Berlusconi: ovvero quando la borghesia arriva al potere

1385715283-berlusconi2I primi vagiti della pura dominazione borghese in Italia furono stentati e tragicomici, ma non per questo meno rivoluzionari e nefasti per il proletariato italiano. Essi presero la forma dei governi Berlusconi (e la reazione costituita dai governi Prodi).

Siamo negli anni ’90 e primi anni 2000, l’epoca delle privatizzazioni selvagge, della disoccupazione strutturale e dei lavoretti umilanti, del saccheggio delle risorse umane e materiali dell’Est Europa, della spartizione planetaria del bottino ad opera delle multinazionali e dei conglomerati finanziari globali. L’epoca del Capitalismo che raffigurava se stesso come il dominatore del Socialismo reale vinto e avvilito.

Anche l’Italia, o meglio i capitalisti italiani, desideravano partecipare al grande banchetto. Ma per farlo dovevano dotarsi dei mezzi adeguati, poiché a quel tempo la classe dominante italiana non era equipaggiata per prendere il largo dell’internazionalizzazione. 

Lo Stato era in macerie. La DC che aveva assolto così bene il suo ruolo storico di immondo parassita istituzionale, di boicottatore in ultima istanza della Repubblica fondata sul lavoro, con la caduta del blocco socialista aveva esaurito la sua ragione d’essere per i potentati anticomunisti statunitensi. I suoi cerimoniali da convento e le vuote sedimentazioni metafisiche dei suoi riti clerico-clientelari, non potevano che essere guardati come un retaggio di Medioevo nel cuore dell’Europa che si apprestava a unirsi sotto la spinta dei mercati internazionali.

Un intralcio insomma per lo sviluppo degli assetti politici in adeguazione alla nuova fase del grande capitalismo monopolista transnazionale. Esso doveva essere annientato, un pugno di magistrati ambiziosi si incaricò della bisogna. In questo contesto gli scandali di corruzione infine svelati alla luce del sole cancellavano d’un tratto il partito unico che aveva governato per 40 anni.

La nostra borghesia di provincia, di certo un po’ spaventanta dal perdere d’un colpo il proprio referente politico, fu necessitata a tentare l’assalto diretto allo Stato. Lo fece, attraverso l’ascesa politica improvvisa di uno dei capitalisti più ricchi e influenti, uno degli elementi più in vista della sua classe : Silvio Berlusconi.

Ora, chiunque conosca un poco il personaggio esiterebbe, con uno snobismo un po’ compassato, a prenderelo sul serio. Sbagliando. Pur nella conduzione farsesca del suo operato politico, egli centrò il bersaglio di aprire la strada alla dominazione diretta degli affaristi, magnati e imprenditori sulla vita sociale del Paese. 

Alla corruzione campestre della Democrazia Cristiana timorata di Dio, si sostituì immediatamente la raffinata e libertaria costruzione di montaggi finanziari che parlano inglese, l’aperta prostituzione politica, holding, bond, trading, scalate societarie, Opa, paradisi fiscali, depenalizzazione dei reati finanziari e cancellazione delle imposte progressive sui grandi patrimoni e i profitti d’impresa e speculativi.

Tutte cose però che richiedevano tempo, esperienza, capacità amministrativa e politica, del tutto assenti all’epoca fra le « competenze » dei nostri nuovi e moderni liberali. In risposta a tali lacune si costituì allora un blocco – detto di centro-sinistra (sinistra da sola era già una parola che iniziava a far paura)-, emendato da ogni riferimento operaio e di classe, ammaliato di liberalismo, punto di riferimento per un pugno di magnati moderni e progressisti.

La lotta politica per anni venne così egemonizzata da un falso antagonismo: si passò dalla lotta tra il Partito della classe operaia contro i partiti del Capitale, alla lotta tra i partiti dei differenti gruppi della borghesia: quella dei medi e grandi industriali del Nord, quella dei privilegiati del ceto intellettuale e amministrativo urbano, quella finanziaria ad alta internazionalizzione, quella dei notabili di provincia, in una ricomposizione permanente di raggruppamenti politici. Unite dalla necessità di utilizzare direttamente lo Stato a protezione, scudo e trampolino dei loro patrimoni.

I lavoratori vennero pian piano consegnati all’abbandono, costretti ad appoggiare a volte gli uni a volte gli altri a seconda del livello di rassegnazione e disgusto cui giungevano al termine di ogni avvilente e meschina campagna elettorale parlamentare.

Cronaca di una vittoria annunciata

Il primo governo Berlusconi dura un anno e mezzo. Per il Paese fu un’esperienza farsesca conclusasi in maniera tragicomica. Essa dimostrò soprattutto l’inesperienza e l’inadeguatezza della borghesia italiana alle prese con la direzione immediata dello Stato.

Con le sue maniere scomposte, Berlusconi illustrava la distanza che separava le nostre nuove classi dirigenti dal resto del mondo capitalista occidentale. Esse entravano in costante conflitto col galateo istituzionale vigente e col galateo borghese delle ben più evolute classi possidenti, della finanza e dell’industria europea e americana. Ma questa patetica macchietta rappresentava i primi vagiti del dominio diretto dell’alta borghesia degli affari in Italia. Berlusconi e gli industriali che in lui si riconoscevano, erano e sono guardati con sufficienza e commiserazione dall’estero, ma con estrema fierezza da parte della borghesia italiana che si rispecchiva senza esitazioni in lui.

