Comune miseria e inganni del riformismo

marzo-43-operai-in-sciopero-Sesto-S-GC’è qualcosa che Germania e Italia hanno in comune, nonostante siano spesso e falsamente additate come realtà antitetiche, l’una virtuosa e l’altra viziosa. Sono fattori comuni che le rendono viziose entrambe agli occhi dei lavoratori: le disuguaglianze strutturali e in crescita esponenziale, la concentrazione della ricchezza in poche mani (1), drenata dalle classi lavoratrici verso le classi dominanti.

Questo elementi non sono un errore di sistema, al contrario si tratta della comune identità sostanziale di tutti i Paesi europei, senza differenza tra i virtuosi nordici amanti delle riforme e le cicale del Sud amanti dello sperpero (e per questo da punire). Paradossalmente, i virtuosi sono più colpevoli dei viziosi da questo punto di vista, poiché le riforme di cui sono promotori servono proprio a questo: arricchire i ricchi.

Dati alla mano, in Italia come in Germania la base sociale della povertà si allarga, quella della ricchezza diminuisce, mentre aumentano a dismisura i patrimoni privati. Ciò avviene proprio mentre la base industriale si restringe, e si concentra nelle mani di alcuni grandi gruppi, e la sfera finanziaria si allarga, diventando dominio di professionisti degli affari.

Questo perché, al netto delle differenze contingenti, sia l’Italia che la Germania condividono un carattere unico e decisivo: essi sono regimi borghesi, il cui regime di produzione è il capitalismo; dove miseria e disuguaglianza derivano dallo sfruttamento, così come la concentrazione della ricchezza, e sono inerenti a questo sistema.

La proprietà privata dei mezzi di produzione, la necessità di valorizzazione del capitale, il profitto privato, restringono gradualmente l’accesso alla proprietà della produzione, mentre espandono oltre misura le capacità produttive, detenute da monopoli industrial-finanziari onnipotenti.

Questo sistema in cui viviamo non è di natura divina, per quanto ci venga proposto come “naturale” ed eterno: è invece una formazione storica relativamente recente, e come è nato, prima o poi svanirà. Ma siccome non è dato mettere in dubbio la bontà e l’immortatiltà di tale sistema – carattere che contraddistingue gli intellettuali, studiosi e giornalisti borghesi, in realtà tutto il pensiero borghese – i mali che necessariamente genera per la stragrande maggioranza della popolazione sembrano eterni e divini.

In conseguenza essi sono buoni solo per nutrire discorsi politicanti, e promesse elettorali. In questo senso, fanno vivere tutta una classe di politici disposti a promettere mari e monti, a speculare sulla disperazione e il malcontento a ogni tornata elettorale, con le solite promesse disattese intorno ai soliti temi – la disoccupazione, la crisi, la vita dura. Promesse inattuabili, poiché la fine delle ingiustizie è possibile solo con la fine dello sfruttamento, cosa impossibile all’interno del capitalismo, ma possibile solo a partire dal suo rovesciamento. Questa linea di base è ciò che distingue tutte le vere forze operaie e comuniste dalle forze borghesi di destra e di sinistra. Tuttavia, agli occhi dell’opinione pubblica sempre più reazionaria, tale questione, posta in questi semplici termini, equivale a un’eresia.

Austerità, crisi economiche, guerre, reazione sociale, la violenza estrema e degrado sociale non sono “difetti” nel sistema capitalista, poiché i capitalisti non possono governare, non possono espropriare la ricchezza, senza le crisi e i fenomeni ad essa connessi. Essi sono essenziali per la produzione capitalistica, per liquidare il capitale in eccesso e rilanciare nuovi cicli di accumulazione.

Tali fenomeni non sono il risultato di “errori” da parte della classe dirigente, ma sono leggi della produzione capitalistica, cui i governanti e le stesse classi dominanti non possono che adattarsi. E ciò è talmente vero che esse si ripropongono sempre ciclicamente nelle stesse forme dal 1848 sino ad oggi, sotto governi di destra, centro, sinistra e via dicendo.

Quindi le crisi non solo non sono “risolvibili”, ma sono essenziali per il “progresso” della classe dominante, cioè per la loro capacità di sfruttamento delle risorse, umane e materiali, da cui deriva la loro ricchezza, e la miseria, lo sfruttamento, le difficoltà materiali altrui.

