Jobs Act: la Repubblica contro i lavoratori      

statuto_lavoratori_300__Nei precedenti articoli sul Jobs Act eravamo giunti ad alcune conclusioni riguardo i veri obiettivi del governo. Da una parte, i contratti a tutele crescenti permetteranno alle aziende di licenziare il personale assunto coi vecchi contratti per riassumere con le nuove tipologie contrattuali, le quali non prevedono tutele, costano meno e implicano la licenziabilità facile. Dall’altra, si abbassano i salari e le prestazioni connesse (come le tredicesime, i contributi, le ferie pagate etc.), e si tenta di smantellare la contrattazione collettiva.

Con questo articolo vogliamo approfondire le cause strutturali che hanno portato all’approvazione di tali leggi, ovvero il rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi sociali derivanti dai cambiamenti economici sopravvenuti dal dopoguerra ad oggi in Italia.

Servire i mercati

Per il governo, le riforme quali il Jobs Act e la legge elettorale, detta Italicum, rappresentano la priorità assoluta. Tale priorità risiede nel fatto che i profitti futuri dei capitalisti italiani ed europei – per i quali i nostri governi lavorano e ai quali devono rendere conto – dipendono dalla corretta applicazione di queste riforme.

Quando Renzi afferma che con tali leggi vuole modernizzare il paese dice il vero. La grande modernità che si sta imponendo è quella dello Stato al servizio esclusivo del Capitale. Questa è una novità per l’Italia, e al contempo rappresenta un regressione per i lavoratori. Per comprendere questa apparente contraddizione occorre guardare alla storia italiana. Dal dopoguerra fino agli anni ‘80 il potere economico padronale era bilanciato dal contrappeso delle organizzazioni operaie, ben insediate nei luoghi di lavoro e nel Parlamento, e da un fattore oggettivo: una ricchezza più diffusa (grazie al sistema misto pubblico/privato, alla tassazione progressiva, al controllo sui capitali). I governi erano allora obbligati a fare importanti concessioni alle classi lavoratrici, nel quadro dei servizi pubblici e delle protezioni sociali.

Oggi invece i governi smantellano tali protezioni sociali accordate, perché il rapporto tra le classi sociali non è piu quello relativamente equilibrato tra il proletariato unito e la borghesia “in ordine sparso” che ha fondato la Repubblica, bensì quello del tutto nuovo tra il proletariato disunito e la piccola borghesia in rovina da una parte, e l’alta borghesia unita e trionfante dall’altra. Questo rapporto si è sviluppato nel corso degli ultimi 30 anni, ha visto nell’Euro una tappa fondamentale per il suo riconoscimento in Europa continentale e si perfeziona con rapidità crescente intorno al ruolo guida dei mercati, i quali, concretamente, dettano legge in Europa.

Nella forma in cui li conosciamo oggi, i mercati sono il frutto della libera circolazione dei capitali che si impose a partire dagli anni ’80 nelle nazioni a capitalismo più avanzato, la Gran Bretagna e gli USA. La liberalizzazione del mercato dei capitali rappresenta il tratto caratteristico del neoliberismo; essa ha avuto come effetto principale il graduale abbandono da parte degli Stati della fiscalità progressiva, poiché furono spinti a mettersi in concorrenza fiscale tra di loro per attirare investimenti privati. Nel farlo, essi trascinarono in questa rincorsa al ribasso i lavoratori, la cui compressione dei salari e dei diritti viene usata come merce di scambio per attirare i capitali in transito.

La risorsa-lavoratore deve essere infatti flessibile ed elastica, come una qualsiasi variabile di produzione da usare a piacimento, dappertutto e a poco prezzo. In quest’ottica, il Jobs Act offre agli investitori lo scalpo di ciò che resta della classe operaia, mentre la legge elettorale sopprime i poteri del Parlamento, che potrebbe aver tendenza a mettersi di traverso all’accettazione dei diktat europei. Il Jobs Act e l’Italicum sono dunque due leggi gemelle al servizio degli interessi dello stesso padrone, o come si dice nel linguaggio accademico borghese, leggi di aggiustamento strutturale sotto la pressione dei mercati.