Essa infatti, galvanizzata dalla possibilità di dimostrare cosa realmente è in grado di fare una volta al potere – in maniera per così dire «ufficiale » – accreditò a Berlusconi meriti, lodi, e consenso senza pari. In tal senso si spiega dunque l’immenso successo politico di un personaggio altrimenti ridicolo, e allo stesso tempo abile e spregiudicato.

D’altro canto, lasciando da parte il folclore della nostra borghesia da operetta che si cimenta nella corte dei grandi, la proposta politica con cui essa accede alla suprema funzione è semplice e per nulla velleitaria: la « rivoluzione liberale ».  Tale parola d’ordine traduce la chiara aspirazione al controllo diretto dell’apparato statale da parte della classe industrial-finanziaria in funzione della propria espansione, che prevede la restaurazione di condizioni di sfruttamento necessitanti il necessario smantellamento dalla legislazione sociale del dopoguerra.

La « rivoluzione liberale » non è quindi una chiacchiera al vento né una trovata propagandistica; essa risulta da una chiara comprensione degli interessi globali e permanenti della classe, necessaria per cominciare ad innestare al livello amministrativo, istituzionale e giuridico i cambiamenti già da tempo in atto nell’economia e nei rapporti sociali, sconvolti dal peso crescente dei patrimoni privati, delle immense ricchezze in mano a un pugno di famiglie, sull’organizzazione quotidiana della società. Allo stesso tempo, questa nuova cornice è necessaria per assicurare l’accumulazione futura di profitti e la loro concentrazione in poche mani.

Tuttavia questa pressa di controllo delle redini dello Stato genererà battaglie epocali e trasversali tra il nuovo che avanza e la vecchia forma statale ereditata dalla Costituente, tra i metodi sbrigativi propri a un padronato di provincia e le vestigia sclerotizzate dalla direzione democristiana, tra le leggi e le protezioni sociali derivanti dalla lotta del dopoguerra e i bisogni impellenti di arricchimento dei nuovi magnati moderni.

La scarsa attitudine alla direzione determinò sviste, manchevolezze, ingenuità, vuoti e incomprensioni, anche tra i governi berlusconiani e la sua classe di riferimento. Ciononostante nel corso di circa 20 anni di duro apprendimento la borghesia raggiunse buoni risultati. 

Sia la destra che la sinistra lavoravano infine, alternativamente, nell’interesse dei ricchi e del mercato. Lo specchietto per allodole del governo e dell’opposizione, della democrazia liberale nella sua veste di gala, si perfeziona a dismisura. Questo corso ventennale di recupero farà acquisire alla borghesia le competenze essenziali alla condotta diretta degli affari di Stato, congelati per anni nelle mani del clero democristiano.

Si svolgeva sotto gli occhi atterriti dei lavoratori italiani il processoche Engels descrisse a suo tempo, della borghesia che «diventa la classe politicamente dominante e acquisisce così sempre più mezzi per opprimere e sfruttare la classe oppressa». L’impoverimento delle masse diventò allora inevitabile, poiché l’alternanza borghese pose i meccanismi instituzionali reazionari in grado di condizionare in maniera perenne lo sviluppo dei redditi – verso il basso – e dei profitti – verso l’alto.

L’alternanza degli uguali fu soprattutto in grando di recepire e far assorbire al corpo sociale le direttive europee che in questo senso sono il frutto e l’espressione cosciente della pratica e della riflessione ben più avanzata e raffinata di quelle concepibile dalle sole classi dirigenti nazionali isolate: la pratica della borghesia imperialista nei suoi agganci transnazionali. Essa rimpiazza a poco a poco la vecchia classe dirigente coi suoi nuovi elementi attivi, formati secondo il nuovo modo; butta a mare le vecchie liturgie repubblicane semplicemente riempiendo il Parlamento di replicanti al servizio del milionario, del leader, del tecnico, dell’istrione di turno. Essa di fatto apre la strada al potere incontrastato dei circoli d’affari, di coloro che hanno i mezzi per manipolare il consenso e costruire reti di potere.

A destra come a sinistra, in maniera opposta e speculare, si costituiscono le oligarchie di riferimento, i « capitani coraggiosi » d’industria da servire e riverire. Per la cronaca, la lotta terribile tra due di essi, Berlusconi e De Benedetti, entrò in tutte le case degli italiani come un duello rusticano cui il popolo dovette appassionarsi e prendere parte. Un’arena mediatica in cui le feroci tifoserie si schierano urlandosi addosso; in cui i contendenti usano le armi più pesanti e volgari; dove i giornali sono messi al servizio degli interessi di bottega; dove i fatti sono distorti dalle interpretazioni e dall’opposta propaganda; in cui le lobby non sono altro che le corti legali legate a cordate di magnati vincenti su tutti i tavoli.

Avvenimenti come Mani Pulite e il Berlusconismo furono dunque il riflesso politico di movimenti di fondo giganteschi, quali sono lo spostamento di una massa enorme di ricchezza dalle tasche dei lavoratori a quelle della borghesia iniziata negli anni ’80; delle slavine economiche che nel frattempo sotterrarono la classe operaia sotto le macerie del capitale globalizzato, dei rapporti di forza in rapida modificazione tra le classi e degli assetti internazionali in evoluzione con la caduta dell’URSS. Insomma, la nostra democrazia entrò a passi da gigante nell’era della maturità capitalista. Dove, non da ultimo, la libertà di stampa diventa libertà di chiacchiera in favore o contro il miliardario di turno.

 

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