Libia: di nuovo in guerra

libia 2Se vi domandate a cosa serva un Parlamento oggi la risposta è semplice: ad alimentare la finzione della democrazia, distribuire stipendi e nutrire le clientele politiche. Se vi chiedete a cosa serva un Governo è facile: ad applicare decisioni prese altrove, nell’interesse dei capitalisti.

In economia si decide a Bruxelles e Francoforte, in politica estera a Washington, e entrambi gli aspetti sono legati e indissolubili. La politica estera guerrafondaia che necessita la guida illuminata degli USA è la politica estera del Capitale finanziario, lo stesso che impone l’austerità in Europa come politica economica.

Così ci ritroviamo di nuovo in guerra in Libia, avendo concesso le nostre basi siciliane ai bombardieri USA, sulla base della decisione di un Governo che – per quanto valgano tali considerazioni costituzional-legaliste:

1) Non è eletto 

2) Non ha consultato il Parlamento sovrano

3) Non si cura della Costituzione che afferma a chiare lettere il ripudio della guerra

E su questa base intraprende una nuova avventura militare, dove migliaia di civili periranno, i lavoratori saranno strangolati, diseredati cercheranno di fuggire, popolazioni saranno fragilizzate.

Ora, sappiamo bene che  le classi dominanti non si curano dei formalismo quando si tratta di assicurare i propri interessi, ma almeno fino a poco tempo fa ci mettevano le forme. Un governo guerrafondaio italiano faceva dapprima partire una campagna di stampa denigratoria contro il Paese che intendeva bombardare – di solito perché ostacolo alle mire espansionistiche economiche dei monopoli industriali e finanziari occidentali. Quindi faceva pressione, corrompeva e minacciava i parlamentari, sulla base della disinformazione veicolata dai media e i falsi rapporti dei servizi di sicurezza, poi chiedeva il voto del Parlamento che ovviamente dava ragione al Governo.

Ora, si tratta di una farsa, d’accordo, ma le forme democratiche sono rispettate e i costituzionalisti sono contenti perché si parte in guerra “legalmente”, i media gioiscono di poter sbattere il nuovo nemico-pubblico-numero-uno in prima pagina, e di poter esaltare le gesta dell’esercito, facendo speciali sulla guerra (meglio poi se uno dei nostri soldati ci va di mezzo e muore); le aziende sono piene di fiducia in attesa della fine della guerra per avere la loro parte della torta nella ricostruzione del Paese (vedi in Irak dove mandiamo l’esercito a difendere una nostra azienda che costruisce dighe, o dove gli aereoporti sono gestiti da compagnie occidentali); le banche finanziano i progetti per le operazioni post-belliche; in Borsa e sui mercati si specula sugli impatti dell’attacco sul corso delle materie prime; lo Stato spende senza contare per le operazioni belliche, arricchendo gli industriali degli armamenti e indebitandosi con i creditori:  insomma si aiuta l’economia delle classi superiori a crescere.

Ma ormai siamo arrivati al punto in cui le forme non servono più, anzi intralciano. Da un po’ di tempo funziona così: si bombarda la Libia, nel 2011 su decisione del Presidente della Repubblica. E 5 anni dopo si bombarda di nuovo, su “decisione” di un Governo non eletto, che lo fa senza avvertire il Paese.

Nel 2011 c’erano ovviamenti i ribelli da aiutare contro il “dittatore di turno”, il fatto che fossero dei tagliagole reazionari vicini ad Al Qaeda era occultato da un’abile campagna politico-mediatica che li presentava come pacifici e buoni manifestastanti in cerca di  “libertà e democrazia” oppressi dal tiranno sanguinario. Estremisti di sinistra, rifondaroli e trotzkisti vari si associarono ovviamente alla propaganda, uniti contro il dittatore Gheddafi, per appoggiare le manovre imperiali, chiamandola Rivoluzione.

