Quando l’Oxfam e Piketty scoprono la disuguaglianza

imagesL’Oxfam pubblica un rapporto sulle disuguaglianze mondiali in cui stabilisce che 62 miliardari detengono la ricchezza equivalente a quella posseduta da più di tre miliardi di persone, ed è subito confusione.

L’ambiguità e l’ipocrisia alla base dell’impostazione del documento lascia basiti, basti citare rapidamente qualche passaggio. Leggiamo all’inizio del rapporto:

“Uno dei fattori chiave che favorisce quest’enorme concentrazione di ricchezza e reddito è il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro”

Vediamo qui sintetizzate le conclusioni delineate dall’economista francese Thomas Piketty nel suo “Capitale nel XXI secolo”, ma siamo lontani dalla realtà, poiché si invertono cause ed effetti: queste ricchezze da dove provengono? Il fattore chiave è la concentrazione della produzione in poche mani e la centralizzazione dei capitali propria alla fase monopolistica del Capitalismo, caratterizzata dallo sviluppo finanziario fuori norma. “Il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro” è un semplice effetto di questa proprietá privata, da cui deriva l’accumulazione, sicuramente indecente, ma necessaria, di ricchezze smisurate nelle mani di pochi individui appartenenti alla stessa classe sociale.

Particolarmente esilarante poco dopo quando si afferma: “l’Oxfam fa appello ai leader mondiali affinché si attivino per dimostrare che stanno dalla parte della collettività e per imprimere una battuta d’arresto alla crisi della disuguaglianza” (pp 7-8) con una serie di misure, o meglio una lista della spesa, completamente superficiali.

Comunque, mentre gli estensori del rapporto si ingegnano a scoprire l’acqua calda – del tipo che le multinazionali hanno troppo potere di influenza sugli Stati (ma chi glielo da questo potere se non gli Stati stessi?) – finalmente a pagina 33 appare l’unica nota degna di interesse. Leggiamo:

“La mancanza di concorrenza offre alle imprese l’opportunità di stabilire prezzi che consentono loro di trarre profitti di gran lunga superiori al valore reale e alla produttività. Se è raro trovare un monopolio puro, in cui un solo soggetto controlla il 100% del mercato, esistono però molti esempi di imprese dotate di un potere monopolistico che detengono quote di mercato superiori al 25%”. E si citano alcuni esempi come Google, Monsanto, ABinBev, YKK e in generale i colossi imprenditoriali monopolisti.

Ma l’esposizione su questo punto per noi comunisti fondamentale è breve e si conclude senza note incisive, poiché qui si entra nel terreno pericoloso della proprietà della produzione, dove risiede la radice reale del problema, e dove non è lecito avventurarsi, se si vuole rimanere nel recinto dell’economia borghese. Pena essere tacciati di stalinismo, totalitarismo e via dicendo, e perdere i finanziamenti governativi e diritto di tribuna nei consessi internazionali che contano.

We are the 99%?

Le nostre riserve su tale maniera di impostare il discorso sulla disuguaglianza sono totali. Sul metodo certo: perché mai focalizzarsi su 62 persone? Di grazia, anche fossero 6662 cosa cambierebbe? In ogni caso, non potrebbe essere altrimenti: in regime di accumulazione capitalistica la tendenza è ed è sempre stata all’appropriazione privata del profitto. E poi siamo sicuri delle cifre e delle statistiche utilizzate? Data la facilità di nascondere i patrimoni al fisco, le oscillazioni delle valutazioni degli attivi, l’approssimazione delle fonti, i paradisi fiscali, l’opacità del sistema bancario ombra è impossibile stabilire cifre coerenti, al massimo dare ordini di grandezza provvisori.

Nel merito poi la linea politica che sottende tale analisi è debole, in quanto riformista, e sostanzialmente subalterna al pensiero neo-liberale. Questo rapporto è frutto politico infatti della tristemente famosa tesi dell’1% degli ultraricchi versus il 99%, cara alle nuove sinistre radicali e altermondialiste.

Questa teoria, per quanto ormai di moda negli ambienti alternativi che contano, induce a una falsa lettura del problema delle disuguaglianze. La sua debolezza principale risiede nell’attenzione esclusiva accordata alle ricchezze già formate, e nel disinteresse riguardo la distinzione teorica tra patrimonio – una semplice entità contabile – e Capitale – forza viva di riproduzione sociale, formata da risorse materiali, immateriali e umane in mano a privati che le mobilizzano per il profitto.

