Cina Popolare/Unione Europea: l’insostenibile paragone

cinaPer valutare concretamente gli effetti devastanti del Capitalismo in Europa, in questa fase di austerità e l’oppressione anti-operaia che media e ceto politico cercano di occultare come un assassino nasconde il cadavere, basta fare il paragone tra la depressione salariale che affligge il continente e l’espansione salariale che caratterizza la Cina socialista.

Una piccola premessa: certo, fare un paragone del genere sembra triviale, soprattutto per le nostre classi dominanti e il nostro ceto intellettuale intriso di superiorità; troppo elevato per mettersi in competizione coi paesi “in via di sviluppo”, che ancora si dibattono in volgari questioni materiali mentre noi saremmo già nella sfera raffinatissima dei diritti civili e della vertigine culturale dell’astratto.

Eppure uno sguardo attento ai dati ci rivela una realtà che fa fatica ad emergere nell’opinione pubblica: una buona parte dei lavoratori cinesi guadagna ormai in media all’incirca quanto gli operai europei di Grecia, Portogallo, Spagna e Sud Italia, e più di quelli dell’Est Europa “liberato” ormai 25 anni fa dal comunismo.

Il caso ucraino, ultimo Stato ricondotto sotto l’egida UE/NATO a colpi di squadracce fasciste è particolarmente illuminante. Avevamo già avuto modo di dire che la repressione sanguinosa in Ucraina equivale alle riforme liberali in Europa, entrambi manifestazioni dello stesso contenuto: l’oppressione feroce di una classe sull’altra, che si attua con l’austerità, la “moderazione salariale”, le privatizzazioni, per “rassicurare i mercati”, secondo il linguaggio raffinato degli economisti borghesi.

Dicevamo anche che i nostri governi sostengono il governo ucraino non certo perché ciechi di fronte alle violenze, ma perché le considerano necessarie alla stabilizzazione di un ordine economicamente conforme alla UE, che i governi pre Maidan stentavano ad applicare.

Questo ordine produce il seguente risultato: 46€ lordi al mese di salario minimo, salario medio di 160€, a causa della caduta vertiginosa da quando la democrazia all’europea dei diritti e della libertà ha preso il potere a Kiev. Sì, l’Ucraina si appresta a grandi passi a diventare sempre più europea. E intorno non va meglio: salari minimi tra i 180 e i 380€ in Bulgaria, Romania, Lituania, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Slovacchia ed Estonia. Salario minimo intorno ai 500€ in Portogallo, Grecia e Spagna, ove i salari medi rasentano i 1000-1200€ lordi. Mentre il costo della vita in Europa, dall’Ovest all’Est, non c’è bisogno che stiamo qui a spiegarvelo.

In Cina accade invece che il salario minimo è ormai a 230€ mensili, mentre quello medio risulta intorno ai 700€ lordi, certo distribuito non uniformemente, ma in progressione eccezionale e stiamo parlando di un Paese che ha il triplo degli abitanti dell’Europa e che nel ‘49, anno di fondazione della Repubblica Popolare era il piu povero al mondo, dietro l’Africa.

Accade che il piano quinquennale prevede un incremento annuo del salario minimo del 13%, e questo dal 2000. Ciò è dovuto principalmente alla decisione di avvicinare il livello dei minimi ai valori medi. A riprova, l’aumento globale del costo del lavoro ha spinto gran parte delle aziende occidentali a ricollocare la produzione in Paesi a manodopera più conveniente come India, Bangladesh, Cambogia. Nel 2020 gli operai e i lavoratori della Repubblica Popolare guadagneranno più di gran parte degli operai europei.

Tutto ciò dimostra che non siamo di fronte a un normale processo di convergenza in cui un Paese in via di sviluppo colma « naturalmente » lo scarto coi Paesi sviluppati. Altrimenti non si spiegherebbe come mai i Paesi in via di sviluppo che seguono un modello capitalista si trovino impantanati, al loro livello, nelle stesse contraddizioni della UE e gli USA, con salari che stagnano o arretrano e diritti sociali inesistenti o sotto attacco, mentre la Repubblica Popolare si sviluppa in maniera quantitativamente e qualitativamente superiore, a tal punto non solo da aver distanziato enormemente i partners dei BRICS, ma di raggiungere i Paesi delle sempre più vaste periferie d’Europa.

