I diritti dell’uomo: ultimo baluardo dei liberisti e della sinistra idealista

Humanrights-cartoonOggi la teoria dei « diritti dell’uomo » viene usata come un’arma. Dietro la retorica delle belle parole, della libertà, del buonismo e dell’umanitarismo, le élite delle nazioni capitalistiche occidentali, tramite i media che ne sono emanazione e megafono, non perdono occasione di dare lezioni al mondo. Lezioni che però, visto il nostro scandaloso passato, non hanno alcuna credibilità soprattutto nei paesi che cercano una via autonoma di sviluppo, mentre le classi borghesi, benestanti quindi benpensanti, si stupiscono quando le loro idee non vengano prese come fossero il Verbo incarnato. Esterrefatte che popoli « barbari » in giro per il mondo rifiutino di conformarvisi, sconvolte da tale ritrosia, hanno inventato e praticano annualmente “le guerre umanitarie”.

Tuttavia, come considerare una società come la nostra, devastata dalla disoccupazione di massa, afflitta da disuguaglianze enormi e in costante crescita, da un ampio strato di povertà, dove educazione, salute e giustizia non sono alla portata di tutti poiché dipendono dal denaro, dove i lavoratori sono subalterni al capitale e ne pagano le conseguenze sulla pelle ogni giorno da sempre, dove il crimine organizzato e la violenza urbana prosperano? Non sono i diritti dell’uomo a vivere una vita degna in un quadro di giustizia e armonia sociale duramente schiacciati? Dovremmo, a rigor di logica, chiedere di farci bombardare dagli USA e dalla NATO.

In realtà, la formula « diritti dell’uomo » così come è propagata oggi contiene la mistificazione fondamentale di considerare l’Uomo, con la U, in termini astratti, decorrelato dalle sue relazioni sociali, invece di considerare gli uomini, concretamente intesi, all’interno delle formazioni sociali in cui nascono e delle relazioni materiali che li legano e in cui agiscono. Ciò fa dei diritti dell’uomo così malamente intesi una formula vuota, una zuppa buona per tutte le stagioni, un pretesto. Si parla di libertà di pensiero, quando nazioni sono prive di elettricità e di acqua, si blatera di pluralismo, in paesi in cui mancano i vaccini e gli ospedali.

Sconfortante è constatare che sulla questione dei diritti, così astrattamente e intellettualisticamente considerati, si sia arenato il dibattito della sinistra occidentale. La prassi politica definita da tale ideologia non può contribuire ad altro che alla ripetizione di formule minoritarie elaborate in sede di radicalismo universitario e recuperate dal movimentismo liquido della società civile: diritti individuali, diritti ecologici, pulsioni identitarie-comunitaristiche, diritti di genere, diritti dei « cittadini », sempre necessariamente buoni, contro il « potere », sempre inevitabilmente cattivo, di qualsiasi cosa insomma possa porsi come « alternativa » di nicchia al canone dominante e possa fornire alibi per una protesta incentrata su presunti valori umani universali non negoziabili.

Queste tematiche, connotate romanticamente, spingono una buona parte della borghesia di sinistra verso un radicalismo utopico, una postura intellettuale distante dalla realtà e vagamente snobistica, interessata a difendere posizioni di principio che vengono viste soprattutto dai lavoratori come la difesa di presunte nicchie, come argomenti lontani dal comune sentire, dalla sensibilità di massa. L’abbandono della realtà da parte delle nuove sinistre porta dunque al livello politico le classi lavoratrici all’affidarsi a chi parla della realtà in termini semplicistici e aggressivi : i populisti di destra.

Ma è la sovraesposizione mediatica cui i protagonisti di queste nuove sinistre vanno incontro che li illude di essere sulla strada giusta: cosa mai può gonfiare il narcisismo più della gratificazione mediatica di far parte del mainstrem ? Tali idee vagabonde trovano il più ampio spazio nei media poiché riflettono la destrutturazine post-moderna del linguaggio politico in messaggi semplicistici e buonisti veicolabili attraverso immagini e slogan, capillari quanto superficiali, e funzionali alla strategia che consiste nell’imporre all’attenzione globale tematiche secondarie che diventano nella rappresentazione mediatica argomenti primari.

Al livello più alto e « rispettabile » della nostra opinione pubblica, dai cantori della società civile, si ciarla del nulla, per distrarre dal pensare alla situazione reale che oggettivamente opprime le classi popolari oscurarandone i veri problemi. Al livello globale, questa tecnica è il modo migliore per mettere sotto pressione le nazioni materialmente più arretrate e alle prese con ben più importanti problemi di sviluppo ed emancipazione dalla miseria e dal giogo coloniale e marcare ancor di più la presunta superiorità morale dell’Occidente « libero e tollerante » nei confronti dei nemici sistemici (in particolare Russia, Cina, Corea del Nord, Cuba e Venezuela, Iran, cattive dunque bombardabili per definizione).

La pretesa di essere portatori di un sistema di valori universali che trascende i particolarismi di classe, ossia i dati economici e materiali costruiti dalla storia, rende la sinistra idealista il portavoce più entusiasta dell’ideologia liberale dei diritti, che più finge, o crede, di combattere. Una buona parte delle élite capitalistiche, sono ormai diventate « di sinistra » dopo aver trasformato l’essere di sinistra da battaglia economica e politica a sfoggio di belli e nobili principi. Ma la borghesia « di sinistra » non è in verità che una destra la quale cerca di darsi un tono. L’importante è che non si parli della politica vista dal punto di vista delle classi, e delle lotte di classe, ma indignarsi astrattamente e genericamente contro le malefatte del giorno.

L’agenda del dibattito della cosidetta società civile riflette così le baruffe intellettualistiche intorno a idee che alla fin fine portano quasi sempre e solo intorno a un unico concetto : le libertà dell’individuo sacro e onnipotente, dunque all’egoismo individualista. Insomma, si pubblicizza un megalomane ribellismo piccolo borghese, ciarliero e alla moda.

Nessuno a sinistra è più sfiorato dall’idea che lo stato di cosa presenti sia da superare, e che si debba cambiare in profondità l’ordine sociale esistente. Oggi si sceglie – tra offerte diverse e tutte sostanzialmente uguali – ma non si cambia. E nella scelta si esaurisce il campo di libertà formali concesse ai singoli. In questo risiede la vittoria del liberalismo, il padre di questa visione – in cui la sinistra ha creduto di trovare il terreno per manifestare la propria diversità, dandosi ai buoni sentimenti una volta abbandonato il terreno economico. Ma non basta fare il poliziotto buono per differenziarsi dal poliziotto cattivo che è la destra, per dimostrare di essere una reale alternativa al sistema attuale. 

Tra l’originale e la copia, il cittadino-elettore sceglierà sempre l’originale: i nostri parlamenti, che rigurgitano di forze liberiste, conservatrici, reazionarie e razziste ne sono l’esempio più chiaro e sconfortante.

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