11/09 : Allende vive

250px-Stamp_Salvador_AllendeL’11 settembre rappresenta per tutti i comunisti, gli internazionalisti e i democratici un anniversario doloroso. Il giorno in cui, nel 1973, le forze reazionarie cilene e internazionali spinsero Salvador Allende – fondatore del Partito Socialista e Presidente eletto del Cile – al suicidio all’interno del Palazzo presidenziale, soffocando nel sangue le aspirazioni socialiste della democrazia cilena.

Quel che accadde può essere riassunto così: l’alta borghesia cilena – ovvero i ricchi commercianti e gli industriali dei quartieri bene di Santiago, in combutta con l’ambasciata USA, la CIA e gli ambienti d’affari internazionali – scontenta del risultato elettorale che aveva premiato la sinistra marxista, orchestrò il colpo di Stato che piazzò al potere la giunta militare guidata dal generale Pinochet.

Questa cricca di usurpatori venne immediatamente riconosciuta (e ammirata) da tutti i dirigenti delle sedicenti democrazie occidentali – sempre pronte per altro a dare lezioni di diritti umani e libertà al mondo. La Chiesa cattolica in particolare accordò la propria benedizione al macellaio Pinochet, uomo della provvidenza, secondo la ben sperimentata passione per i dittatori fascisti, da Mussolini in poi.

Nel frattempo, le forze progressiste del mondo intero assistevano sconvolte, esterrefatte e soprattutto impotenti allo scatenarsi del terrore pinochetista – alla tortura di massa, alle migliaia di militanti gettati vivi dagli aerei militari nell’Oceano Pacifico con una pietra al collo, ai sindacalisti, operai, intellettuali e studenti di sinistra scomparsi nel nulla ,“desaparecido”, agli stadi trasformati in centri di detenzione permanente.

Questa violenza bestiale fu in parte occultata, in parte accolta dai media “liberi” occidentali e dalle nostre classi dirigenti come necessaria contro il comunismo e “per la salvezza della civiltà cristiana”. Con queste parole deliranti, sintomo di chiara isteria, malafede e paranoia, essi propagavano infatti le giustificazioni della mattanza in corso (1).

Difficile invece trovare le parole adeguate per cercare di fare giustizia oggi di un crimine di tale portata, non generico e astratto, ma concreto: commesso dai ricchi e dai loro scagnozzi armati contro le classi lavoratrici cilene e mondiali in nome dell’anti-comunismo.

Tuttavia, se una lezione dobbiamo trarre da questo tragico evento, è la conferma che per le classi dirigenti e i media la scelta democratica e pacifica vale solamente se il popolo fa scelte conformi alle loro attese e ai loro interessi. Se invece le masse votano per il vero cambiamento – se quindi permettono a forze autenticamente operaie, marxiste e comuniste di accedere al potere – la via pacifica per loro non esiste più. Essi scatenano al contrario il terrorismo, la repressione e la guerra civile al fine di punire quella che identificano come un’insubordinazione delle classi subalterne (2).

Ciò svela – al di là della retorica e del formalismo liberale – la natura profondamente anti-democratica e classista delle nostre democrazie borghesi, che non permettono una reale alternativa, ma concedono al massimo varianti di sistema allo scontento popolare: le pallide opposizioni di governo.

Allende, con il suo sacrificio, è un monito sempre vivo nella memoria e nella pratica rivoluzionaria. Un esempio dei pericoli che corrono coloro che combattono realmente per cambiare lo stato di cose presenti, per un ordine sociale nuovo, senza classi, libero dall’oppressione dell’uomo sull’uomo.


1) Leggere a questo proposito il discorso di Fulton di Wiston Churchill, matrice ideologica di tutte le falsità e i luoghi comuni anti comunisti del dopoguerra

2) Stesso copione per la Spagna nel ’36, l’Iran nel ’53, il Guatemala nel ’54, il Brasile nel ’64, la Grecia nel ’67, l’Italia dove non è stato mai permesso al PC di accedere al governo.

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