Economia della crisi: il Capitale organizzato


draghi-slide-bceCircolano a proposito della crisi le analisi e le interpretazioni più varie: alcuni commentatori affermano si tratti di una crisi del debito, altri che la causa di tutti i nostri mali sia l’Euro, altri ancora additano la finanza, il liberismo sfrenato, molti accusano genericamente lo Stato.

L’unica cosa in comune a questo genere di spiegazioni è la filosofia riduzionista che le sottende: imputando a un fattore unico tra i tanti disponibili il collasso economico generale, oscurano così la necessità di uno sguardo d’insieme della fase in corso.

La crisi iniziata nel 2008, chiamata negli ambienti accademici “Grande recessione”, è invece una crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Le convulsioni dovute alla natura strutturale dei disequilibri che sono esplosi a partire dal 2008 portano con sé una serie di sconvolgimenti tali da trasformare in profondità gli assetti economici costituiti, facendo emergere un nuovo ordine sulle ceneri del capitalismo neoliberista. Non si tratta insomma di un incidente temporaneo riparabile dopo aver trovato la falla, di un sistema naturalmente perfetto cui sono stati messi temporaneamente i bastoni tra le ruote.

Il capitalismo sta passando a una fase superiore. Si sta evolvendo, e ogni evoluzione porta con sé la sua dose di macerie e vittime. Da quando il motore dell’accumulazione si è inceppato nel 2008 – dopo aver esaurito la spinta propulsiva del debito privato e della finanza speculativa – fare profitti si è infatti rilevata un’impresa ben più ardua di quanto non lo fosse stata negli anni del credito facile.

Alla ricerca di una nuova via per controbilanciare la caduta della redditività, le imprese hanno intrapreso una mutazione necessaria a mantenere il tasso di profitto a un livello di sostenibilità economica e solvibilità finanziaria. La nuova via consiste principalmente in un processo di fusioni aziendali, liquidazioni e acquisizioni tra societá, in un movimento di incorporazione da parte dei gruppi più grandi delle forze produttive messe in difficoltà dalla crisi. Queste fusioni sono messe sotto il controllo di società finanziarie controllate dai capitalisti che beneficiano di una posizione economica solida, in attivo, e poggiano sulle insituzioni bancarie concentrate in colossi mondiali del credito.

Concretamente tale tendenza porta alla creazione di gruppi transnazionali di dimensioni colossali, e trasforma, combinandoli, gli assetti proprietari delle differenti branche dell’industria e del credito. Queste società, sono le sole in grado di mettere in campo quell’efficienza e organizzazione necessarie alla sopravvivenza in un ecosistema economico ultracompetitivo dove solo chi ha la stazza e la produzione di scala adeguata riesce a sopravvivere, ovvero fare profitti necessari a redistribuire dividendi agli azionisti e ripagare i prestiti bancari ottenuti per finanziare l’espansione.

Detta così può sembrare una cosa astratta e lontana dal comune sentire, in effetti lo è. Proprio su questa difficoltà a definire il mondo dell’alta finanza e della grande industria – i cui ordini di grandezza sono incomprensibili alla stragrande maggioranza della popolazione – fanno fortuna i propagatori di spiegazioni semplicistiche e riduttive.

L’esempio FIAT, così fan tutti

Per cercare di farci un’idea del processo di concentrazione delle forze produttive e centralizzazione dei capitali in corso, prendiamo l’esempio italiano più avanzato, la (ex) FIAT. La famiglia Agnelli ha realizzato negli ultimi anni quella fusione tra capitale industriale e bancario richiesta dal mercato – rappresentato dalla società d’investimento Exor di cui è principale azionista. Exor s.p.a detiene FCA, il comparto assicurativo Partner Re localizzato alle Bermuda, partecipazioni importanti in varie banche di investimento, nei media e nello sport.

La Exor è sotto questo punto di vista una società per azioni delle più avanzate in Italia, primo gruppo economico per fatturato e uno dei principali in Europa. Il suo controllo assicura il controllo di una massa conseguente di capitale in cerca di investimento redditivo. Alla stregua della Exor, operano altri migliaia di enormi conglomerati finanziari, che si espandono requisendo attività più piccole, o in difficoltà, o fondendosi con gruppi compatibili, e organizzano tramite l’accorpamento di attività diverse, lo sfruttamento delle opportunità economiche offerte dai mercati globali.

Tali conglomerati si appoggiano finanziariamente sui colossi del credito bancario, gli unici in grado di supportare, dirigere, assistere e se necessario imporre operazioni di acquisto o mega fusione di tali entità.

Piccoli capitalisti muoiono

Tutto ciò che è permesso alla grande industria e all’alta finanza, è precluso al piccolo capitalista. Egli non ha i mezzi per competere, e quindi soccombe, espropriato dal grande capitale. E anche tra grandi capitalisti, può risultare più debole, e quindi in sofferenza, colui che non ha saputo diversificare e finanziarizzare la propria attività, rimanendo legato al mondo produttivo di base.

Il produttore chiude fabbrica e bottega, e vista l’estensione delle forze produttive, e le conseguenti dimensioni raggiunte dai colossi multinazionali, anche un padrone “classico”, proprietario unico di un’azienda di qualche centinaio di dipendenti, può essere considerato in questo nuovo contesto come “piccolo”, e sicuramente in sofferenza, certamente arretrato da un punto di vista capitalista.