Così facendo i suoi sostenitori cadono, inconsapevolmente o meno, in una sorta di socialismo statistico e voyeristico nei confronti dei magnati da copertina, mentre suggeriscono una soluzione che risiede semplicemente nella redistribuzione per via fiscale, nella tassazione della finanza e della “ricchezza”. Si accredita l’accumulazione privata come motore dell’economia, illudendo che si possa correggerne e controllarne gli eccessi a posteriori confidando nelle buone intenzioni dei governi. Implicitamente il paradigma del capitalismo non viene scalfito, anzi si vede rafforzato.

Chi controllerebbe, oggi, infatti tale processo? Questi economisti dimenticano che il potere si negozia sulla base dei rapporti di forza tra le classi, non per via tecnocratica, dall’alto delle teorie giuste. E oggi le classi possidenti sono talmente in posizione di forza, e i lavoratori così privi di rappresentanza politica, da non dover fare nessuna concessione.

Inoltre la teoria del 99% pretende di trattare le disuguaglianze su una base completamenente interclassista. In breve: il 99% siamo noi, cittadini-brave-persone, tutti sulla stessa barca, contro una micro-élite di cattivi arraffoni egoisti da tassare.

Fandonie manichee. La complessità sociale smonta questa visione semplicistica: in quel 99% sono incluse le classi borghesi ricche e agiate, sfruttatrici allo stesso livello dell’1% di ultra-miliardari, le masse piccolo borghesi devastate dal grande Capitale, le classi medie e ceti intellettuali dominanti, la classe operaia e i lavoratori salariati dei servizi, le masse di disoccupati e inoccupati, sottoproletariato cooptato dall’alta borghesia nel suo slancio reazionario.

C’è la realtà insomma, al di là delle semplificazioni statistiche. Ci sono i rapporti sociali di produzione che determinano l’accumulazione di patrimoni e ricchezze, ci sono i conflitti che determinano le forme di arricchimento degli uni, il parziale arricchimento di altri, la miseria e lo sfruttamento di una stragrande maggioranza, e le forme di governo.

Ma di questo neanche una parola. Strappalacrime e demagogico invece, ma per niente sorprendente vista tale linea, il titolo dell’ultimo capitolo: “Da un’economia che esclude a un’economia inclusiva”, ove il rapporto sentenzia:

“È necessario che tutti i Governi si adoperino per una seconda generazione di riforme fiscali per porre definitivamente fine agli abusi fiscali da parte delle grandi imprese.”

Come no! Sentiamo già scrosciare gli applausi della sinistra da salotto, le indignazioni di Repubblica e i moniti pensosi degli intellettuali sensibili alla povertà. E perché no degli stessi capitalisti – termine che l’Oxfam non utilizza mai sia chiaro, in quanto troppo démodé e forse per paura di essere etichettati come estremisti – perché con denunce di questo genere il loro dominio è assicurato per secoli.

Quando infatti sono chiamati a porre rimedio a un sistema globale di sfruttamento gli stessi governi espressione dalle classi borghesi che da tale sfruttamento traggono il proprio dominio economico, gli uomini di governo imposti dalle banche, dai grandi media, dai grandi gruppi industriali, limiti di posizioni di questo tipo sono più che evidenti: sono limiti reazionari.

Noi non siamo il 99%, noi siamo quelli per cui la disuguaglianza esisterà finché esisterà il Capitalismo e le guerre imperialiste/coloniali che da esso derivano. E che sparirà solamente con con la scomparsa del Capitalismo stesso in favore del Socialismo, non con il suo aggiustamento fiscale.

Il resto, sono chiacchiere da convegno erudito, scuse non richieste e niente più.


Il rapporto Oxfam disponibile qui : http://www.oxfamitalia.org/wp-content/uploads/2016/01/Rapporto-Oxfam-Gennaio-2016_-Un-Economia-per-lunopercento.pdf

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2 thoughts on “Quando l’Oxfam e Piketty scoprono la disuguaglianza

  1. fausto 24/01/2016 / 12:19

    Tasse locali, dividendi globali: i soldi, con lo svanire di frontiere e dazi doganali, circolano liberamente in direzione di poche tasche ben note. Non c’è governo che possa prenderne un po per darne a chi lavora. L’apoteosi del regime feudale.

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    • Alberto F 24/01/2016 / 12:25

      Il rigido controllo dei capitali a livello europeo, unito alla protezione dei salari, sarebbe una delle misure in grado di ribaltare i rapporti di forza in favore del Lavoro in Europa. Purtroppo non esiste nessuna forza politica operaia in grado di applicare tali misure oggi.

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