L’Unione Europea e l’Internazionalismo proletario

europa socialista 1L’appartenenza all’Unione Europea è vissuta in maniera ambivalente. Da una parte siamo abituati a considerare i nostri Stati in una dimensione nazionale e in quest’ottica valutare tutti gli aspetti sociali: lo Stato-nazione è la dimensione in cui le democrazie liberali e i regimi fascisti europei si sono sviluppati sino ad oggi. Dall’altra però ci accorgiamo che in Europa il livello nazionale e sovranazionale tendono ormai a confondersi. La sfera sovranazionale tende a diventare la nuova sfera nazionale, nella misura in cui le decisioni sono prese – che lo si voglia o meno – al livello europeo.

Questa sovrapposizione è dovuta principalmente alla coesistenza di due differenti tipi di proprietà e produzione sociale: la vecchia produzione – caratterizzata della concorrenza imprenditoriale interna tra aziende nazionali ed esterna tra sistemi industriali nazionali europei – e il nuovo stadio finanziario, tendenzialmente monopolistico e accentratore, in costruzione sul continente, intrapreso con l’unificazione monetaria e accellerato dalla grande crisi del 2008, di cui l’UE è la sovrastruttura politica corrispondente.

Centralizzazione: necessità economica delle entità sovranazionali

Se in principio vi erano Stato sovrani a difesa reciproca dell’industria nazionale, in cooperazione ma antagonisti commercialmente, oggi vi è un altro aspetto da prendere in conto, che contribuisce a svuotare tale antagonismo ancora esistente. Assistiamo infatti alla difficile formazione di un sistema integrato europeo: questo sistema che non può sorgere in un’ottica paritaria si fonda sulle strutture dell’industria più avanzata, dei servizi finanziari più performanti, e sulla liquidazione delle forze produttive complessivamente inutili e in eccesso.

Il Capitale – o meglio lo sviluppo delle forze produttive sotto il modo di produzione capitalistico – determina in ogni epoca le condizioni dell’esercizio della “democrazia”, riduce o allarga gli spazi di partecipazione, consegna a territori centralità di altri. Come ad inizio secolo creò gli Stati-nazione, visto oggi il livello di mobilità, massa critica e sviluppo cui è giunto, esso travalica ormai le frontiere che ha contribuito a edificare in passato sul continente, identificando nell’insieme dei territori europei lo spazio naturale di espansione e consolidazione.

Questo processo è economico, e derviva dalla forza di alcuni capitalismi nazionali in quanto esportatori di flussi di capitale/merce, ed altri in quanto di debitori. Tutto cade sotto il controllo dei capitali in movimento: vi sono aree vastissime da prosciugare per rinsaldare la dominazione centrale delle aree metropolitane sempre più dense. Ciò induce alla crescente compenetrazione tra capitale bancario e capitale industrial-commerciale: i gruppi bancari, i fondi speculativi, le società finanziarie preposte all’impiego dei capitali, assoggettano le attività bisognose di risanamento, di capitali freschi, di ristrutturazione, che si rivolgono al mercato nei periodi di crisi, di decadenza industriale relativa. Si operano fusioni colossali, si creano monopoli, si mobilizza l’enorme massa di capitale necessaria approfittare del mercato unico sempre più vasto per generare profitti.

Le strutture del capitale finanziario – questa escrescenza inevitabile e necessaria per rilanciare cicli di accumulazione altrimenti impossibili sotto il vecchio capitalismo industrial-nazionale – assorbono così pian piano la vita economica da cui prendono origine, e la trasformano. Ma il processo messo in moto dalle alte sfere del capitalismo svolge una funzione destabilizzatrice per il resto dell’economia. Agendo da elemento perturbatore, ma al contempo guida, di tale sistema, il capitale oligarchico alimenta convulsioni e anarchia. Tuttavia, quando si pensi alla prosperità delle società finanziarie, dei grandi gruppi multi-settore, e al conseguente accrescimento dei patrimoni dei magnati e banchieri, tale crisi assomiglia più a un ordine nuovo, il loro ordine in costruzione, mentre rappresenta la campana a morte per vecchio mondo produttivo di base.

