Macri: la reazione in salsa argentina

vibela macri 2Da quando Mauricio Macri è diventato Presidente il 22 novembre 2015, sono scomparse dai media argentini e occidentali tutte le critiche, gli allarmismi e le isterie sulla situazione in Argentina, che avevano caratterizzato il periodo della presidenza Kirchner, accusata di tutti i mali del mondo: dalla corruzione, al populismo, al disastro economico, che in un decennio avrebbe portato il Paese sull’orlo fallimento.

A conferma che le opinioni prevalenti sulla situazione di un Paese passano per la rappresentazione mediatica che ne fanno i media dominanti – i quali utilizzano una griglia di lettura secondo la quale un Paese che non segue le ricette neoliberiste va per forza verso il fallimento, mentre chi fa le riforme accede alla salvezza – le paure si sono trasformate in fiducia, che il nuovo Presidente ispira ai circoli d’affari che contano.

Conformemente alla propaganda filo-padronale, da un giorno all’altro i problemi sembrano scomparsi, il catastrofismo del passato svanito ora che l’uomo nuovo è al potere. La destabilizzazione delle agenzie di rating, borse e mercati da una parte, apparati mediatici dall’altra, ha lasciato il passo alla celebrazione acritica e ai giudizi positivi. Ma questo uomo nuovo in realtà è un rappresentante del vecchio ordine argentino, quello che dalla dittatura militare passando per la democrazia sorvegliata, ha condotto il Paese al default nel 2001 seguendo le stesse ricette che Macri e la sua cricca stanno implementando a tappe forzate oggi.

Il nuovo Presidente è innanzi tutto un ricchissimo uomo d’affari, già proprietario del Boca Junior, figlio di una delle più importanti famiglie argentine. Cresciuto nell’alta società, ha iniziato la sua carriera nella compagnia di costruzioni detenuta dalla holding di famiglia, per poi lavorare a Citibank e in seguito dirigere la branca industriale dell’impero famigliare. Inutile dire che non sono famiglie come le sue ad aver sofferto del fallimento del Paese nel 2001, piuttosto lui e i suoi simili hanno avuto qualche problema coi governi progressisti kirchneriani.

Liberista estremo e convinto, si è schierato in poco piu di tre mesi dalla sua intronizzazione dalla parte dei fondi speculativi con sede a New York, contro il proprio Paese, garantendo il pagamento di 6,5 miliardi di dollari. Ha messo sotto il controllo del governo le televisioni, piazzando altri uomini d’affari nelle commissioni e nei posti chiave, ha denunciato l’integrazione economica autonoma latino-americana come un pericolo per gli USA, aggredito il Venezuela con diffamazioni e menzogne, aperto le porte del Paese al grande capitale smantellando le coperture sociali instaurate durante l’epoca Kirchner, ha bloccato il processo di democratizzazione dei media lanciato dal vecchio Presidente.

Insomma ha rovesciato in tre mesi 15 anni di politica patriottico-socialista. Il tutto per decreto presidenziale: 97 in una sola settimana di dicembre, contenenti misure shock in particolare sul controllo dei media, il taglio degli stipendi, i licenziamenti pubblici, e l’aumento dei prezzi in tutti i settori.

Nessuno parla però di dittatura, o di attacco ai “diritti umani”. Anzi, si fa a gara a elogiarlo, a presentarlo sotto un’ottica positiva, a curare la sua immagine di uomo dinamico, ben vestito e dal sorriso smagliante, moderno e senza complessi, elaborando articoli ditirambici sul suo conto. Finalmente qualcuno che si occupa del benessere delle aziende, dei padroni, dei proprietari, che difende i diritti sacri degli investitori, dei creditori, delle banche, invece di ascoltare “populisticamente” i bisogni delle classi popolari, come faceva l’amministrazione Kirchner.

