Immigrazione: gli invasori siamo noi

immigrati-dario-foSi parla sempre di più, e con grande isteria, di immigrazione; in maniera astratta, decontestualizzandola come fosse un male divino abbattutosi per caso su di noi. L’immigrazione invece non è che il prodotto finale di una serie di eventi le cui cause economiche vengono da lontano e i cui responsabili sono le nostre classi dirigenti, le stesse che prendono voti strumentalizzando il fenomeno, per distrarre e ingannare le masse dal pericolo reale che incombe.

Ciò che minaccia oggi la classe lavoratrice non è l’immigrato, ma lo Stato italiano, il quale sta diventando un’arma sempre più efficace al servizio dei mercati e del padronato. Ma per rendersene conto occorre analizzare le dinamiche profonde, al contempo economiche e di classe, che determinano i cambiamenti in corso.

Mentre i media dibattono di immigrazione e terrorismo, veicolano al contempo un messaggio riassumibile in una banalità ripetuta fino all’ossessione: l’esigenza delle riforme. Ma riforme per chi ? Per i ricchi, ovviamente. 

Riavvolgiamo dunque il nastro, per mettere in luce quale sia il legame tra le riforme e l’immigrazione.

Oppressione interna (anche detta : “riforme”)

Tutto inizia con l’attacco violento operato contro il lavoro salariato e la sua rappresentanza politica a partire dagli anni ’80 del secolo scorso. Una dinamica ha preso piede e si è imposta come naturale da allora: la pressione sui salari, soluzione ottimale e immediata per aumentare i profitti, oggi accettata dall’opinione pubblica come una fatalità alla quale non è lecito opporsi. I capitalisti pretesero inoltre, da destra e da sinistra, lo sconquasso del quadro legale del lavoro, arretramento che si traduce nella pratica legislativa nella precarizzazione selvaggia dei rapporti di lavoro e nello svuotamento del contratto a tempo indeterminato.

La disoccupazione strutturale di massa in cui si dibattono le società contemporanee è una naturale conseguenza di questa politica economica. Inevitabilmente, l’incentivo a estrarre profitti dalla compressione della massa salariale ha generato le terribili diseguaglianze che stanno disarticolando la società oggi.

La classe operaia, in questo processo, è messa in concorrenza con i lavoratori sfruttati e non sindacati dei paesi emergenti e dell’Est Europa, e posta davanti a questo ricatto – nonché abbandonata da partiti di sinistra intenti a blaterare di nuovi diritti per giovani ricchi borghesi, e a praticare vergognose abiure della propria storia -, non può far altro che ingoiare il rospo e cedere un pezzo dopo l’altro le conquiste raggiunte in anni di lotte.

In Europa, i laburisti anglosassoni di Blair e i socialdemocratici tedeschi furono i più solleciti nel formulare politiche innovative di adeguamento ai diktat del capitale, arrivando a imporre ai lavoratori dei rispettivi paesi degli arretramenti che mai avrebbero pensato di accettare se proposti dalla destra liberale. Lo stesso processo si sta producendo oggi in Italia grazie al renzismo. Viviamo dunque l’epoca dell’impoverimento generalizzato delle classi lavoratrici e popolari, ovvero della stragrande maggioranza della popolazione.

Esse si ritrovano, oltre che a lavorare solo in funzione dell’accrescimento del Capitale, a veder venir meno lavoro, stipendio e diritti come condizione per perpetuare nient’altro che la propria sopravvivenza. Tuttavia questa regressione non basta per impedire la valanga di licenziamenti, delocalizzazioni e deindustrializzazione che cova sotto le ceneri del Capitale mondializzato.

