L’insostenibile Unione Europea Capitalista

Carta UE dei 28 nel 2014Dai tempi della prima Rivoluzione industriale fino ad oggi, la storia dei Paesi capitalisti è fatta di periodi di accumulazione, seguiti da crisi economiche, colonizzazioni e poi guerre per risolvere le contraddizioni e le crisi.

La Grande Recessione del 2008 è l’ennesima crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Essa è caratterizzata in particolare da una vastissima proliferazione dei debiti, pubblici e privati, dovuta alla finanziarizzazione dell’economia, resa possibile dalle politiche economiche intraprese a partire dagli anni ’80 nelle due nazioni faro del capitalismo : USA e Gran Bretagna.

Queste politiche si articolarono sostanzialmente intorno a un assioma di base: la de-regolazione dei mercati, quindi della circolazione del capitale e delle merci. I primi passi furono la drastica detassazione dei grandi patrimoni e redditi d’impresa, per alimentare in capitale il nuovo processo di espansione e accumulazione, chiamato neo-liberismo.

Per giustificare una tale svolta di classe – di fatto l’instaurazione progressiva di un regime di privilegi fiscali per le classi più agiate – la teoria sostenne che la ricchezza, una volta liberata dai vincoli tirannici e socialistici della mano pubblica, dall’alto sarebbe inevitabilmente ricaduta verso il basso, creando così maggiore innovazione e benessere per tutti.

In altre parole, che ciò che era buono per le classi agiate fosse allo stesso tempo buono per la società tutta intera, arrivando a identificare l’interesse generale con l’interesse delle imprese, dei padroni, del Capitale finanziario. Spuntarono dalle migliori università americane modelli matematici di cristallino rigore scientifico, al solo scopo di dimostrare la necessità delle riforme.

Ed ecco come una menzogna, ammantanta da scienza economica, servì a giustificare l’ulteriore stadio di accaparramento massivo di ricchezza nelle mani di pochi. Gli uomini d’affari di tutto il mondo, dopo decenni di sedicenti odiose vessazioni stataliste, esultavano compatti. Finalmente, le ore di uno stato sociale lassista al servizio di un’orda di poveri assistiti erano contante. Da allora, per la prima volta dal dopoguerra, l’impoverimento dei lavoratori e delle classi popolari si amplificò, cui seguì l’inevitabile fragilizzazione delle classi medie, e infine la macelleria sociale prodotta dalle attuali politiche di austerità.

In questo contesto gli Stati europei, rifondati nel dopoguerra sul compromesso sociale, si impigliavano anno dopo anno in una contraddizione di fondo derivante dalle controriforme liberali che iniziarono ad attuare sulla scia del capitalismo anglosassone: ossia non poter contare sulle risorse provenienti dall’adeguata tassazione, dal controllo e proprietà di una parte consistente dei capitali nazionali e dei profitti d’impresa, ma essere obbligati a sostenere i servizi pubblici universali.

Essi dovevano infatti cercare di mantenere quel buon livello di protezione sociale raggiunto grazie alle lotte operaie e ancora difeso all’epoca dai partiti comunisti e socialisti; quei servizi pubblici – in particolare nel campo dell’istruzione, della sanità e delle pensioni – che rappresentavano la conquista principale per le classi lavoratrici occidentali e che permisero l’emergenza del ceto medio, oggi entrambi sotto attacco. Al contempo, i governi si trovarono nella necessità di tamponare le falle della disoccupazione montante.

Gli Stati non trovarono allora altra soluzione che ricominciare a indebitarsi con le classi sociali esentate dalla tassazione progressiva sui grandi patrimoni e sul capitale. Da qui il ricatto: una volta oberati dagli interessi del debito, furono spinti a tagliare sullo stato sociale, e al contempo tassare pesantemente le classi popolari e medie per rimborsare i creditori. Il debito che nel passato serviva per finanziare le guerre, ora diveniva una scelta obbligata per finanziare la pace sociale.

Allo stesso modo i lavoratori, sottoposti alla pressione sui salari, il cui potere d’acquisto cominciò a erodersi di anno in anno, trovarono sul mercato la soluzione miracolosa di cui avevano bisogno per palliare all’impoverimento diretto: il ricorso al’indebitamento per sostenere il tenore di vita raggiunto negli anni del boom, la produzione attraverso il consumo, e quindi il tasso di profitto del capitale, legandosi mani e piedi alla corda tesa dal capitale che li avrebbe strozzati.

MODO DI PRODUZIONE : CRISI, FINANZA E DEBITO

Indebitarsi conviene, a coloro che sono in grado di concedere prestiti : la grande borghesia proprietaria del capitale, che vive della necessità di valorizzarlo, generalizzandone l’uso ed esportandolo. 

La possibilità di reperire crediti, quindi di indebitarsi, è un presupposto stesso dell’espansione industriale, uno strumento di perfezionamento del capitalismo quando passa a una fase superiore di sviluppo. Il bisogno d’indebitarsi fu generato inizialmente dalla necessità dell’apparato produttivo di vendere la merce in eccesso in un quadro di compressione dei salari, leva necessaria a sua volta per sostenere i profitti. Lo sviluppo dell’industria del credito gestita direttamente dagli istituti finanziari privati fu conseguenza naturale della necessità oggettiva di espansione su scala globale.

