco di mamma del padronato e dei media borghesi. L’opportunismo fa gola, funziona, vince. A tal punto che anche la versione conciliante e social-democratica delle rivendicazioni operaie è bollata ormai in Italia come estremistica. Figurarsi le parole d’ordine che storicamente stanno più a cuore ai lavoratori: la Rivoluzione proletaria e il Socialismo. Esse passano semplicemente per una bestemmia, quando non generano motti di incredulità e sdegno benpensante.

Seguire la nostra strada

Con questo non vogliamo affermare che non vi sia bisogno di rinnovamento. È indubbio infatti che un’attualizzazione del pensiero e della pratica comunista s’impone oggi alla luce delle mutate condizioni storiche. Nell’affrontare questo compito, un partito operaio non può non interrogarsi, innanzi tutto, sull’esistenza o meno, al giorno d’oggi, dello stesso tipo di proletariato conosciuto in Occidente fino agli anni 70/80; e convenire sul fatto che esso è cambiato, e dove essere compreso da un punto di vista più ampio e meno schematico. Ciò a causa della complessità della stratificazione sociale e dell’atomizzazione sociale operata dal liberismo, inteso da noi come uno stadio economico particolarmente avanzato del Capitalismo, sviluppatosi in reazione alla versione socialdemocratica del Capitalismo « di sinistra » impostasi in Occidente in seguito alla Seconda Guerra mondiale.

La disgregazione e dispersione dei lavoratori è una delle caratteristiche principali di quest’epoca. Si tratta di un fenomeno causato dall’atomizzazione dei processi di produzione che genera la frammentazione del lavoro salariato in mille coni d’ombra sparpagliati nel tessuto dell’economia di mercato. Se infatti la prima industrializzazione centralizzava i lavoratori nelle fabbriche per lungo tempo, dando loro modo di formarsi come forza omogenea antagonista, la finanziarizzazione liberista – segmentando ed esternalizzando le linee produttive e i servizi connessi – ha sparpagliato e delocalizzato la forza lavoro. Con ciò, sembra aver definitivamente spento le velleità rivoluzionarie di tutti gli oppressi del capitalismo nelle società occidentali, tagliandogli l’erba sotto i piedi.

Ovviamente non è così, tuttavia è indubbio che il Capitale oggi abbia una marcia in più rispetto al Lavoro. Anche perché esso ha sempre meno bisogno di manodopera “locale” per finalizzare i cicli produttivi, e questo principalmente per due ragioni: la prima concerne l’automazione indotta dalla rivoluzione tecnologica e informatica che ha fatto esplodere la produttività; la seconda, riguarda la possibilità di andare a cercarsi gli operai al più basso prezzo nei paesi del Secondo/Terzo Mondo.

La globalizzazione, in queste condizioni, non è altro che la messa in concorrenza generalizzata dei lavoratori di tutto il mondo, tendente al ribasso. Sottraendo definitivamente all’industria la sua base nazionale, il Capitale schiera infatti gli uni contro gli altri i lavoratori i quali, benché di nazionalità diversa, sono spesso inclusi nel medesimo processo produttivo da un conglomerato multinazionale (come ad esempio può essere la FIAT). Al contempo però il Capitale federa gli azionisti di una stessa società, spesso di nazionalità differenti, intorno a un interesse condiviso: l’interesse di classe.

Questo interesse di classe deriva da una chiara coscienza di classe, ed è difeso con le unghie e coi denti dalla borghesia, mentre la classe operaia è invitata a non pensare e fidarsi dei partiti borghesi per risolvere i propri problemi. Questa menzogna profondissima, questo paternalismo riformista supportato dalle “sinistre” parlamentari, porta alla rovina prima, e all’accettazione della rovina come una fatalità poi. La lotta di classe, data per morta dalla stampa borghese come un relitto della storia, è praticata ogni giorno, al più alto livello, dalle classi possidenti contro le classi lavoratrici, attraverso le sue organizzazioni nazionali e sovra-nazionali: l’UE, la BCE, il FMI in particolare. 

A cosa è dovuta la perdita della coscienza di classe da parte dei lavoratori?

Indubbiamente, nel corso del processo economico sviluppatosi dal dopoguerra ai giorni nostri, il Capitalismo ha cambiato forma, si è perfezionato e ha generato innovazioni finanziarie che lo rendono più forte, in quanto più complesso da smantellare, mentre la classe operaia, il proletariato lavoratore, si è frammentato e indebolito. Questo perché da una parte sono stati liquidati (o si sono auto-liquidati) i partiti comunisti; dall’altra, le condizioni economiche hanno generato lo strapotere della ricchezza privata, concentrata in poche mani, sulla vita sociale tutta intera.