Questa tendenza centralizzatrice del capitale, determina e organizza di conseguenza le forme politiche, la funzione particolare che ogni Stato svolge all’interno della rete; organizza la divisione del lavoro al livello internazionale tra i diversi Paesi inclusi nel circuito UE; gerarchizza le istituzioni accordando autorità ad alcune – istituzioni sovranazionali e banche centrali – e sottraendone ad altre, i Parlamenti nazionali – a seconda del principio di prossimità necessaria ai centri del potere per attuare la politica economica del grande capitale vincente, capace di influenzare il quadro economico di base.

L’Unione Europea – non ancora Europa unita – è il prodotto di questa dinamica, al contempo una nuova sovranità e una gabbia per i vecchi Stati-nazione: li ricopre, in quanto involucro politico del capitalismo finanziario – come escrescenza sul sistema degli Stati sovrani.

Questione nazionale o lotta di classe internazionale?

Dal punto di vista di classe – sebbene la forma politica statale stia inequivocabilmente evolvendo verso un soggetto sovranazionale – il contenuto della dominazione resta inalterato: si tratta del potere delle classi borghesi, della borghesia imperialista, col suo codazzo di funzionariato civile (manager, banchieri, avvocati, giornalisti e classe intellettuale, promotori finanziari, amministratori, intermediari di borsa etc.) e il suo personale politico. quelli provenienti dai Paesi “forti”, e quelli provenienti dai Paesi in difficoltà. Coalizzata al livello europeo, ridefinisce i centri di potere in funzione degli spazi interni ed esterni di competenza, in relazione alla tendenza di accentramento del potere economico sull’insieme del mercato uncio, nel quale il capitale opera e col quale in ultima istanza si fonde.

In quest’ottica, le classi capitalistiche italiane, nell’accordarsi con quelle tedesche, traggono vantaggio dalla forza propulsiva che le borghesie nordiche sanno imprimere allo sviluppo capitalistico, e sono lieti di accodarsi alla loro leadership avanzata. Così facendo si rendono complici volontarie della tendenza alla soppressione dell’indipendenza nazionale degli Stati europei periferici, ma in maniera nuova: non certo dominazione verticale e coloniale, ma assoggettamento condiviso e coordinato tra frazioni più o meno potenti della borghesia e dei governi europei incaricati di negoziare in maniera più o meno paritaria le condizioni di spartizione del bottino.

Le esigenze in provenienza dai Paesi guida sono imposte con relativo consenso, appoggiate dalle classi dominanti coalizzate di ogni Paese ricondotto – di spontanea volontà dei suoi governanti – sotto l’ombrello comune dell’integrazione europea. Se si lascia un margine di libertà ai Paesi domiananti – Germania, Olanda, Lussemburgo, Paesi scandinavi, Londra, Parigi e Bruxelles, corrispondente al loro ruolo di esportatori di capitali e merci, e di modello avanzato sul quale la nuova entità politica si basa – è al prezzo di utilizzare il pugno di ferro all’Est, in Grecia, Spagna, Portogallo, Italia, Irlanda, Cipro, ovunque l’afflusso dei capitali e l’imposizione di un ordine economico conforme agli interessi del capitale finanziario sia necessario.

Tuttavia, imponendo questo processo di convergenza, l’UE esaspera le “vecchie” divergenze nazionali aumentando la distanza che separa i Paesi più arretrati da quelli più avanzati, e così facendo alimenta i nazionalismi figli delle crisi economico-sociali. Ma a differenza del passato ciò non acuisce la lotta tra nazioni, giacché la violenza è spostata e si esprime esclusivamente nell’intensificazione senza precedenti della lotta di classe sovranazionale. Basti pensare al trattamento cui le borghesie sottopongono le classi subalterne dei propri Paesi, da offrire come scalpo ai capitali in transito.

I vincoli esterni sono il pretesto per far passare dappertutto le stesse leggi impopolari – sul lavoro, servizi pubblici, diritti e protezione sociale – altrimenti ingiustificabili. Solo raggiungendo l’UE le borghesie possono avere la garanzia di accedere al nuovo livello di sfruttamento della forza lavoro necessario a generare profitti. Il “ce lo chiede l’Europa” è la scusa perfetta, che esula dalle responsabilità il personale politico locale, e aiuta a implementare cambiamenti di terribile violenza sociale richiesti dalla fase in corso. Un Renzi o uno Tsipras sono ben contenti di potere scaricare la responsabilità dei propri atti sull’UE, come un minorenne è contento di scaricare le proprie responsabilità sui genitori.

