Crisi greca e tragedia renziana per l’Italia

renei« La lezione che traiamo da Standard & Poor è che gli investitori apprezzano le nostre riforme, a partire da quella del lavoro, ma hanno dubbi sulla nostra capacità di farle approvare. Dunque mentre il parlamento ci chiede di rallentare, l’Europa e gli investitori ci dicono di fare presto. E noi siamo convinti che si debba accellerare »

Tali furono le dichiarazioni del Presidente del Consiglio in carica, Matteo Renzi a La Repubblica, il 7 dicembre 2014 per « reagire » al declassamento del debito sovrano operato dall’agenzia di rating Standard & Poor. In poche ma efficaci parole egli illustrava così le priorità del suo mandato, ricevuto non dal popolo, ma dai grandi gruppi che lo hanno creato e appoggiato durante le sua ascesa, attraverso la forza di fuoco dei media di massa di cui sono padroni. Imporre l’austerità – questa nuova fase del capitalismo europeo che si sviluppa sulle macerie del liberismo – a marce forzate.

Renzi chi ?

Questo giovane di belle speranze, figlio di imprenditori toscani, già a 20 anni dirigente d’azienda (di famiglia s’intende, come vuole il cerimoniale della meritocrazia in salsa borghese), fu catapultato in politica sin da giovanissimo. Prima in provincia, poi in comune, dalla cricca democristiana toscana facente riferimento a Renzi padre, ai Verdini, ai Boschi senior (ebbene sì, il papà banchiere della Boschi, ministra delle riforme) operanti nel settore dell’editoria, della distribuzione, delle grandi banche popolari del territorio: essi ne fecero rapidamente il cavallo vincente tra quelli allevati dagli affaristi italiani per dirigere lo Stato.

La sua forza risiedeva esattamente dove risiedeva la debolezza dei candidati politici espressi dalla borghesia fino a Belusconi: saper parlare anche alla sinistra dello spettro politico parlamentare, e non solo urlare cafonate o rigurgiti fascistoidi in televisione.

L’occasione di poter mettere un loro uomo alla testa del più grande partito di « sinistra » fu quindi colta al volo. Dopo la caduta di Bersani – colpevole agli occhi della grande stampa e della famosa società civile di rappresentare gli ultimi resti di comunismo nella moderna e riformista area democratica e per questo massacrato dai media durante tutto l’arco del suo operato politico da segretario del partito – e una ingloriosa parentesi di grigio tecnicismo liberale di Letta – funzionale a preparare con calma l’ascesa del giovane – l’enfant prodige allevato sulle rive dell’Arno fu pronto per essere scaraventato alla testa dello Stato.

Per aiutarlo e sollevarlo dalle difficoltà dell’opera, la propaganda mediatica si allineò ai voleri dei suoi ricchi padroni; i giornali e le televisioni ne cantarono quotidianamente unanimi le lodi, costruendone metodicamente il personaggio agli occhi dell’opinione pubblica, finché prese corpo al punto da reclamare ad alta voce la sua discesa in campo da ennesimo salvatore della patria. Renzi arrivò al potere, con un intrigo di palazzo nel più puro stile parlamentare borghese, senza nessuna legittimità se non quella accordatagli dai suoi padrini.

Con la sola differenza che questa volta era veramente la « volta buona » :  dopo 20 anni di preparazione l’opera ha portato i suoi frutti maturi, quando la lotta a sangue tra capitalisti anti e pro berlusconiani – questo vezzo  di caotica rissosità tipicamente italiana che denotava l’immaturità del nostro capitalismo – si è finalmente riconciliata nella figura del figlioccio berlusconiano che unisce destra e sinistra in un grande abbraccio democristiano.

Di fatto con Renzi al potere hanno vinto all’interno del PD coloro che hanno sempre sognato la grande coalizione con la destra puntando ad escludere le forze della sinistra: oggi ci sono riusciti. Chi sta pagando carissimo in termini di sofferenza sociale sono i lavoratori di cui nessuno più rappresenta gli interessi e che si dovranno accontentare dal parlamento solamente di elemosina amministrativa. Lo Stato moderno italiano al servizio dei mercati ha compiuto con l’operazione renziana un enorme passo avanti nella direzione degli speculatori che mettono in ginocchio i paesi poveri d’Europa e del Mondo.

Renzi, la Grecia e mamma Germania

L’ignobile siparietto andato in scena la settimana scorsa di un Renzi intento a leccare i piedi della Maria Antonietta d’Europa, Cancelliera del Reich Angela Merkel pochi giorni prima del referendum greco del 5 luglio, dimostra quanto egli si prodighi a far avanzare l’Italia su questo cammino e su quanta distanza ci sia tra uno stato maturo a capitalismo avanzato come la Germania e uno Stato in costruzione sulle ceneri dei progressi sociali compiuti dal dopoguerra in poi come il nostro.

Il suo ostentare sintonia con i conservatori d’Europa nel bollare il governo Tsipras come un discolo impenitente cha ha osato dare un dispiacere al capitalismo tedesco-olandese egemone, rappresentato dalla grande coalizione tra Conservatori e Socialdemocratici al potere in Germania (e quindi in Europa) lo ha portato però a farsi prendere alla sprovvista dal forte impatto mediatico che la vittoria del NO ha esercitato sull’opinione pubblica.

Nonostante l’Ottobre, sia politicamente lontato per cultura politica dalla sinistra radicale piccolo borghese rappresentata da Syriza, e reputi errato pensare di poter trattare con i creditori sperando di poter fare riforme progressiste che nel quadro dell’attuale Unione Europa sono oggettivamente impossibili, non possiamo non felicitarci del risultato del referendum e dare credito a Tsipras di aver compiuto un’operazione politica notevole, che ha avuto il merito di ribaltare i rapporti di forza europei, mettendo per la prima volta i fanatici dell’austerità in difficoltà.

Syriza è stata abile a canalizzare lo sdegno della popolazione greca in miseria verso una prospettiva di sinistra piuttosto che alimentare i ranghi, già ricchi, dei partiti nazionalisti e fascisti in attesa di lucrare sui disastri sociali del capitalismo della miseria. Ciò detto, i suoi sforzi negoziali non serviranno a niente poiché nessun accordo in queste condizioni potra essere buono per i lavoratori e le classi popolari greche.

Ma se la crisi greca ha un merito per la nostra misera politica italiana provinciale è quello di aver plasticamente dimostrato la velleità del giovincello di belle speranze chiamato a sottomettere le classi popolari italiane alle dure medicine dell’austerità. Ora che ha fatto le uniche leggi che interessavano i mercati – il Jobs Act per sfruttare il lavoratori e l’Italicum per governare a mani libere – l’Italia si avvia verso le elezioni anticipate, passaggio obbligato al fine di perfezionare lo Stato che « si confonde ormai sempre piu strettamente con i gruppi capitalisti onnipotenti » (Lenin, Stato e rivoluzione). Questo Stato nuovo non conta piu nulla se non nella misura i cui i suoi organi sono in grado di recepire le direttive delle banche, fondi e gruppi multinazionali organizzati nella tecnostruttura comunitaria di Bruxelles, Wall Street e Washington: questa terribile Rich Connection globale che sta trasformando il Mondo a propria immagine e somiglianza.

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