Crisi e fascismo

recessione«Le disuguaglianze: poche e normali. La disoccupazione: non esiste, sono i lavoratori a essere dei lavativi. Le politiche sociali: uno spreco di denaro. Le tasse: inutili. I poveri: se la cercano. I ricchi: se lo meritano, e arricchendosi vi fanno pure un favore; quindi ringraziateli».

Ecco riassunto in poche parole il motto della disciplina economica e il succo delle controriforme in corso su scala europea da due decenni; metteci sopra delle equazioni complicate, qualche ampollosa definizione tecnica e avrete in mano la scienza contemporanea, in tutta la sua presunta rispettabilità; aggiungeteci la potenza di fuoco dei media di massa e otterrete il lavaggio del cervello su scala planetaria.

Vecchi e nuovi capitalisti

La forza attuale dei capitalisti risiede nella capacità di convincere la società intera a condividere i loro stessi interessi materiali, e quindi le idee, aspirazioni, preoccupazioni che ne derivano. Essi consolidano attraverso la propaganda un senso di appartenenza «comune», convincendoci che ciò che è bene per i ricchi è bene per tutti. In particolare fanno credere ai piccoli padroni di appartenere allo stesso ristretto club dei grandi, ovvero convincono il piccolo borghese di essere un borghese a parte intera.

In verità il Capitale tende a distruggere la piccola borghesia, una distruzione che prende la forma delle crisi ricorrenti, le quali decimano la piccola impresa, costringendo migliaia di attività e fabbriche sui territori a chiudere o svendere ai grandi gruppi monopolisti. Si tratta di un’espropriazione di fatto, il cui effetto è la proletarizzazione di ampie fette della classe media, generando l’esercito di riserva della disoccupazione di massa, che deprime i salari e impoverisce in ultima istanza i lavoratori.

Nonostante questa azione distruttiva del Capitale sulle forze produttive di base sia chiara e storicamente provata, sopravvive l’illusione, tra i piccoli padroni, della comunanza di interessi coi grandi capitalisti. Insomma, mentre i mercati internazionali inchiodano il piccolo borghese al muro mandandolo in rovina, la propaganda boghese fa credere che la colpa sia delle sinistre che assistono attraverso lo Stato sociale ogni sorta di «parassita», che sia esso il povero, l’immigrato, il disoccupato, il funzionario.

L’obiettivo, pienamente riuscito per ora, è di separare i piccoli produttori dai lavoratori, in modo tale che il mondo produttivo di base, quello che non ha accesso al potere, ma risente più duramente degli aggiustamenti di sistema, non si coalizzi contro l’alta borghesia degli affari, unica responsabile dell’impoverimento di massa.

A causa di questo velo, nessuno dei veri responsabili della crisi è stato fin ad ora chiamato a rispondere. E i veri responsabili non risiedono, se non accessoriamente, nei Parlamenti nazionali. Le sedi centrali dello sfruttamento di classe sono oggi quelle delle grandi istituzioni sovranazionali.

A cosa servono le elezioni ?

L’accaparramento delle risorse e la loro concentrazione in poche mani prosegue senza tregua, nuove privatizzazioni sono in cantiere, e gli Stati svendono l’argenteria agli approfittatori al fine poter rimborsare gli stessi approfittatori nella loro veste di creditori. Questo processo di drenaggio di ricchezza dal basso verso l’alto della piramide sociale sembra inarrestabile, e l’espressione più deteriore dei sommovimenti economici in corso, sono i risvolti drammatici per le popolazioni in miseria. Le difficoltà materiali alimentano automaticamente ogni sorta di populismo e di deriva nazionalista, figlia dell’esasperazione delle masse. Scientemente l’Europa vede emergere al suo seno rigurgiti fascisti, che fa finta di non vedere o appoggia, come in Ucraina. Il motivo di un tale atteggiamento risiede nel fatto che dal punto di vista del Capitale i movimenti fascisti sono meno pericolosi di un possibile ritorno delle sinistre comuniste.

