La falsa via del patriottismo economico nell’UE

epa03075665 A close-up view of the EURO lettering on a Euro coin, as seen in Cologne, Germany, 24 January 2012. Greece was not doing enough to reform its economy, several European Union finance ministers complained during their meeting in Brussels on 24 January, warning that it was putting its second international bailout at risk. Athens has been promised a second bailout worth a total of 130 billion euros (142 billion dollars), on top of its original 110-billion-euro rescue package. EPA/OLIVER BERGIn due precedenti articoli abbiamo analizzato come la crisi esplosa nel 2008 stia contribuendo ad aumentare il grado di centralizzazione capitalistica: sempre più imprese perdono la loro indipendenza operativa per essere ricondotte sotto il controllo centralizzato di istituzioni bancarie e finanziarie.

Persiste da allora una tendenza oggettiva alla costituzione di grandi gruppi industrial-finanziari e all’accentramento indotto da un sistema creditizio che attualmente favorisce la formazione di capitali di dimensioni sempre maggiori collocati prevalentemente nel Nord Europa.

Tale processo alimenta un conflitto intercapitalista tra i paesi periferici, deboli, e i paesi core, Germania e Olanda in testa, dove risiedono i capitali dominanti. Questa dialettica rude determina gli equilibri politici dell’Eurozona in funzione della preminenza delle borghesie nordiche (e dei grandi capitalisti dei paesi deboli, gli unici in grado di accedere all’internazionalizzazione richiesta dai mercati).

Di conseguenza, alcuni Paesi europei – o meglio le classi lavoratrici e i piccoli capitalisti devastati dalla crisi dei Paesi periferici – si trovano in estrema difficoltà di fronte ai loro concorrenti germanici. In queste condizioni, è dunque facile per una parte della classe dirigente di tali Paesi instillare nell’opinione pubblica la convinzione che la causa di tutti i loro mali sia l’Europa, l’Euro, e che un ripiego nazionalista sia la soluzione.

La questione dell’Euro

Le basi economiche di questo nuovo nazionalismo risiedono nella disintegrazione dell’industria dei paesi periferici dovuta al processo capitalistico in corso, all’espropriazione operata dai grandi capitalisti nei confronti dei più piccolo; ciò non vuol dire tuttavia che tale tendenza sia una legge inevitabile della storia. Gli sviluppi economici sono influenzati dalle decisioni di politica economica e monetaria, che a loro volta scaturiscono dai rapporti di forza a un momento dato, i quali modificano a loro volta gli assetti economici soggiacenti.

La principale ragione della non-inevitabilità del processo di sviluppo in senso monopolistico del capitalismo risiede senza dubbio nella possibile disintegrazione della area Euro, che costituirebbe un serio inconveniente per lo sviluppo di un capitalismo pienamente monopolistico. Le contraddizioni e gli squilibri generati dalle asimmetrie produttive dell’unione monetaria sono tanto palesi infatti da poter far crollare l’impalcatura comunitaria, sempre più compromessa, da un momento all’altro.

Un ripiego identitario di tipo nazionalista sarebbe allora plausibile, imposto dai gruppi sociali legati alla piccolo-media impresa asfissiata e in sofferenza, che trovano una nascente proposta politica nel sovranismo. Proprio mentre gli eredi del movimento operaio esitano a elaborare un paradigma di analisi che vada oltre l’UE, l’unione monetaria e il mercato unico – che non implichi per questo un ritorno al passato – i reazionari, di destra e di sinistra, teorizzano la costituzione di fantomatici argini di protezione contro i processi economici in corso: il cosiddetto patriottismo economico.

Le forze anti-Euro, le vecchie destre populiste, così come sinistre borghesi che rimpiangono i bei tempi di un “capitalismo più giusto”, identificano l’argine in uno Stato-protettore dalle nuove funzioni, in grado di difendere “il popolo” dall’avidità del capitale transnazionale. Il feticcio dello Stato-protettore implica però necessariamente l’ammorbidimento dei conflitti di classe in nome del nemico unico “esterno” rappresentato qui dalle istituzioni europee, in un’ottica completamente interclassista e nazionalista. Alla realtà delle classi in lotta per rivendicare interessi materiali, si rischia di cedere al sogno menzognero di una comunità legata da interessi comuni indissolubili.