In questo contesto, che è quello della divisione del lavoro su scala mondiale, le nazioni più avanzate tendono automaticamente a rivestire il ruolo di esportatrici principali della materia prima che è propria al loro stadio di sviluppo: i capitali, ovvero i risparmi nazionali che si fondono in capitale globale nelle mani delle banche d’affari.

Tali risparmi provengono essenzialmente da due fonti differenti: il piccolo risparmio del ceto medio-basso, e il grande risparmio, della borghesia industriale. Mentre il piccolo risparmio si incanala verso forme di remunerazione prudente, raramente speculativa, assicurato da poste e piccole banche territoriali che si incaricano del servizio ritirandone i modesti profitti, il grande risparmio, che tutto può e in base al quale le possibilità di profitto sono gigantesche, entra invece nel circuito della finanza globale, trasformando il capitale industriale in capitale finanziario.

Il capitale finanziario eroga credito sotto forma di : a) debiti contratti per i singoli – ad esempio per l’acquisto di una casa, di una macchina, di un insieme di beni di consumo -, b) linee di credito per le aziende, per esempio per l’acquisto di nuovi macchinari, di ampliamento dei capannoni, ovvero investimenti in capitale fisso ; c) per l’acquisto di altre aziende da parte di società multigruppo e multinazionali, o partecipazioni dirette in capitale, azioni; d) per progetti a carattere puramente speculativo sui mercati finanziari.

Esso alimenta il canale dei grandi investimenti speculativi e industriali internazionali che prendono la forma: a) della speculazione industriale: le aziende in difficoltà, rilevate da fondi di investimento, ristrutturate licenziando e sbarazzandosi degli asset problematici, poi rivendute come scatole dopo aver distrutto l’impianto produttivo e aver lasciato lo Stato a gestire il dramma sociale dei licenziamenti e della lacerazione del tessuto economico reale; b) della speculazione su materie prime, monete e debiti sovrani; c) della speculazione immobiliare, e dei prodotti derivati tossici che dipendono da essa.

Facendo leva su tassi di interesse, plus valute, commissioni e ogni sorta di cavillo estorsore insito nel credito al consumo, sull’ingegneria finanziaria, queste operazioni fittizie sostengono un tasso di profitto altrimenti non ricavabile da attività reali, limitate alla produzione e legate ai territori. Esse necessitano anzi esigono la completa liberalizzazione dei flussi di capitale e l’apertura di mercati internazionali. Ecco la natura concreta dei tanto celebrati mercati, degli investimenti da attirare ad ogni costo, nei confronti dei quali, adattare con deferenza ogni politica pubblica, diventa un dovere inderogabile.

Sulla base di questa analisi, l’Unione Europea è il momento più alto di costruzione di un’amministrazione centralizzata al servizio di tali movimenti di capitali. Ed essendo fondata sull’austerità, sul predominio dei Paesi più avanzati sulle periferie, sull’oppressione antioperaia, sullo smantellamento delle tutele sociali acquisite e sulla necessità di espansione, crea tensioni terribili all’interno del corpo sociale e all’esterno nei confronti dei Paesi non ancora integrati al circuito capitalista, da aggredire militarmente per saccheggiare, esattamente come la classe operaia è aggredita e saccheggiata dall’austerità.

Serbia, Ucraina, Libia, Siria sono solo gli ultimi esempi di confilitti imperialisti derivanti dalla tendenza allo sviluppo capitalistico monopolista. La UE è un accordo tra grandi capitalisti per il mantenimento dei loro affari e l’organizzazione reazionaria per frenare i Paesi in via di sviluppo.

La società europea nel frattempo – soffocata dal peso di ricchezze che perseguono in modo tirannico i propri interessi – è attraversata da ogni sorta di conflitti, derive, populismi, sollevazioni e spinte reazionarie identitarie tipiche di un sistema putrefatto che cerca di nascondere il proprio declino, funzionale solo all’arricchimento di una ristretta classe borghese dominante. Ma grazie a un’abile propaganda mediatica, menzognera quanto scollegata dalla realtà, le classi dominanti europee sono fin troppo abili nel nascondere la sofferenza degli strati ultramaggioritari di popolazioni intere, come in  Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, e così pure della maggioranza dei lavoratori e disoccupati dei Paesi europei dominanti, come Germania, Francia e Olanda.

Non stupisce che i limiti entro i quali è autorizzata oggi l’espressione della “volontà popolare elettorale” nel quadro dell’Unione Europea capitalista siano il rispetto non negoziabile delle regole di bilancio della Zona Euro e il rispetto degli impegni in seno alla NATO. Austerità e Guerra imperialista sono due facce della stessa medaglia: la democrazia liberale europea è a tal punto condizionata da questi due fattori da illustrare perfettamente, per chi vuol vederlo, la distanza tra l’ideologia menzognera e astratta della libertà borghese, e la realtà concreta dell’oppressione di classe.

Questa realtà incatena i lavoratori, privati di alternativa, liberi unicamente di adeguarsi e subire le leggi e il dominio di forze economiche ad essi estranee e nocive. Al contempo crea una faglia che mina alle radici la costruzione comunitaria capitalistica, una contraddizione sulla quale i partiti operai e comunisti devono far leva per sollevare la questione del Socialismo in Europa come soluzione alla crisi del sistema attuale.

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