La corruzione, un aspetto dell’oppressione di classe in Italia

b2e4c7f629679da4dbbbaabd82fa05d1--U1010899126782L7H-252x260-kM9C-U10402032153559ed-700x394@LaStampa.itMirabolanti casi di corruzione si abbattono quotidianamente sulla disastrata macchina della cosiddetta Seconda Repubblica italiana, alimentando le cronache e facendo la fortuna di giustizialisti, qualunquisti e predicatori da balera. Tutta la nostra classe dirigente strepita unanime di sdegno, il bel mondo dei salotti si indigna: “come sono possibili tali pratiche al giorno d’oggi!?” Nel frattempo, i giornali e le televisioni di proprietà dei corruttori sciorinano le loro banalità ipocrite senza costrutto.

Lo scopo di questo articolo consiste nel cercare di analizzare scientificamente il fenomeno della corruzione italiana. Tale compito ci sembra necessario, prima che ci si lasci avvolgere, al nuovo imminente grande scandalo, dalla nebbia metafisica delle dichiarazioni politicanti, degli sdegni moralistici, della retorica dei ladri, delle mele marce e del “Paese che ce la può fare”, del cinismo e del qualunquismo del “tutti uguali, tutti ladri”.

Sviluppo e corruzione

Per inquadrare correttamente il fenomeno va detto innanzi tutto che, da un punto di vista storico, il deposito clientelare democristiano costruito in decenni di potere incontrastato ha radicato nella prassi la cultura del favore e della mazzetta, generalizzandola e dunque banalizzandola. Nel corso del boom economico degli anni ’50-60, l’effetto sociale deleterio di questa pratica era però minimizzato dal fatto che la crescita ricadeva in misura importante sulle condizioni di vita delle masse. Esse partivano da una condizione di miseria profonda e vedevano per la prima volta un miglioramento effettivo del loro tenore di vita.

Finito l’effetto compensatore del boom, gli effetti della corruzione iniziarono a intaccare seriamente il bilancio del benessere sociale. A poco a poco, la corruzione cominciò a incidere realmente sulla pelle delle masse, essa divenne un peso e una condanna percepita come inevitabile. Ma il sistema reggeva sulla pregiudiziale anti-comunista, nessun cambiamento politico era concepibile. La stagnazione del latrocinio era dunque inevitabile.

Poi la Guerra Fredda finì, i comunisti italiani si autoliquidarono tra gli strepiti di gioia delle destre per potersi finalmente far accettare dai salotti buoni. Questo evento nuovo, epocale, permise la liquidazione dei pilastri di quel sistema di potere marcio nel midollo, di cui la DC e i Socialisti erano i rappresentanti, poiché non sussisteva più il pericolo reale che, una volta azzerata la classe dirigente democristiana e socialista, il potere cadesse nelle mani di forze rivoluzionarie, in grando di trasformare realmente lo status quo capitalista

Data la necessità di fare comunque pulizia, il popolo venne accontentato con una campagna giudiziaria, battezzata Mani Pulite, che servì da sfogatoio per tutte le frustrazioni e il malessere accumulato in 50 anni di capitalismo italiano. Il sistema venne colpito sul suo fianco più debole, quello della corruzione, rivelata al gran giorno e finalmente perseguibile. Promisero che sarebbe stata la palingenesi di un nuovo ordine più giusto, fu invece una farsa ben costruita. Essa servì unicamente a legittimare il sistema, addossando le responsabilità dei “malfunzionamenti” sulle spalle delle mele marce, di funzionari infedeli.

Come risultato, un ordine ancor più corrotto prese il largo, quell’ordine che ammiriamo oggi all’opera e che parzialmente ci svelano le inchieste odierne. Questo ordine è imperniato su un mondo degli affari costituito da tre livelli solidali e distinti:

a) il livello mafioso, b) quello imprenditoriale-finanziario, c) quello amministrativo-politico. Tre strati che si compenetrano a tal punto da formare un blocco unico di interessi.

Corruzione quotidiana

Chiunque cerchi di portare a compimento un progetto, un affare, un’opera pubblica in Italia, è obbligato a destreggiarsi nei meandri di questa rete. La corruzione, il latrocinio e il malaffare appaiono subito, per antica abitudine, come la chiave per aprirsi una strada privilegiata verso la riuscita. In conseguenza della realtà di tali rapporti economico-sociali e della forza terribile della tradizione, coloro che si trovano oggi nella posizione di dover promuovere, dirigere e/o organizzare le condizioni materiali di realizzazione di un’opera, sono confrontati al seguente dilemma:

1- bloccare tutto (con tutti i costi personali e sociali che ciò comporta: perdere il posto, contatti e reputazione, minacce e attentati, privare il territori di lavoro, ritirarsi per vedersi rimpiazzato da qualcuno con meno scrupoli)

2 – stare al gioco

A sua volta, stare al gioco significa:

2.1 – far finta di niente e lasciar correre traendone un accettabile beneficio,

2.2 – diventare parte attiva giocandosi il tutto per tutto per intascare la posta più alta.