Basi economiche per una politica reazionaria

Se al livello politico possono essere fatte passare con facilità leggi così anti-popolari – nel senso di misure che incidono negativamente sul benessere materiale della maggior parte della popolazione – è perché la basi economiche della società contemporanea sono terreno fertile per una politica reazionaria. Al livello economico, tutte le condizioni sono riunite per una concentrazione prodigiosa della produzione, come vediamo quotidianamente affermarsi nelle mega fusioni tra i giganti globali in tutti i settori dell’industria e del credito. Ciò facilita la fusione al più alto livello tra industria e finanza, e aumenta in maniera esponenziale il potere negoziale dei grandi gruppi sui lavoratori. Da questo processo di integrazione deriva una vertiginosa accumulazione e concentrazione della ricchezza, alla quale corrisponde l’inevitabile impoverimento delle masse.

Entrambe queste tendenze sono registrate nelle statistiche macro-economice e descrivono scientificamente la nuova condizione sociale degli italiani, la quale si può riassumere così: le grandi fortune in mano a una ristretta minoranza di individui schiacciano le masse di lavoratori, dei disoccupati, dei piccoli artigiani-imprenditori. Queste grandi ricchezze, in un’epoca senza crescita economica come la nostra, pesano enormemente sul tessuto sociale, bloccandolo.

La crescita che deriva da tale modello economico, quando c’è, è una crescita che ricade esclusivamente sui proprietari di aziende e titoli finanziari. I patrimoni di questa ristretta cerchia di individui aumentano vertiginosamente e di conseguenza la loro influenza sulla vita sociale, mentre i redditi da lavoro languono, relegando i lavoratori al silenzio. Per via di questa dinamica, un’enorme trasferimento di ricchezza è in corso dalle tasche dei lavoratori a quelle delle classi superiori.

Regredire verso la modernità

Da tale società plutocratica sta prendendo origine uno Stato nuovo. Dalla Repubblica fondata sul Lavoro, che riusciva, pur tra enormi difficoltà, a far ricadere qualcosa sui lavoratori, si passa alla Repubblica fondata sul Capitale, che concentra i benefici tra pochi privilegiati in cima alla piramide sociale. Dal governo Monti, passando per l’intermezzo Letta fino ad arrivare a Renzi, il nuovo Stato italiano in costruzione si rivendica così apertamente garante degli investitori, dei mercati, cioè del Capitale organizzato. Le tecnostrutture europee non sono altro che l’adeguata amministrazione pubblica richiesta dalla possente concentrazione societaria in corso, processo che i governi europei si incaricano di accompagnare nel migliore dei modi.

È chiaro che, in questo contesto, la camicia della Costituzione nata dalla Resistenza va troppo stretta a questa modernità sociale costruita intorno agli interessi di una minoranza di ultra-ricchi, poiché la Carta costituzionale è figlia un equilibrio tra le classi che non esiste più: quando le forze operaie lottavano e avevano voce in capitolo. Oggi invece sono scomparse, liquidate o auto-dissolte. E come se non bastasse, risulta oggettivamente impossible portare avanti politiche di progresso sociale: i trattati europei sono lì a ricordarcelo, con le perentorie regole fiscali e finanziarie da seguire pena le procedure di infrazione e la messa all’indice dei mercati.

La struttura sociale odierna è un incubo per chi possiede solamente il proprio lavoro, una gabbia che si chiude intorno a chi non ha patrimoni, non viene da famiglie che contano e non possiede altro che la propria forza lavoro. Il solo compito che conti per il partito operaio oggi consiste nel liberare i lavoratori ricostruendo una nuova organizzazione in grado di fare da contrappeso allo strapotere capitalistico, tutto il resto sono solo chiacchiere.

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