Uomini d’affari di lotta e di governo

310x0_1442487341253_rainews_20150917125444283Quando affermiamo che la borghesia domina ormai incontrasta e in maniera diretta in Italia, qualche filisteo pro-regime capitalista è sempre pronto ad alzare il ditino e accusare i comunisti di ideologizzare il dibattito, di parlare secondo categorie vecchie o astratte, di vivere in un mondo a parte. Se non passare direttamente a insulti e scherni.

Insomma a sentirli, a dirigere il Governo e lo Stato ci sarebbero « persone », « gente » di potere, vagamente definita come élite, che sta lì e non è importante domandarsi da dove viene. In tal modo divulgano e accreditano l’idea che la politica e il potere sia in qualche modo scollegati dalla società e dalla realtà materiale, come una bolla, uno strato superiore che vive di vita propria nelle « sfere del potere », e che ha una propria casistica, leggi e comportamenti buoni a riempire le pagine di cronaca politica come i rotocalchi riempiono le pagine gossip della vita dei vip.

Eppure, lungi dall’essere un’astrazione, la visione di classe è l’unica in grado di spiegare razionalmente gli atti del potere politico, in quanto determinati dai rapporti di potere economici prevalenti nella società. E da quanto è lecito dedurre dalle biografie dei nuovi governanti italiani, dalle loro esperienze pregresse, dalle loro affinità, si può comprendere come mai la società italiana vada in un’unica direzione: la preservazione degli affari e dei patrimoni delle classi superiori.

Il governo dei figli di papà che dirige attualmente il Paese – parliamo della figlia del banchiere Boschi, del figlio dell’imprenditore Renzi amico dello speculatore Serra – ce ne dà prova ogni giorno. L’ultima nomina è illuminante: Diego Piacentini, niente meno che il vice presidente di Amazon, uno dei gruppi monopolistici più grandi al mondo, è stato incaricato dal Governo come Commissario per il Digitale e l’Innovazione.

Questo dopo che il Governo aveva recentemente nominato Marco Carrai, ricco imprenditore edile, che colleziona partecipazioni azionarie e presidenze di municipalizzate, società e consigli di amministrazione, figlio di ricchi imprenditori (ovviamente collusi a loro tempo col fascismo) al vertice della struttura per la cyber sicurezza a Palazzo Chigi.

Mentre da due anni dirige il Ministero dello Sviluppo Economico Federica Guidi, imprenditrice, già vice-presidente di Confindustria, carriera finanziaria alle spalle, poi in azienda di famiglia: la Ducati dove regna il papà Guidi padrone.

Illustre predecessore della Guidi fu Corrado Passera, che sta creando la sua formazione elettorale pronta a prendere le redini della nazione quando il fenomeno Renzi sarà passato di moda tra i padroni. Banchiere tra i più potenti in Italia, fece la sua entrata in scena politica sotto Monti. In tutto questo sembra dunque normale che a contendersi la più importante città italiana, Milano, siano due manager privati : Giuseppe Sala e Stefano Parisi. Uno per la « destra » e l’altro per la « sinistra ».

Abbiamo addirittura veri e propri aristocratico-borghesi in servizio come Ilaria Carla Anna Borletti Dell’Acqua Buitoni, sotto segretario ai Beni Culturali, ereditiera della Rinascente, imprenditrice nel settore farmaceutico, poi a Londra nell’editoria.

Senza parlare della composizione di classe del Parlamento, che vede la stragrande maggioranza dei deputati provenire da professioni borghesi liberali (avvocati, giornalisti e medici) e imprenditori. Praticamente sono scomparsi gli operai e i lavoratori, esattamente il contrario della società reale.

Il Parlamento non riflette dunque il Paese, ma solo la composizione delle classi dominanti del Paese, e non può che essere così in regime capitalista; qualunque sia il livello di implicazione e lotta delle classi lavoratrici, esse saranno sempre maggioranza numerica nella società, e infima e decorativa minoranza nelle istituzioni borghesi. E lo Stato serve a queste classi per regolare i loro conflitti interni.