Sicuramente, la disoccupazione di massa o l’occupazione precaria, che sono una necessità per le aziende, hanno generato una riconfigurazione deleteria per i lavoratori, rendendo infinitamente più difficile la formazione di una coscienza di classe e di un’appartenenza sociale e di categoria. Il lavoratore è abbandonato a sé stesso, agli uffici per l’impiego, alle agenzie interinali, all’assistenzialismo pubblico, al mecenatismo privato, alle associazioni caritative, ai lavoretti occasionali. Alle nuove generazioni viene di fatto impedito di identificarsi in qualsivoglia classe sociale o categoria professionale, per il semplice fatto della disoccupazione di massa, dell’espatrio e dell’abuso, tra i pochi « fortunati », della precarietà e della flessibilità.

Ciò porta ad accettare i lavori più disparati ed eterogenei, senza logica se non quella del sostentamento immediato invece della realizzazione personale, senza la possibilità di crearsi una identità sociale che esuli dal consumo individuale e di uno status che sia definito altrimenti che dall’accesso a differenti livelli di consumo. Si ruba il futuro insomma, per preservare il passato; le ricchezze costituite in passato divorano le opportunità per chi entra oggi nel mondo attivo. Il peso della rendita pesa come un macigno sul resto delle forze produttive.

La situazione italiana

In Italia in particolare, il Lavoro salariato sconta – nel suo insieme e nei differenti settori dell’economia – un rapporto profondamente squilibrato nei confronti del Capitale. Le rivendicazioni operaie sono sistematicamente represse, benché esse siano modeste, timide, sostanzialmente ornamentali. Il caso FIAT, i suoi ricatti da Mirafiori a Pomigliano d’Arco, è emblematico, come lo è il caso della Indesit di Fabriano, o la crisi siderurgica – crisi per gli operai non per i proprietari – simbolizzata dal declino dell’Ilva di Taranto o della ex Lucchini di Piombino.

Queste masse operaie sembrano sparpagliate e isolate, circoscritte, soprattutto nella rappresentazione mediatica mainsteam. Le loro preoccupazioni, le loro battaglie sono presentate come localiste, di retroguardia. In fondo, la difesa di una linea di produzione sul territorio non pare sia degna dell’attenzione che i giornali e televisioni borghesi concedono a un’agenda mediatica reazionaria costruita intorno a falsi dibattiti sui « valori », le identità e le religioni, i “nuovi” diritti civili, l’ambiente, ma volutamente reticenti nei confronti dell’essenziale: la concentrazione della produzione, della proprietà, l’accumulazione di ricchezze, e il peso dell’oppressione riflessa nell’ampiezza delle disuguaglianze che deriva da tale dinamica. In una parola: la questione di classe.

Le forze produttive sono annientate in un circolo senza fine dalla gestione privatistica delle risorse sociali, mentre i profitti generati dalla compressione salariale e dalla rendita spariscono, prendendo il largo della speculazione finanziaria. Le aziende girano a vuoto, poiché le capacità di produzione sono sotto-utilizzate, a causa della perdita di potere d’acquisto della stragrande maggioranza della popolazione. E dato che i ricchi, per quanto infinitamente ricchi, sono pochi per definizione, non compensano con la loro accumulazione quanto milioni di famiglie non sono più in grando di comprare. Gli imprenditori in calo di entrate si rifanno sui lavoratori, licenziando e abbassando i salari, il che genera nuove povertà e nuove difficoltà per le classi popolari e i piccoli produttori legati ai territori. 

Per i lavoratori – privati di investimenti nell’economia reale – le ricadute sono la disoccupazione, la cassa integrazione, il precariato, il crollo delle remunerazioni, lo sfruttamento, i « lavoretti ». Ad aggravare il quadro interviene inoltre l’attacco ai servizi pubblici: il tutto per accontenare i creditori internazionali, ovvero gli appetiti della sempre più ristretta classe di individui che concentra nelle proprie mani, tramite azioni, partecipazioni, proprietà e fortune nascoste negli innumerevoli paradisi fiscali tutelati dall’ipocrisia di governo, il Capitale che manca alla collettività per risollevarsi dalla crisi. 