Quel che accade non è accidentale, tantomeno un eccesso dovuto alla particolare ingordigia o scelleratezza dei capitalisti. Non è una distorsione cui si può riparare, una deviazione correggibile consultando e coinvolgendo illuminati comitati di studiosi pieni di buone intenzioni. É il modo stesso in cui il sistema funziona, una necessità, una forza e allo stesso tempo una debolezza del capitalismo. Non saranno libri e discorsi intrisi di utopia o idealismo a far sparire gli effetti del capitalismo: devono esserne rovesciati i rapporti economici, se si vuole incidere seriamente sulla società e sulla storia.

E a rovesciarli potranno essere solo coloro che sono sfruttati da tale sistema, che occupano il posto sociale della produzione e del lavoro, che hanno le mani sulle leve del sistema ma non ne hanno il controllo, premesso che essi siano coscienti del loro posto della società e del loro ruolo storico in quanto classe: la classe operaia.

Nuova e vecchia sinistra riformista

Invece esiste una sinistra borghese, idealista, social-democratica, riformista, radicale, una nuova sinistra alla Corbin, Sanders, Tsipras, Podemos, alla Rifondazione e Sel, che coltiva l’inganno e l’utopia per distrarre i lavoratori dal loro compito storico.

Essi sono opportunisti, nel senso in cui a parole sono tronfi dell’idea di “cambiamento”, ma le loro azioni, sono tutte orientate verso la conservazione del sistema capitalista, e all’imperialsimo guerrafondaio (2).

Un capitalismo “aggiustabile”, dove le classi si riconciliano intorno all’interesse nazionale, che prenda in conto vaghe esigenze umanistiche, che instauri forme di convivenza ideali che semplicemente non sono mai esistite, se non nei libri. Notate infatti che la sinistra riformista non parla mai di rapporti di proprietà e produzione ma solo di generiche disuguaglianze, parla di ricchezze, cioè degli effetti e non delle cause.

Quando si avventura per sbaglio nei terreni della produzione, cioè nella realtà materiale, può al massimo sproloquiare di “produzione popolare”, comunità di produttori e comunitarismo, cooperativismo, autonomia, o altre romanticherie del genere. Il retroterra ideale è il sogno utopico del piccolo produttore, del piccolo borghese, del piccolo capitalista, che vuol tornare a forme del tutto immaginarie di mercato equo, equilibrato, giusto; che idealizza la produzione capitalistica senza crisi, che non può esistere, o pre-crisi, in cui i grandi gruppi multinazionali ancora non facevano man bassa delle risorse. In questo, propone una visione di fatto retrograda, quindi reazionaria, legata a una fase di sviluppo ormai andata e sulla quale non si può ritornare per decreto, anche volendo ammettere fosse “migliore” di quella odierna.

ll romantico attaccamento alla vita contadina, pre-industriale, al comunalismo bucolico, è un segno distintivo della borghesia radicale, estremista, una sua caratteristica storica. Le contraddizioni inerenti alla produzione capitalistica semplicemente le sfuggono, e si riducono, ad esempio oggi, a una mera politica di “anti-austerità” senza voler vedere cosa c’è dietro questa austerità, senza voler constatare che si tratta di una forma, una delle tante, dello sfruttamento capitalista.

In definitiva, essi propongono che il sistema debba essere riformato dai capitalisti stessi. I riformisti – sia nelle loro rispettabile veste social-democratica che nella scamiciata veste radicale – vogliono trasformare la classe rivoluzionaria destinata a distruggere il capitalismo in serbatoio elettorale per andare in Parlamento, e delegare i dibattiti economici a presunti specialisti neutri e a-politici.

Il loro orizzonte è limitato al sostegno e all’attenzione ( più retorica che reale) ai poveri e in generale ai perdenti del sistema, posizionamento che li porta necessariamente a essere intrisi di moralismo e paternalismo. Ma quando la questione avanza verso il perché esistano gli sfruttati, e come fare in modo che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sparisca dalla storia; nell’indentificare chi svolge la funazione sociale di sfruttatore all’interno di un determinato sistema, si giunge necessariamente a mettere in discussione il sistema capitalista nei suoi rapporti produttivi; si passa dal riformismo, dal radicalismo, alla prospettiva comunista.

In breve, si passa dall’utopia dei sognatori alla pratica razionale e al buon senso dell’unica via d’uscita possibile e realizzabile: la Rivoluzione proletaria.


(1)http://www.inventati.org/cortocircuito/2016/02/07/germania-come-e-distribuita-la-ricchezza-tra-le-classi-sociali/ ; http://www.agi.it/economia/2015/01/19/news/piu_paperoni_italiani_che_cinesi_super-ricchi_sono_1_6_milioni-207679/

(2) http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6123&pg=14311

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