Insomma oggi finanzieri, affaristi, imprenditori e manager sono dappertutto nelle stanze dei bottoni, usciti dalla loro tradizionale riserva e pusillanimità che li faceva stare in seconda linea ad appoggiare il cavallo elettorale vincente di turno. Stanno approfittando così della strada aperta da Berlusconi e iniziano a prendere il rischio di governare direttamente lo Stato.

Vi era un tempo invece in Italia, e tuttora è il caso in altre nazioni capitalistiche, in cui il personale politico era reclutato all’interno di organizzazioni partitiche di massa o accademie tecniche istituzionali (pensiamo alle grandi Ecole francesi, in particolare all’ENA dove vengono allevati i mandarini di Stato). Nonostante essi provenissero dalle classi sociali agiate e possidenti, si configuravano come corpo distinto, specialisti reclutati per dirigere gli affari dello Stato, lo Stato dei detentori del potere economico, cioè della borghesia. Tuttavia questo strato intermedio di amministratori politici era necessario, giacché i rapporti di forza tra le classi sociali imponevano alle classi dominanti di fare concessioni ai lavoratori; quei contentini amministrativi in grado di calmare le pretese e rivendicazioni operaie guidate dai partiti e sindacati forti e strutturati.

Questi politici erano gli elementi politicamente attivi della borghesia, ma in un certo senso separati dalla borghesia degli affari. Come i manager sono i burocrati, la casta dirigente del privato, necessaria soprattutto in questa fase di finanziarizzazione e gigantismo dei gruppi e delle società multinazionali, impossibili da gestire per singoli padroni – i politici di professione, come li abbiamo conosciuti in Italia, e come certo esistono ancora, erano e sono i manager della sfera pubblica, tenuti a rispettare le liturgie isitituzionali anche quando esse possono entrare in conflitto con gli interessi privati di cui sono in ultima istanza al servizio.

La loro missione è ed è sempre stata quella di mobilizzare tutte le forze nazionali al fine di sostenere gli affari delle aziende private, e ingannare il popolo asserendo che si tratta così di perseguire l’interesse nazionale: ovvero perfezionare l’ideologia che identifica l’interesse delle classi dominanti, minoritarie numericamente, all’interesse di tutti. In quest’ottica, che è quella di tutti gli Stati capitalisti, politiche differenti prendono corpo riguardo il modo di gestire il «problema» degli operai organizzati, forza oggettivamente antagonistica agli interessi privati, ma indispensabile per creare l’arricchimento privato, poiché senza lavoro non vi è ricchezza da creare né da accaparrare.

Vi è dunque un elemento di concessione alle classi subalterne che faceva dell’uomo politico, parlamentare o di governo, una vecchia volpe obbligata a tendere l’orecchio ai lavoratori e ai bisogni popolari, demogogicamente se si vuole, ma in realtà per poter preservare il sistema che assicura il dominio ai suoi datori di lavoro, anche quando essi non condividono l’urgenza eventuale di tali concessioni, perché non capiscono che egli deve agire per il loro bene collettivo in quanto classe, al di là dell’egoismo spiccio di ogni singolo padrone arretrato.

I rappresentanti della nuova borghesia sono ben più evoluti, avanzati e colti dei vecchi padroni retrogradi, e in una posizione di forza infinitamente più favorevole nei confronti dei lavoratori abbandonati dalle forze di sinistra: liquidate, corrotte e imborghesite le organizzazioni del movimento operaio, ormai in Italia, come negli USA, i capitalisti, capitani d’industria, banchieri e speculatori possono prendere direttamente il comando di funzionariato pubblico. Possono farlo, in virtù del fatto che non è più necessario fare concessioni: l’autoritarismo è la norma, quando si tratta di attuare le contro-riforme senza dibattito, al solo fine di adeguarsi ai mercati e sotto la pressione finanziaria dei monopoli bancari.

La borghesia si sta riprendendo tutto, e piazza se stessa al timone di questa grande opera reazionaria che è la costruzione dell’Unione Europea dentro la quale l’Italia evolve verso un sistema superiore di sfruttamento capitalista.

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