Dall’oppressione interna all’aggressione esterna: l’espansionismo

Dunque è chiaro che sia in corso una vera e propria guerra, per ora solo economica, operata dal mondo degli affari e dai suoi rappresentanti contro le classi popolari. Il sangue scorre lo stesso: basti guardare, nei paesi più toccati dalla crisi, indicatori come l’aumento esponenziale dei suicidi; il risorgere a causa della povertà di malattie che sembravano svanite; le morti supplementari dovute all’impossibilità per una stragrande maggioranza della popolazione di accedere ad appropriate cure sanitarie.

A questa violenza di classe – nella forma della guerra economica interna contro le classi più deboli – corrisponde la violenza di classe nella forma delle aggressioni militari esterne, che vedono protagoniste i paesi ricchi verso il resto del mondo in via di sviluppo. 

La necessità espansiva del Capitale, la ricerca di sempre nuovi mercati e risorse determina l’espansionismo guerrafondaio occidentale che caratterizza questa fase storica. In particolare in Africa – dove ad esempio la Francia ha condotto 4 azioni militari in 3 anni nel silenzio compiacente dei media, al solo fine di rispiegare le proprie truppe su un continente che le stave sfuggendo di mano. In Medio Oriente, dove gli USA e la Gran Bretagna combattono gli Stati anticoloniali servendosi dei terroristi di Al-Quaida e ISIS, e in Europa dell’Est, dove USA e UE piazzano nazionalisti isterici al potere in funzione dell’allargamento della NATO.

In pratica, stiamo cercando di reimporre la tutela occidentale al mondo che cerca di svilupparsi autonomamente, diretti dalla voracità delle istituzioni finanziarie, dei fondi speculativi e dei conglomerati industriali multinazionali che sfruttano ogni tipo di risorsa locale, ma versano i dividendi e le plusvalenze a Londra, Francoforte e New York. 

La follia bellicista dei capitalisti in cerca di mercati è indirizzata per ora contro i paesi subalterni, in attesa che venga ripiegata all’interno, sotto forma di guerra civile contro le masse in miseria.

Espansionismo e immigrazione

La distruzione di nazioni sovrane, come Libia, Siria e Iraq,  e il prosciugamento delle risorse dei paesi dell’Africa sub-shariana in mano alle nostre multinazionali, porta all’emigrazione di massa verso i paesi ricchi e sfruttatori. Si tratta del risultato logico di questo processo prettamente economico di sfruttamento post-coloniale del mondo: la fuga dei proletari dei paesi del Secondo e Terzo mondo dalla miseria.

Ebbene tutto ciò tradotto dai nostri media servili, dai politicanti beceri e dai capitalisti furbi che si arricchiscono grazie a tale sfruttamento, come un’invasione, un’orda di immigrati alle nostre porte. Si tratta invece dell’esatto contrario: all’invasione pianificata e attuata dai nostri governi (e facilitata dallo sfruttamento dei lavoratori in patria), i proletari di Paesi poveri non trovano altra scelta che emigrare per sopravvivere, approdando sulle coste dei paesi responsabili della loro rovina, che li trattano come appestati.

In realtà, questa immigrazione della miseria fa il gioco dei padroni; perché l’inserirsi sul mercato del lavoro di individui disposti a tutto pur di lavorare abbassa le pretese dei lavoratori tutti. In questo modo si alimenta la guerra tra poveri che affossa la società, incatena il proletariato e alimenta rigurgiti fascisti figli della disperazione e della manipolazione. Tale processo risulta ancor più lineare e senza ostacoli se non esistono, o sono state rimosse, quelle forze storiche in grado di controbilianciare, concretamente, la forza del Capitale, dei suoi gestori, dei suoi rappresentanti, in un dato momento storico.

Oggi stiamo vivendo esattamente questo tipo di periodo reazionario: occorre reagire ricostruendo un partito operaio in grado di strappare le masse dall’influenza pestilenziale della propaganda reazionaria borghese che, la storia ci insegna, genera i mostri del fascismo e del nazionalismo, che poggiano le loro basi sull’identificazione menzognera del nemico esterno, e le carneficine delle guerre conseguenti.

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