Se si aggiunge a tutto questo l’arretratezza del nostro apparato industriale e dei servizi, bloccato dalla storica mancanza di investimenti in innovazione e ricerca; la bassa capitalizzazione di numerose imprese dovuta al modello familiare/provinciale imperante, e quindi dall’arretratezza che ne risulta nei confronti dei partner europei; l’inesistenza di un progetto a lungo termine a causa della scarsa lungimiranza dei nostri gruppi industriali e dagli errori di posizionamento nella gerarchia dei prodotti del mercato globalizzato, vediamo che per le classi lavoratrici italiane non c’è più scampo, nel quadro dell’attuale regime capitalista. Se non continuare a vegetare in uno stato di minorità, impoverendosi lentamente ma inesorabilmente. 

In balia del flusso e riflusso dei capitali da un Paese all’altro, ai lavoratori non resta che stare a guardare. Di conseguenza si è indebolita la rappresentazione che del proletariato ha la società intera, come se la modernità avesse cancellato dalla sua agenda gli operai e i problemi sociali, ai quali sono sostituiti, con un’abile manovra diversiva, i problemi dell’individuo, gli unici degni d’attenzione da parte degli intellettuali cantori dei diritti. Essi non mettono in causa le relazioni economiche, poiché riducono il campo della libertà e dell’emancipazione al soddisfacimento egoista dei desideri strettamente personali, per lo più artificialmente indotti dal mercato e virtualmente illimitati, contingenti all’individuo. Tali bisogni sono economicamente neutri, quindi inoffensivi, di conseguenza monopolizzano il dibattito pubblico.

I compiti di un partito operaio

Nonostante gli sviluppi, nonostante i discorsi vuoti e alla moda diffusi dai media, nessun dubbio intercorre sulla natura del regime economico attale: un regime capitalistico, i cui fondamenti, incarnati nei rapporti sociali di produzione, al netto delle innovazioni neo-liberali – ossia la liberalizzazione del mercato dei capitali e la finanza predatrice – sono gli stessi di sempre, ossia la proprietà privata borghese dei mezzi di produzione. 

Eppure, si parla e straparla di “nuovo”, come se si dovesse oscurare la struttura economica dell’Occidente capitalista. Tale nuovismo bulimico si traduce nella vulgata populista per cui la politica è vista alla stregua di un male metafisico – magma etereo sconnesso dal mondo reale, popolato di esseri umani scollegati dalla loro posizione sociale – che si abbatte su noi cittadini « non politici » al fine di farci espiare le nostre colpe. E a questa visione profondamente scorretta e reazionaria dei rapporti politico-sociali bisogna opporre nient’altro che la questa semplice verità: la società è divisa in classi, classi che detengono il potere economico – la borghesia – e le classi che lavorano per chi detiene il potere economico – il proletariato.

I politici provengono tutti dalle prime, non sono altro che gli elementi politicamente attivi della borghesia, e governano conformemente ai suoi interessi. Basti prendere, se vogliamo scadere nell’episodico, le biografie dei nostri politici per rendersi conto di come la maggior parte di essi siano industriali, finanzieri, dirigenti d’azienda, figli di, amministratori di capitali a vario titolo. Il loro campo professionale è la difesa dei patrimoni e della proprietà, il Parlamento è la tribuna più efficace per garantire tali affari. Essi guardano il mondo unicamente con l’occhio delle professioni, dell’industria e della finanza; forze che hanno la capacità di fuoco mediatica per far passare il loro punto di vista come oggettivo, « naturale ».

La loro forza è tale da screditare e ridicolizzare ogni visione differente, costruendo a suon di miliardi il dibattito pubblico intorno ai propri interessi, inculcando pregiudizi che diventano realtà per le masse.  Modellare l’opinione pubblica attraverso le idee che a questi interessi sono funzionali, ecco la grande forza di chi detiene le chiavi del potere economico, al punto di permettersi il lusso di costruire all’interno del loro recinto ideologico presunte alternative di sistema al sistema, le sole propriamente accettabili: come i riformisti socialdemocratici, i radicali (a parole) di sinistra, i partiti e movimenti civici “apolitici”.

Il partito operaio rappresenta precisamente l’alternativa al sistema attuale non accettabile per chi, grazie a questo sistema, comanda e prospera. Questo perché il partito non è disposto ad accomodarsi al Capitalismo, a cantarne le lodi né criticarlo benignamente al fine di migliorarlo, ma vuole solo smantellarlo per sostituirlo col Socialismo, a partire dalle condizioni di sviluppo e dalle particolarità dei Paesi in cui nasce e si sviluppa. Ciò facendo, esso inizia rimettendo al centro del dibattito e dell’azione, per quanto sia fuori moda o non consono alla delicata borghesia progressista, la questione di classe – l’unica differenza che conti nella società borghese – e quindi la lotta di classe dei lavoratori (oggi ridotti a subire quella a senso unico dei capitalisti uniti), nella prospettiva storica della Rivoluzione proletaria.

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