Le mani sul mondo: l’imperialismo dopo la grande recessione

the_fruit_of_the_imperialism_by_latuff2.jpgL’imperialismo di oggi è un sistema frammentato, che vede negli USA il perno, e nella Francia, Gran Bretagna, Israele e Germania gli attori semi-automoni seppur secondari di un eterogena coalizione occidentale. Essi convergono però verso gli stessi obiettivi: mantenere con ogni mezzo la supremazia occidentale a scapito sia delle regioni del mondo in via di sviluppo – tramite l’impiego della forza militare – sia delle regioni periferiche (ex ricche) all’interno del mondo ricco, come l’Europa del sud, usando l’arma economica dell’austerità.

Questo multi-imperialismo è l’imperialismo nell’epoca della frammentazione degli interessi, la somma di diversi imperialismi regionali, interconnessi e al contempo in competizione per ragioni economiche, supervisionati dall’imperialismo egemone USA. Alla sua forma disparata corrisponde una strategia decentralizzata, soprattutto perché non vi è più un fronte anti-imperialista unito intorno all’URSS, che rispondeva esso stesso al blocco imperialista concentrato nelle mani USA (in un momento in cui i vecchi imperi coloniali « classici » declinavano).

Oggi esistono poli oggettivi che vanno contro gli interessi occidentali: la Cina in primis, l’Iran e la Russia, il Brasile, in parte l’India, che sono inquadrati in relazioni diplomatiche ed economiche multiformi tra di loro e anche tra loro e gli USA, riflesso delle relazioni economiche miste e interconnesse proprie al Capitale finanziario. Inoltre alcuni di questi Paesi sono dei sistemi capitalistici, ma più arretrati rispetto a quelli occidentali, i quali si sono sviluppati sino a un maturo stadio imperialistico (per lo meno gli USA). Da questa configurazione degli assetti macro-economici risulta che vi è una compenetrazione tra resistenza all’imperialismo occidentale, e lotta inter-capitalistica per la spartizione e gestione delle risorse globali.

Il Capitale è globale, ma gli interessi spesso convergenti non sono strutturati secondo un principio di cooperazione, del tutto impossibile nell’economia capitalista. Esso genera una stabilità punteggiata da guerre locali sempre più frequenti, in cui tale contraddizione trova sfogo per ora. Una sorta di guerra fredda economica necessaria a evitare lo scontro frontale – ovvero il protezionismo che annienterebbe buona parte delle economie avanzate e in via di sviluppo.

Eppure – dopo il decennio di dottrina Bush rispondente a una filosofia imperialista « classica » che voleva rinnovarsi ma ha « fallito », in termini di applicabilità, col disastro iracheno – le aggressioni imperialistiche sono ripartite in stretta connessione con la crisi economica generata dalla grande recessione del 2008. Il multi-imperialismo è la seconda fase, che si ridefinisce in relazione agli errori e difficoltà applicative, all’esaurimento della forza, della prima fase (1991, caduta dell’URSS – 2007 crisi economica); la quale ha comunque assolto una buona parte dei suoi scopi: appropriazione di risorse, espansione dei mercati, eliminazione di regimi ostili per il controllo strategico di vaste aree del pianeta.

La caccia alle risorse e ai nuovi mercati si internazionalizza in corrispondenza al Capitale finanziario che opera al più alto livello di mobilità. Solo la concentrazione in grandi gruppi transnazionali permette ora di mettere in moto quelle risorse, gigantesche, di cui necessitano per estrarre profitto, sempre più faticosamente, in ogni angolo del pianeta.

Per palliare a questa difficoltà oggettiva, i grandi gruppi acquisiscono attivi nazionali ed esteri, al fine di lanciarsi in affari su scala globale forti del loro gigantismo e delle connessioni garantite dalle banche d’affari globali. Essi generano profitti producendo nel terzo mondo, finanziarizzando l’attività, comprimendo i costi nei paesi d’origine, evadendo le tasse su scala planetaria. Al contempo la crisi terribile che affligge i Paesi a capitalismo maturo da cui queste società prendono origine (e il cui sviluppo è necessariamente incompatibile con il benessere e il progresso dei lavoratori di questi Paesi) e la pressione che esercitano per l’apertura dei mercati dei Paesi in via di sviluppo, causano tensioni tali da sfociare in guerra aperta quando le opportunità di profitto si comprimeranno a livelli allarmanti.

La strada intrapresa è chiara e a un processo così rapido di accumulazione e concentrazione corrisponderà inevitabilmente uno scompenso che, in base a come si stabiliranno i rapporti di forza susseguenti a tali sconvolgimenti economici, genererà delle violenze sempre più di ampia scala, tendenti verso il conflitto generale.