La borghesia coalizzata internazionalmente pratica l’oppressione di classe su scala nazionale, come effetto collaterale della nascita del nuovo ordine e non esita a mettere in gioco la propria sovranità sul Paese, a seconda delle esigenze del mondo internazionale degli affari.

Conseguenze politiche: il sovranismo, la reazione

L’evoluzione politica poggia sempre sull’evoluzione economica, e in Europa vi è come detto la necessità imperiosa del consolidamento monopolistico, che prefigura l’Unione politica imperialistica, propugnata dai poteri economici egemoni. Tuttavia, nella misura in cui inasprisce la crisi sociale e trasferisce sovranità a nuove istituzioni, trova enormi ostacoli alla sua realizzazione e intensifica la resistenza.

Tale malcontento, tale resistenza, si manifesta prevalentemente sotto forme per ora reazionarie, legate al nazionalismo, espressione delle classi proprietarie medio-piccole devastate dalla crisi, o obnubilate dal sentimento di declassamento sociale derivante dalle difficoltà economiche e incapacità di adattarsi alla nuova dimensione. Esse esprimono il rigetto della “nuova modernità” nei termini più razzisti, bigotti, superstiziosi, religiosi, rozzi, provenienti dai settori più arretrati della società.

Qui entra in gioco l’operato politico dei Draghi, i Junker, i Lagarde, gli Obama, i Merkel, i Renzi, che non è indifferente alla stabilizzazione degli assetti capitalistici, dipendente dalla lotta tra neo-reazionari e liberisti. In quanto rappresentanti di partiti borghesi, guardiani degli interessi di una o di un gruppo di classi sociali o di frazioni interne di una stessa classe sociale, sono tenuti a prendere in conto le rimostranze violente dei classi proprietarie in difficoltà, rappresentante dai loro cugini reazionari alla Orban, Salvini, Le Pen etc., e ricomporre i loro contrasti nella realizzazione dell’interesse di classe specifico dei ceti borghesi che esprimono il più forte potere economico.

Devono mediare insomma con le forze che lottano per un ripiego nazionalista funzionale al recupero della vecchia sovranità. E anche a sinistra molti iniziano ormai a rivendicare questo recupero di sovranità per lottare contro l’UE a “trazione neo-liberista”. Ma siamo sicuri sia la strada giusta? Cosa vuol dire in fondo sovranità? In regime capitalistico, le classi dominanti hanno storicamente concesso il diritto di partecipare al parlamentarismo, secondo le loro regole, tramite il suffragio universale. Ovviamente ciò non è equivalso al diritto per le classi subalterne di decidere tali regole, di costruirsi il proprio sistema e stabilire chi e in che modo farvi partecipare. Questo privilegio è ed è rimasto sempre in mano borghese.

Le borghesie hanno costruito gli Stati-nazione su regole e in forme che i proletari hanno potuto solo subire e adesso, alla stessa maniera, cercano di costruire il Sovrastato europeo. E siccome la classe operaia non è mai stata sovrana nello Stato borghese, così non lo è e non lo sarà nello Stato borghese europeo. Dunque se è certo che l’UE capitalista non rappresenta gli strati popolari, la classe operaia e i lavoratori, è altrettanto vero che non vi è nessuna sovranità perduta da recuperare per queste classi, poiché non si può recuperare ciò che non si è mai avuto e che semmai appartiene alle borghesie nazionali.

Ciò è talmente vero che le borghesie più ricche stanno usando la risorsa della “sovranità nazionale” nei loro negoziati d’affari europei. In tutta legittimità se permettete, perché in loro possesso. Ognuna mercanteggiando a quale prezzo e condizioni le altre si piegheranno, e quali frazioni delle borghesie dei Paesi sconfitti faranno parte del club dei vincenti. Molte alimentando il nazionalismo per alzare la posta in gioco e negoziare le condizioni della propria futura sopravvivenza.