Non ci attarderemo in questa sede su tali “sfumature” attinenti più alla responsabilità personale e penale – materia per la magistratura, di cui sono peraltro piene le cronache quotidiane – che all’analisi di fondo. Quel che ci interessa è di sottolineare che si tratta qui di un’inevitabile deriva, e che queste sono le fondamenta del sistema capitalistico italiano. Esse poggiano sullo strapotere del Capitale articolato nella sua versione ufficialmente illegale, la mafia, e nella versione legale, i grandi gruppi privati e di Stato.

Quando guardiamo in faccia questa realtà e la esploriamo in dettaglio, vediamo chiaramente come la retorica giustizialista, per quanto comprensibile, non sia di nessun aiuto, anzi spesso contribuisca a mistificare il problema. L’operato della magistratura è sì un atto dovuto, ma non la soluzione. Quando infatti l’analisi, compiacente e colpevole, è quella del “le regole ci sono, ne faremo di più dure se servono, via i ladri”, la classe dirigente può ipocritamente rimettersi alla magistratura, ma quest’analisi è una finzione e un imbroglio. Un’auto-assoluzione non richiesta, funzionale ai loro interessi.  Nessuna pulizia ad personam permette difatti una reale e duratura bonifica di questo bacino affaristico – soprattutto quando a reclamarla a gran voce è un governo o un parlamento consustanziale al malaffare imperante. La storia è qui a dimostrarlo, dopo Mani Pulite assistemmo allo stesso sdegno e agli stessi, vacui, discorsi.

Corruzione di classe

Si dovrebbe invece avere il coraggio di ammettere che l’organizzazione sociale e la realtà degli interessi in gioco spinge inevitabilmente al malaffare, favorendo l’arricchimento di una minoranza di privilegiati. Ma nessuno osa spingersi così lontano, in quanto, una volta ammessa pubblicamente questa elementare verità, si sarebbe obbligati a trarne le conseguenze e trovare la soluzione a questo inaccettabile stato di cose.

Ebbene questo stato di cose presente, nessuno ha interesse a cambiarlo, poiché si tratta di una realtà cucita intorno a interessi ben precisi, da cui traggono beneficio giorno dopo giorno classi sociali ben definite, mentre altre si impoveriscono in conseguenza. In Italia oggi, fintantoché si realizzeranno affari, ciò sempre data l’inevitabilità della vita sociale, le stesse cause produrranno dunque sempre gli stessi effetti: la corruzione di massa. E i profitti di tali operazioni ricadranno sempre sui medesimi individui, i quali, muniti di solidi agganci nelle amministrazioni, nei ministeri e nel parlamento, forti della loro influenza, impediranno qualsiasi vero cambiamento.

Ciò è una grave condanna per quella maggioranza che piega il capo pur di andare avanti e che a lungo andare, abituatasi di forza al latrocinio e ridotta alla disperazione, ne diventa addirittura propagatore e sostenitore. Una Sindrome di Stoccolma sociale che spiega gran parte della schizofrenia elettorale odierna: essere sequestrati dai banditi borghesi degli affari e votare in massa per i loro partiti di riferimento appena se ne presenta l’occasione. L’esplosione periodica delle varie bolle locali, ieri l’Expo, Venezia, domani chissà cos’altro, che appestano con la loro aria putrida tutti gli strati sociali del Paese – in particolare i più demuniti e privi di controllo sul corso degli eventi – non è altro che la manifestazione puntuale e concreta di questa dinamica di autoriproduzione del malaffare funzionale all’arricchimento perpetuo di chi è in cima alla piramide sociale italiana.

Le nostre classi dirigenti non sono altro che gli elementi affaristicamente e politicamente attivi di questa triade imprenditorial-politico-mafiosa che intrallazza per spartirsi il malloppo, ovvero la ricchezza prodotta dal lavoro e appartenente al popolo.

Questa alta borghesia predatrice, non potrà che continuare ad alimentarsi del latrocinio più sfrenato, per quanto questa magistratura cerchi di metterci una pezza, a posteriori, inseguendo senza fine la volpe nel pollaio. L’unica soluzione duratura – a oggi lontana visti i rapporti di forza in campo, ma alla quale è assolutamente necessario lavorare in prospettiva – consiste nello spezzare questa macchina sostanzialmente criminogena, e rimpiazzarla con un’altra, al servizio dei lavoratori, della stragrande maggioranza delle vittime di questo sistema.

È infatti assolutamente necessario liquidare il binomio composto dalla borghesia, incarnata nel settore imprenditorial-finanziario-mafioso egemone, e dal corrispettivo funzionariato politico-amministrativo; infaticabilmente impegnati, ognuno secondo le proprie specifiche competenze, ad amministrare comuni interessi, affari e prebende.

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