Quadro globale : gli imperialismi

a) Imperialismo americano-tedesco in Europa

Militare: gli USA dispiegano sistemi d’arma all’Est contro la Russia, tramite l’allargamento della NATO. La Russia non può non rispondere. Ne consegue una corsa al riarmo da ambo le parti (vedi in questo quadro la crisi ucraina)

Economico: l’allargamento della basi economiche dell’UE, genera il bisogno di espandersi su nuovi mercati, quello ucraino costituisce la nuova possibile manna da spolpare, o di sottomettere le periferie del Sud allo sfruttamento dei Paesi core, con Germania e FMI direttamente implicati nel processo.

b) Imperialismo franco-britannico in Africa

In Libia, Mali, Centroafrica viene applicata una strategia di destabilizzazione per procedere a interventi « pacificatori » per impiantare sempre più truppe. Obiettivo strategico: fermare con le armi la penetrazione economica cinese che ha permesso il decollo economico del continente e il possibile autonomizzarsi degli stati africani dalla tutela occidentale; indispensabili ai gruppi multinazionali occidentali per estrarre risorse vitali per il sistema di produzione occidentale – oro, petrolio e uranio – dall’Africa tenendola in uno stato di miseria e violenza organizzata.

c) Imperialismo americano-israeliano in Medio Oriente

Guerra per procura in Siria attraverso il finanziamento da parte dei Paesi del Golfo e della Turchia ai gruppi terroristici « ribelli » siriani, allo scopo di isolare l’Iran e proteggere Israele. In questo contesto prende vigore il terrorismo di matrice salafista che insanguina anche l’Europa.

d) Imperialismo in Sudamerica 

Imperialismo “classico” ma il settore è meno strategico che in passato, e il sub-continente si emancipa rapidamente. Tuttavia gli USA non rinunciano a fomentare colpi di Stato morbidi (Paraguay, Honduras), perseguire blocchi economici (Cuba), sabotaggi e controllo illegale (Brasile, Venezuela, Bolivia) nei confronti dei Paesi non allineati.

e) Imperialismo USA in Asia

Il pivot to Asia costituisce la strategia USA per il nuovo secolo a cui tutto il resto è subordinato. Fermare la Cina è la priorità numero uno: gli USA si incaricano direttamente dell’affare, appoggiati dai loro uomini in Asia.

Conclusioni

Gli USA giocano la carta diplomatica con l’Iran poiché attaccarlo sarebbe uno sforzo troppo impegnativo per il momento, ma destabilizzano il Medio Oriente con la guerra sporca, mentre in Africa mandano avanti i loro bracci armati regionali per ristabilire l’ordine. In Europa nel frattempo l’UE si incarica di fare blocco economico e geo-strategico contro la Russia col sostegno armato logistico della NATO (cioè USA), appoggiandosi economicamente sulla Germania. In tutto questo il Sudamerica trova spazio di emancipazione e le forze anti imperialiste avanzano più facilmente che in passato

Gli USA non avendo più la forza di coprire tutti i fronti si concentrano sul pericolo maggiore: la Cina, delegando le altre sfere d’influenza alle forze regionali subalterne, i vecchi imperialismi francesi e britannici in via di rinnovamento. Il disimpegno non è però facile. Cambiano infatti oggettivamente i rapporti di forza che lentamente e inesorabilmente stanno orientandosi verso la supremazia della Cina. A questo processo graduale ma inesorabile gli Usa possono contrapporre ad oggi solo la loro incontestabile supremazia militare investendo il mari asiatici e armando il Giappone.

Per invertire il rapporto di forza che si fa sfavorevole l’unica opzione realistica per gli USA è la guerra contro la Cina, o cercare di destabilizzare la Cina finanziando movimenti terroristici e anti-regime (come fecero negli anni 50 coi nazionalisti tibetani) per puntare sul collasso politico. Ad oggi una guerra tra le due potenze sembra inconcepibile, è però la più probabile delle ipotesi a medio/lungo termine quando la Cina avrà superato economicamente gli USA e allo stesso tempo gli USA avranno dispiegato tutta la loro potenza di fuoco intorno alla Cina.

In ogni caso, la crisi economica in cui versa il capitalismo deve trovare sfogo. Investire nuovi mercati è un’esigenza vitale e il problema è che quello cinese si apre lentamente, gradualmente e sotto il controllo del Partito, non lasciando mano libera agli appetiti dei grandi gruppi occidentali.

Eppur si apre, facendo parzialmente da spugna – in maniera interessata – alle pressioni del Capitale globale. In questo, la politica economica cinese attuale riveste un ruolo di pragmatico pacificatore: una chiusura nazionalistica, da sinistra, della Repubblica Popolare genererebbe una tensione di qualità superiore, esplosiva; una eccessiva apertura, da destra, significherebbe invece la totale consegna del Paese agli interessi del grande Capitale occidentale.

Per questa ragione, i grandi gruppi industriali e finanziari globali si trovano in una contraddizione: essere obbligati ad andare in Cina, ma per la prima volta nella loro storia doverlo fare secondo delle regole imposte loro da un sistema sociale alternativo, e non costruite intorno ai propri interessi. Quindi oggettivamente la Cina controlla l’afflusso di capitali stranieri a proprio piacimento, fungendo da valvola di controllo del sistema globale: se ne accetta troppi in un arco di tempo limitato rischia la destabilizzazione, ma non lo farà, poiché la direzione politica in quel Paese è in mano al proletariato e non alla borghesia, espropriata della propria rappresentanza politica.

La Repubblica Popolare farà entrare capitali esteri prudentemente per gestirli a piacimento. Ma ciò non basta al Capitale finanziario per assorbire la crisi, quindi le tensioni politiche aumenteranno inevitabilmente. La propaganda anticinese si intensificherà di pari passo con l’aumento delle condizioni di vita e della potenza economica e militare cinese. Non è escluso il ricorso ai metodi di sempre: creazione ad arte di casus belli (come le false prove sulle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam) per giustificare dapprima sanzioni economiche apripista ad attacchi militari irresponsabili.

Nel frattempo, sono la Siria e le regioni ucraine del Donbass a essere stritolate da questo meccanismo omicida del capitalismo finanziario; i cui popoli cercano di resistere come possono all’attacco concentrico delle forze scatenate dall’imperialismo.

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