L’Europa ai lavoratori: la federazione socialista

Da qui la nostra domanda: è opportuno per le forze operaie, comuniste e rivoluzionarie, lavorare insieme a queste forze, aiutare le classi proprietarie in difficoltà a recuperare una parte della sovranità espropriata dai grandi capitalisti (come le sono state espropriate le attività, affossati i commerci, messo le mani sulle proprietà personali – la recente legge sull’esproprio delle case da parte delle banche emanata dal Governo Renzi è un buon esempio di questa tendenza) dietro le formule pompose del popolo sovrano e dell’interesse nazionale? Lasciarsi trascinare così dai nazionalisti e compromettersi coi partiti reazionari?

Crediamo piuttosto che ridefinire il patriottismo in termini teorici non basti a ricomporre il fronte delle classi sfruttate. I comunisti devono predisporre gli ostacoli progressisti, dare corpo alle istanze operaie e del lavoro, costruire la coscienza del nuovo internazionalismo di classe su scala europea al fine di permettere la convergenza delle enormi masse lavoratrici intorno a interessi comuni.

Le condizioni oggettive esistono: le masse si accrescono e impoveriscono allo stesso tempo in egual misura e nelle stesse condizioni in tutti i Paesi europei. Esse hanno tutto l’interesse a emergere come soggetto politico autonomo rivoluzionario all’interno degli strappi cui il capitale sottopone le società europee, attraverso l’unione dei loro partiti fratelli da rafforzare prioritariamente in ogni ambito nazionale. Hanno interesse a trovare nella dimensione continentale della lotta un’opportunità di unificazione, attraverso un percorso che faccia avanzare il conflitto di classe su postazioni sempre più avanzate. Sono l’unica forza in grado di proporre un internazionalismo che sia fonte di avvicinamento e solidarietà tra i popoli europei, invece di vedere risorgere le divergenze xenophobe e ostili alla pace che accompagnano i nazionalismi e le crisi.

La base sociale del nuovo movimento operaio rivoluzionario deve formarsi e federarsi su scala europea, essere sovranazionale con base nazionale, se vuole dar vita alla sua rappresentanza soggettiva organizzata e autonoma in grado rovesciare questo ordine in qualcosa di più avanzato, edificare cioè l’alternativa anticapitalista che vada oltre il quadro degli Stati-nazione.

Più che la resistenza, in Europa le avanguardie politiche del proletariato dovrebbero sviluppare e proporre come orizzonte politico alle classi sfruttate la rivoluzione dei rapporti economici e sociali esistenti a partire dalla presa del potere simultanea, iniziando perché no laddove il capitalismo ha fatto più male, nelle periferie d’Europa, ma con la necessità vitale di arrivare al centro. Al fine di creare quella massa critica che permetta un’uscita dall’UE che non sia isolazionismo minoritario, ma fulcro della nuova Europa; e ingaggiare su questa piattaforma un movimento di disingaggio coordinato e unito dal sistema UE/EURO/NATO, al fine di edificare l’alternativa socialista.

Tra l’opzione tirannica del “più capitalismo, o la reazione”, noi preferiamo la via del socialismo federale europeo – che può iniziare da non importa quale nocciolo di Paesi, svilupparsi su territori non omogenei, e non dover aderire in toto con l’attuale spazio politico UE – sicuri si tratti della via d’uscita alla crisi sistemica del capitalismo, piuttosto che sognare di ritornare ai bei vecchi tempi andati, che di fatto non sono mai esistiti.


Lenin, L’impérialisme, stade supreme du capitalisme, éditions Science Marxiste 2005 Paris

Stalin, Marxismo e questione nazionale, http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cl/madcqn.htm

Marx, Il Capitale, Libro I, cap. 23

Brancaccio, Costantini, Lucarelli, Crisi e centralizzazione del capitale finanziario in Moneta e credito, vol. 68 n. 269 (2015), 53-79

Brancaccio, Cavallaro, Leggere il capitale finanziario, Introduzione a Hilferding, Il Capitale finanziario, 2011, Mimesis edizioni, Milano

Braudel, La dynamique du capitalisme, Flammarion 2008, Paris

Sull’internazionalismo e la tattica dei comunisti vedere le tesi su Europa e Euro con le quali si presenterà al XX congresso il Partito Comunisita spagnolo http://www.comunisti-italiani.it/2016/03/01/lunione-europea-e-leuro-nelle-tesi-del-congresso-del-pce/

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