Dappertutto, le elezioni borghesi «libere» consegnano come risultato l’instabilità, che non è altro che la stabilità per il Capitale. La loro unica funzione è di legittimare formazioni politiche borghesi già fallite agli occhi della stragrande maggioranza della popolazione, e di catapultare fascisti e avventuristi in Parlamento. Formazioni populiste manipolate da miliardari e uomini di spettacolo approfittano del malcontento popolare, raccogliendo masse di voti sulla base di confusi progetti anti-sistema, sempre legati alle stesse ricette liberali causa della crisi, e beceri slogan reazionari. Altri aizzano le folle con discorsi moralisti sulla corruzione, decorrelandola dalla realtà dell’oppressione di classe e dello strapotere degli ambienti d’affari.

L’instabilità di questa situazione permette ai liberal-consevatori e alla sinistra riformista di convergere senza imbarazzi in imbarazzanti governi di coalizione al solo scopo di istituire serenamente la maggioranza parlamentare a garanzia dei mercati: di fronte al «pericolo» rappresentato da queste false forze anti-sistema, destre e sinistre borghesi non devono più nemmeno fare finta di avere visioni differenti.

Così, la disperazione reale che circola nel tessuto sociale trova sfogo unicamente nel rigetto della classe politica, considerata colpevole di tutti i mali della società, ma questo atteggiamento si ritorce contro i lavoratori, poiché diventa un elemento della stabilizzazione reazionaria. Addossare tutta la colpa ai politici è infatti un espediente sbrigativo, e a tutto vantaggio del Capitale, il cui obiettivo – centrato per ora – è di screditare il ruolo dello Stato agli occhi dell’opinione pubblica. Ma i capitalisti, quando parlano male dello Stato (e quindi per analogia dei politici) oggi, intendono gli Stati costituitisi nel Dopoguerra sulla base del compromesso social-democratico, figlio della vittoria sul fascismo, che hanno digerito a malincuore nel ’45. Da qui l’interesse a far emergere nella società nuove forze fasciste in questa fase storica.

Occorre quindi allargare il discorso, ricordando che per ogni politico toccato da uno scandalo più o meno importante amplificato a dismisura dai media, esistono migliaia di grandi capitalisti che frodano per somme mille volte superiori, distorcendo leggi a proprio favore senza incontrare il minimo sdegno popolare, poiché tale sdegno è stato interamente canalizzato contro «la politica»  dai media controllati dagli stessi capitalisti.

Democrazia borghese realizzata

Lo Stato che difende, anche solo un po’, gli interessi dei lavoratori non serve nel contesto attuale alla borghesia dei mercati, così come lo Stato che difende i mercati è nocivo per i lavoratori: l’antagonismo degli interessi è inconciliabile. Di conseguenza, ai governi viene imposto non solo di smantellare le protezioni sociali, bensì di allestire un nuovo welfare: quello tagliato su misura dei bisogni del Capitale. Esso risulta ben più gravoso per le casse pubbliche, il suo costo si calcola in migliaia di miliardi: fatti di agevolazioni fiscali per i grandi patrimoni, le imprese e la finanza, sovvenzioni, salvataggi pubblici in caso di fallimento, giurisdizione tagliate su misura per le multinazionali, allestimento di paradisi fiscali. Grazie a tali tutele, le banche si trovano nella condizione di prendere dei rischi sempre più spinti sui mercati speculativi: in caso di crack, i governi attiveranno il paracadute di salvataggio – la più ampia delle protezioni sociali mai ottenuta da alcuna persona fisica e morale nella storia.

La borghesia non ha dunque bisogno dello Stato se non per utilizzarlo a protezione e valorizzazione, come scudo per il Capitale. Oggi che ha le mani libere sull’Europa sta perfezionando con le riforme tale tipo di Stato. Mentre gli elettori si affannano a scegliere uno qualunque degli impresentabili e ininfluenti candidati borghesi a ogni elezione, nessun controllo democratico, nessun voto, è richiesto per la direzione delle Borse, le banche, i fondi d’investimento, i grandi conglomerati industriali. Eppure sono loro a dettare legge, attraverso politiche funzionali al profitto padronale, attraverso istituzioni che si fanno portavoce esclusivo dei loro interessi economici.

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