La piattaforma politica del patriottismo economico

La politica del patriottismo economico – declinata in romantici fronti di “liberazione nazionale” contro la tecnocrazia comunitaria – sarebbe quindi una via d’uscita dalla crisi, in grado di rappresentare le istanze progressiste delle classi operaie e tutelare le classi salariate? No, di certo, e chi lo afferma o mente o non si rende contro di fare il gioco del capitale, il che è se possibile peggio.

Il carattere di questi programma è infatti chiaramente reazionario. Occultando la natura di classe in cui ogni Stato nasce e si sviluppa, c’è il rischio concreto del ritorno al vecchio corporativismo comunitario di stampo fascista, o nel migliore dei casi, all’affidarsi a logiche di mercato neo-liberiste. Attraverso la presunta necessità di constituire fronti di unità nazionale contro l’Europa, in realtà si accredita l’idea di un grande abbraccio con le destre, ovvero col più retrogrado padronato nazionale.

Il superamento dell’architettura istituzionale comunitaria – i cui assetti di potere riflettono la prevalenza dei grandi capitalisti europei – è certo una condizione necessaria, ma non sufficiente, per il progresso sociale. Irrinunciabile e prioritario è costruire un partito che promuova realmente le rivendicazioni del Lavoro. Altrimenti quando l’Euro crollerà – o verrà smantellato di comune accordo dagli stessi che l’hanno voluto perché non più conveniente – le sue macerie ricadranno sulla stessa impalcatura capitalistica che l’ha generato, senza per questo scalfirla.

Per le classi lavoratrici italiane equivarrà a sostituire l’attuale oppressione con un’altra, probabilmente con due gocce di riformismo di bilancio in più. Non è difficile immaginare come il grande capitale farebbe in tal caso buon viso a cattivo gioco lasciando i nuovi nazionalismi reprimere il conflitto sociale, organizzare corporativamente lo Stato e la produzione – anche col recupero della proprietà pubblica in settori chiave – senza per questo intaccare sostanzialmente il mercato unico né regolare e/o reprimere la circolazione dei capitali a livello europeo.

La mobilità è per ora il fattore non negoziabile per il capitale finanziario, tranne se un progetto oligarchico nazionalista sarà in grando di far intravedere nuove vie di profitto (negoziate tra il capitale finanziario e lo Stato corporativo). I capitalisti si accomoderanno allora del patriottismo economico come strumento di dominazione sulle classi lavoratrici e come mezzo di salvaguardia dei propri affari in un contesto in cui questa opzione sia l’unica che permetta la riproduzione di un sistema altrimenti insostenibile.

Andare avanti, mai tornare indietro

L’ambiguità delle posizioni No Euro da sinistra, risiede dunque nel lasciar planare l’idea che il tramonto dell’Euro e il ritorno alle monete/bilanci nazionali risolverà per intero i problemi della classe operaia e dei lavoratori tutti. Ciò è falso, e se invece non è questo l’obiettivo, allora inutile. In ogni caso farà il gioco del capitale quando esso giudicherà necessario sbarazzarsi di uno strumento monetario cha ha fatto il suo tempo (ed è chiaro che l’Euro sparirà quando non farà più comodo ai capitalisti tedeschi, ovvero alla frazione più potente della borghesia europea).

In questo contesto i sovranisti si preparano a servire al capitale una comoda opzione capitalistica di uscita dalle contraddizioni dell’Euro, il tutto abbellito da un’abile quanto menzognera propaganda in favore delle classi subalterne e del lavoro. Tuttavia non è inutile ricordare che anche negli anni Trenta si affermarono – con proposte “sociali” per uscire dalla crisi – dei partiti Nazional-Socialisti, che di socialista, come si è visto, avevano ben poco.

Al contrario, le forze comuniste, invece di interrogarsi su come fermare questo processo (ritornare ai buoni vecchi tempi andati è infatti un obiettivo oggettivamente retrogrado, di certo idealista e romantico poiché non corrisponde alle condizioni odierne di sviluppo) dovrebbero organizzarsi per assumerne il controllo democratico. Per questo occorre creare un partito operaio forte in grado di prendere in mano e pilotare i processi economici in corso, pianificare l’uscita da sinistra dall’Unione europea capitalista, incidendo sul processo di centralizzazione capitalistica in corso per dirigerlo in chiave moderna verso un’orizzonte di progresso sociale rivoluzionario su scala europea, come prima tappa di sviluppo del potere della classe lavoratrice.

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