Il nuovo ordine cui accennavamo poc’anzi prende dunque forma desertificando la piccola-media produzione, liquidando e annettendo i capitali deboli, espellendo i lavoratori in massa dal ciclo produttivo e centralizzando le leve del capitale al vertice di società e istituzioni finanziarie sovranazionali gestite collegialmente dai capitalisti più forti, ma al contempo sensibili alla sostenibilità del sistema e consapevoli che altri capitalisti, in posizione di debolezza, si pongono come antagonista oggettivo a tale tendenza.

In quest’ottica va letta la divaricazione tra il Nord e il Sud Europa, la crisi dell’Eurozona e le politiche di austerità. Come abbiamo già avuto modo di dire in proposito, in Europa è in corso nient’altro che un conflitto tra borghesie: una guerra commerciale in cui le borghesie nordiche sono in posizione di forza mentre le borghesie dei paesi periferici, deboli, si adeguano scaricando i costi sui lavoratori (ciò non si applica ovviamente capitalisti forti dei paesi deboli del calibro degli Agnelli, Benetton o Pesenti, che ovviamente fanno parte della circolo virtuoso e vincente, appunto perché sono ormai localizzati e organizzati globalmente, avendo integrato le istituzioni di controllo e direzione dei capitali internazionali).

Vecchi e nuovi capitalisti

È sotto gli occhi di tutti la prodigiosa espansione dell’industria del credito, tramite istituti finanziari il cui core business e forza principale non risiede nel possedere beni, bensì nell’impiegare capitali altrui. Essi centralizzano una massa sparsa di capitali individuali che in seguito al trattamento finanziario diventano veicoli unificati di investimento sui mercati. I mercati sono oggi il Capitale, inteso come capitale finanziario in libero movimento.

La natura di questo capitale finanziario differisce dal capitale classico, industriale, in mano al singolo padrone. Si tratta di Capitale organizzato, e non di capitali in concorrenza. Si passa dalla prevalenza nel mondo economico dei proprietari individuali al 100% di piccoli-medi capitali direttamente produttivi – padronato diffuso composto per lo più da imprenditori in concorrenza tra loro – adl dominio di agglomerati di capitale riunito, ripartito in partecipazioni trasversali sull’insieme dei monopoli e grandi gruppi che si spartiscono i mercati di riferimento. Una parcellizzazione proprietaria estesa su scala globale viene riunita in una rete di interessi comuni dei rappresentanti dei gruppi dominanti all’interno delle stesse classi borghesi, quelli che fanno rifermento all’aristocrazia finanziaria più sviluppata. Essi, insieme, detengono gli asset più svariati, cosa che li mette in relazione e li obbliga a delegare l’impiego dei capitali, ad agire secondo un piano e non in brutale concorrenza primaria. 

Un piano concepibile però solo da chi ha una visione d’insieme, ed ecco che entrano in gioco gli istituti finanziari, le banche, uniche in grando di sondare le profondità dei mercati, ai quali sono spinti a delegare l’amministrazione per far lavorare il capitale. Una classe di dirigenti finanziari emerge dunque come nuovo attore del sistema, un’aristocrazia del denaro slegata dalla proprietà diretta ma depositaria del potere di manovra e controllo di enormi flussi finanziari. Ovviamente, questi stessi amministratori tendono a diventare proprietari nella misura in cui investono le fortune derivanti dal loro lavoro, così come capitalisti in attivo nel mondo produttivo tendono ad entrare negli assetti proprietari dei fondi di investimento e nelle banche d’affari globali.

Essendo relativamente lontani dal mondo produttivo di base, e gestendo collettivamente il capitale, questi nuovi capitalisti stanno ai capitalisti classici come il capitalista classico sta all’artigiano.

In questo intreccio tra vertici proprietari di capitale finanziario e la loro lotta coi capitalisti in difficoltà si gioca il futuro del capitalismo, in evoluzione verso uno stadio di estrema concentrazione monopolistica, e la stabilità del sistema socio-economico. In termini di riproduzione del ciclo economico e di perpetuazione dell’ordine sociale, la crisi assolve quindi la sua funzione di regolazione sociale: distrugge il capitale in sovrabbondanza (in questo modo il sistema cerca di sopravvivere alle contraddizioni che ha generato nel corso degli ultimi trent’anni ) per consegnarlo ai competitor piu attrezzati in grado di scovare profitti in un constesto sempre più difficile: eliminano la concorrenza, licenziano, rafforzano il più forte.

Sul sacrificio di molti, si perpetua un ordine sociale al servizio di pochi. Le implicazioni politiche di questa lotta intercapitalistica, e il loro impatto sulla classe operaia e i lavoratori, soprattuto in Europa, sono molteplici e saranno analizzate in un prossimo articolo.


Brancaccio, Costantini, Lucarelli, Crisi e centralizzazione del capitale finanziario in Moneta e credito, vol. 68 n. 269 (2015), 53-79

Brancaccio, Cavallaro, Leggere il capitale finanziario, Introduzione a Hilferding, Il Capitale finanziario, 2011, Mimesis edizioni, Milano

Braudel, La dynamique du capitalisme, Flammarion 2008, Paris

Lenin, L’impérialisme, stade supreme du capitalisme, éditions Science Marxiste 2005 Paris

Marx, Il Capitale, Libro I, cap. 23

Piketty, La Capital au XXI siècle, Seuil, 2013 Paris

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