Le verità è che in Europa è in corso un gigantesco balzo all’indietro per i lavoratori e le masse, mentre la borghesia si arricchisce in maniera esponenziale. Lo sviluppo delle forze produttive sulla spinta del profitto dei privati scarica interamente i costi sulle spalle delle classi lavoratrici, che arretrano materialmente, e di conseguenza al livello dei diritti. L’Europa tende a diventare come gli USA, dove formidabili forze di produzione e finanziarie sviluppatesi sulla desertificazione di città e territori vastissimi centralizzano l’enorme ricchezza intorno a centri urbani dove regna l’aristocrazia industriale e finanziaria. Le masse invece – tra operai con stipendi da fame, divieto di organizzarsi in sindacati, 60 milioni di poveri che vivono di bonus alimentari di razionamento – si arrabattano nella durezza estrema delle condizioni di vita, tra criminalità, violenza e sfruttamento.

Non so se ce ne rendiamo conto, ma significa che gli equilibri del mondo stanno cambiando, grazie alle forze sociali di produzione emerse grazie alla più incisiva delle Rivoluzioni socialiste asiatiche. Significa che l’imperialismo userà tutti i suoi mezzi per bloccare questa ascesa e che una delle armi necessarie è la depressione salariale sul continente europeo, indispensabile alla costituzione di un coerente polo imperialista continentale.

Se capiamo questo, capiremo anche che l’unica salvezza per la classe operaia e i lavoratori italiani ed europei consiste nell’organizzazione dell’autonomia politica del proletariato, quindi del partito, per la lotta all’interno degli Stati sfruttatori europei con l’obiettivo della presa del potere. L’avvento del potere operaio è una condizione di vita o di morte, se non si vuol tornare allo sfruttamento puro del tipo di quello che precedette il 1917, anno della Rivoluzione d’Ottobre che costrinse il Capitalismo a fare concessioni alle masse operaie occidentali.

Al posto della schiavitù salariata in un mondo ipersviluppato, destino che ci prospetta il Capitalismo, occorre sublimare il progresso produttivo portato dal Capitalismo con l’emancipazione e lo sviluppo sociale che solo il Socialismo potrà realmente attuare.


http://www.china-briefing.com/news/2015/07/17/2015-guida-sui-livelli-minimi-salariali-in-cina.html

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/20/cina-governo-raddoppia-stipendio-funzionari-misura-contro-corruzione/1354971/

https://histoireetsociete.wordpress.com/2016/01/29/lukraine-de-plus-en-plus-europeenne-par-olivier-berruyer/

http://www.infodata.ilsole24ore.com/2015/02/27/europa-il-salario-minimo-piu-basso-e-in-bulgaria-dieci-paesi-sotto-i-500-euro/

http://www.wired.it/economia/lavoro/2014/01/06/salari-italia-europa/

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4 thoughts on “Cina Popolare/Unione Europea: l’insostenibile paragone

  1. fausto 30/01/2016 / 22:17

    L’unica cosa che mi sento in dovere di obiettare è relativa alle risorse: i cinesi hanno e usano montagne di carbone, e controllano metà della tavola periodica. Oggettivamente una base di partenza notevole – senza nulla togliere alle loro capacità imprenditoriali e politiche.

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    • Alberto F 30/01/2016 / 23:19

      Senza dubbio, tuttavia ciò non gli impedisce di essere all’avanguardia anche nelle energie rinnovabili, compatibilmente coi loro obiettivi di sviluppo sociale. Un’oggettiva capacità di pianificazione delle sue classi dirigenti permette alla Cina di avanzare in maniera nuova e diversa rispetto ad altri paesi. In un altro nostro articolo ci eravamo rapidamente soffermati su questo punto https://lottobre.wordpress.com/2015/12/08/comunismo-ed-ecologia/

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