L’Argentina s’era perduta: aveva abbandonato la retta via delle riforme liberali applicate a meraviglia dalle dittature militari fasciste, ma ritrova con questo figlio dell’alta borghesia il suo status di splendida colonia imperiale, cha ha portato quel che era uno dei Paesi più ricchi al mondo all’inizio del 900 a diventare periferia sottosviluppata, in cui prospera solo la borghesia autoctona legata alle multinazionali straniere.

Una cappa di silenzio mediatico scende sull’autoritarismo della nuova amministrazione presidenziale, sulla violenza e il privilegio di classe di cui tale governo è portatore, sulle massicce proteste popolari oscurate dai media e duramente represse, mentre Macri ci viene presentato come un angelo del cambiamento disturbato solo da alcuni contestatori guastafeste, ideologizzati e isolati.

E mentre le classi popolari sono in subbuglio, i lavoratori in piazza e nelle strade, umiliati e impoveriti dai “decreti d’urgenza”, il Presidente accoglie come un principe Obama, Hollande e Renzi, che esaltano il processo di riforme liberali e si dicono disposti ad aiutare al reinserimento nella comunità finanziaria internazionale un Paese che aveva perso credibilità nei confronti dei mercati.

Solo questo può bastare al proletariato cosciente per capire da che parte stanno i nostri governanti: dalla parte dei padroni, del capitale industrial-finanziario che trovava in Kircher un ostacolo oggettivo all’espansione delle proprie attività sul territorio argentino. Macri è il cavallo di Troia utilizzato per sabotare l’integrazione economica anticapitalistica latino-americana guidata dai governi socialisti boliviani, brasiliani, venezuelani, e di cui Kirchner era un pilastro.

A questo enorme processo di emancipazione di un continente, la risposta è l’attacco mediatico, economico, la fabbrica del fasullo dissenso liberale (in cui cade troppo spesso anche la sinistra radicale ed estremista), gli interventi para-militari delle strutture politiche legate alle classi dominanti, alle narcomafie, alle multinazionali americane, la destabilizzazione finanziaria e commerciale.

Macrì svolge dunque in questa fase una funzione regressiva in linea coi bisogni del grande capitale e delle strutture finanziarie che presiedono al movimento internazionale di capitali, e all’accentramento degli stessi in poche mani. Con la copertura diplomatica di tutti i Paesi capitalistici dell’UE, USA, quella mediatica degli organi di stampa internazionali, il particolare la stampa finanziaria anglosassone, può utilizzare i metodi repressivi e autoritari a piacimento, nessuno gliene chiederà conto.

Mentre invece al primo passo falso, i Paesi nel mirino delle campagne occidentali –Venezuela, Bolivia, Ecuador, Brasile in particolare – verrano messi all’indice, e le loro debolezze e contraddizioni amplificate ed esagerate a dismisura; messi sotto pressione al punto da rovesciare far cadere governi e bloccare politiche sgradite ai monopoli.

Macri è in fondo un vecchio ragazzo del ’73, anno in cui il capitalismo ha presentato il suo volto neo-liberista nel Cile fascista di Pinochet. Traumatizzare la popolazione, le classi subalterne, per imporre, rendendola accettabile, qualsiasi misura politico-economica: ecco il succo del neo-liberismo, la forma di capitalismo più feroce dopo il fascismo.

Una formula che vive una nuova giovinezza grazie a Mister 97 decreti d’urgenza, vendicatore dei ricchi dopo anni di angherie socialiste che hanno fragilizzato i poveri imprenditori argentini e i poveri fondi speculativi americani.


http://www.acrimed.org/Medias-en-Argentine-les-grandes-manoeuvres-de-Macri

http://www.marx21.it/index.php/internazionale/america-latina-e-caraibi/26528-argentina-ritorno-al-passato#sthash.QViqKvl3.gbpl&st_refDomain=www.facebook.com&st_refQuery=/

http://albainformazione.com/2016/02/25/argentina-la-fine-del-post-neo-liberismo-e-lavvento-della-destra-dura/

http://www.tribunodelpopolo.it/venezuela-telesur-spiega-come-avviene-il-sabotaggio-nella-distribuzione-di-prodotti/

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