La Libia fu distrutta da 6 mesi di bombardamenti e lasciata nel caos, così da aver bisogno della nostra tutela permanente per poterne uscire. Ma siccome il caos è piu profondo di quello previsto, occorre bombardare di nuovo. Ma con quale pretesto, visto che il cattivo dittatore non c’è più e al suo posto ci sono i nostri uomini “democratici” allevati a Berlino e Washington, che si comportano male e sono per di più incapaci?

Così mentre l’ultra sinistra pro-ribellista non capisce nulla di quanto succede (a parte affermare che Gheddafi era cattivo quindi era giusto rovesciarlo comunque), gli imperialisti, di destra e di sinistra, gente seria, preparata, consapevole dei propri interessi, trova la soluzione.

E si domanda: visto che usiamo l’ISIS come pretesto per bombardare e dispiegare le armi intorno alla Siria sperando di rovesciare Assad e il governo del Fronte Progressista Nazionale composto dai partiti socialisti, comunisti e democratici siriani; perché non dire che l’ISIS è arrivato pure in Libia? Infatti lo dicono, e tutti ci credono.

Iniziò due mesi fa, i telegiornali ci raccontarono che l’ISIS stava arrivando in Libia, senza nemmeno porsi la domanda: come hanno fatto migliaia di combattenti a partire dalla Siria con armi e bagagli direzione Libia, sotto i nostri occhi? Perché non sono stati fermati prima di arrivare in Libia? Eppure dovevano attraversare Turchia, Egitto, Tunisia, oppure imbarcarsi e attraversare tutto il Mediterraneo. Guardie costiere così solerti a sorvegliare barconi di immigrati, radar e satelliti statunistensi, francesi, britannici, italiani si sono fatti sfuggire il gruppo di combattenti più temuto dai nostri governi mentre naviga dietro casa?

O forse si tratta di combattenti dell’ISIS autoctoni, ovvero combattenti islamisti già presenti da tempo sul terreno, che hanno deciso di diventare “ISIS” dall’oggi al domani? In tal caso, logicamente si tratta degli stessi che abbiamo sostenuto per rovesciare Gheddafi, e che stanno mettendo a ferro e fuoco il Paese da quattro anni. 

Insomma, da qualuque punto la si prenda, la propaganda di guerra che fa decollare da ieri i bombardieri dalla Sicilia non regge. I fondamentalisti, reazionari e tagliagole sono sempre esistiti in Libia, con Gheddafi erano in galera, o si tenevano buoni: noi li abbiamo fatti uscire, e sono gli stessi che sventolavano le bandiere francesi in favore di telecamere gridando Viva Sarkozy nell’ottobre 2011. Ma i media fanno il loro lavoro, diffondere la versione ufficiale scritta dalle amministrazioni politiche e militari oltreoceano, e tali banali questioni logistiche che rendono del tutto inverosimile il loro pretesto di guerra scompaiono dal dibattito.

Una volta c’era Al Qaeda, oggi c’è l’ISIS, domani chissà. E per non sbagliare il Governo italiano ha scelto l’opzione di unirsi alla campagna di bombardamenti, che apre a una nuova invasione, e in tutto questo la stragrande maggioranza del popolo italiano non ha nulla da guadagnare, come non ha nulla da guadagnare da nessuna delle rapine imperialiste in corso da decenni. Più le masse si impoveriscono più l’economia viene canalizzata nella guerra, che arricchisce industriali e banchieri e tiene buoni i lavoratori.

Delle decine di aggressioni militari che abbiamo effettuate dal 1989 ad oggi, nessuna ha portato lavoro e sicurezza, solo maggiore oppressione e insicurezza sociale. Il bilancio umano è tragico: milioni di morti nei Paesi che i nostri governi hanno attaccato, e milioni di disoccupati, poveri, e sfruttati all’interno dei nostri confini. Combattere la guerra e le riforme economiche, significa combattere le due facce dell’oppressione odierna, e solo le forze operaie e comuniste possono essere in grado di rivelare il legame profondo che esiste tra queste due battaglie vitali per i lavoratori.

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