L’Unione Europea e l’Internazionalismo proletario

europa socialista 1L’appartenenza all’Unione Europea è vissuta in maniera ambivalente. Da una parte siamo abituati a considerare i nostri Stati in una dimensione nazionale e in quest’ottica valutare tutti gli aspetti sociali: lo Stato-nazione è la dimensione in cui le democrazie moderne europee si sono sviluppate sino ad oggi. Dall’altra però ci accorgiamo che in un’Europa in piena integrazione, il livello nazionale e sovranazionale tendono ormai a confondersi. La sfera sovranazionale tende a diventare la nuova sfera nazionale, nella misura in cui importanti decisioni sono prese – che lo si voglia o meno – al livello europeo, cioè coordinato tra poteri statali.

Questa sovrapposizione riflette anche la coesistenza di due differenti tipi di proprietà e produzione: un vecchio sistema caratterizzato della concorrenza imprenditoriale delle piccole-medie imprese, competizione interna tra aziende nazionali ed esterna tra quel che resta dei sistemi industriali nazionali europei; e lo stadio finanziario-monopolistico nuovo, accentratore, dei grandi gruppi integrati su scala globale che hanno accesso al mercato internazionale sempre più vasto, di cui l’UE è sovrastruttura politica corrispondente.

Centralizzazione: necessità economica delle entità sovranazionali

Lo sviluppo delle forze produttive e la connessa lotta tra le classi che si svolge nella società determina rapporti di potere e gerarchie, ridefinisce la geografia sociale, consegna a territori centralità, né sottrae ad altri. Come creò gli Stati-nazione – visto oggi il livello di mobilità, di massa critica e di sviluppo cui è giunto il capitale -, la forza della borghesia travalica ormai le frontiere che ha contribuito a edificare in passato sul continente, identificando nell’insieme dei territori europei lo spazio naturale di espansione e consolidazione.

Se in principio vi erano Stati sovrani europei a difesa reciproca dell’industria nazionale e dell’espansione delle borghesie, antagoniste  commercialmente, oggi vi è un altro aspetto da prendere in conto, che contribuisce a svuotare tale antagonismo ancora esistente. L’alleanza e fusione degli strati di vertice delle borghesie europee, dovuta al bisogno di massa critica per rilanciare l’accumulazione che spinge alla formazione di grandi holding in grado di centralizzare i capitali e pianificare le operazioni, quindi di un sistema integrato europeo, di un mercato unico: un sistema che per ristrutturarsi non può non fondarsi sui complessi più avanzati, sui servizi finanziari più performanti, e sulla liquidazione delle forze produttive complessivamente inutili,  in eccesso, deboli.

Tutto cade sotto il controllo dei capitali forti in movimento: vi sono aree vastissime da prosciugare per rinsaldare la dominazione centrale delle aree metropolitane sempre più dense. I grandi monopoli, le aziende con più competenze e risorse, i gruppi finanziari assoggettano le attività bisognose di risanamento, di capitali freschi, di ristrutturazione, che si rivolgono al mercato nei periodi di crisi, di decadenza industriale relativa. Si operano fusioni colossali, si mobilizza l’enorme massa di capitale necessaria per approfittare di un mercato unico sempre più vasto.

Le strutture del capitale finanziario – questa escrescenza inevitabile e necessaria per rilanciare cicli di accumulazione altrimenti impossibili sotto il vecchio capitalismo industrial-nazionale – assorbono così pian piano la vita economica da cui prendono origine, e la trasformano. Ma il processo messo in moto dalle alte sfere del capitalismo svolge una funzione destabilizzatrice per il resto dell’economia. Agendo da elemento perturbatore, ma al contempo guida, di tale sistema, il capitale monopolistico alimenta convulsioni e anarchia. Tuttavia, quando si pensi alla prosperità delle grandi società, dei grandi gruppi multi-settore, e al conseguente accrescimento dei patrimoni dei capitalisti e dei loro funzionari, tale crisi assomiglia più a un ordine nuovo, il loro ordine in costruzione, mentre rappresenta la campana a morte per vecchio mondo produttivo di base.

Questa tendenza centralizzatrice interagisce in conseguenza con le forme politiche, indirizza la funzione particolare che ogni Stato svolge all’interno della rete; organizza la divisione del lavoro al livello internazionale tra i diversi Paesi inclusi nel circuito UE; gerarchizza le istituzioni accordando autorità ad alcune – istituzioni sovranazionali e tecnocratiche- e sottraendone ad altre, i Parlamenti nazionali – a seconda del principio di prossimità necessaria ai centri del potere per attuare la politica economica del capitale vincente.

L’Unione Europea – non ancora Europa unita – è il prodotto di questa dinamica, al contempo una nuova sovranità e una gabbia per i vecchi Stati-nazione: li ricopre, in quanto involucro politico del capitalismo finanziario – come escrescenza sul sistema degli Stati sovrani.

Questione nazionale o lotta di classe internazionale?

Dal punto di vista di classe – sebbene la forma politica stia evolvendo verso un soggetto sovranazionale – il contenuto della dominazione è inequivocabile: si tratta del potere delle classi borghesi col suo codazzo di funzionariato civile (manager, banchieri, avvocati, giornalisti e classe intellettuale, promotori finanziari, amministratori, intermediari di borsa etc.) e il suo personale politico. Di quelle provenienti dai Paesi “forti”, e di quelle provenienti dai Paesi in difficoltà. Capitalisti coalizzati in un cartello UE, che ridefiniscono i centri di potere e competenze, in relazione alla tendenza di accentramento del potere economico sull’insieme del mercato unico, nel quale il capitale opera e col quale in ultima istanza si fonde, e ai rapporti di forza e di potere nazionali.

In quest’ottica, i capitalisti italiani traggono vantaggio dalla forza propulsiva che le borghesie nordiche sanno imprimere allo sviluppo capitalistico, e sono lieti di accodarsi alla loro leadership avanzata, di farsene maggiordomi. Così facendo, si rendono complici volontari non certo di una dominazione verticale e coloniale – non c’è nessuna annessione in corso – ma di assoggettamento condiviso e coordinato tra frazioni più o meno potenti della borghesia e dei governi europei incaricati di negoziare in maniera più o meno paritaria le condizioni di spartizione del bottino (il bottino è lo sfruttamento del lavoro salariato su scala europea).

Ogni Paese è ricondotto – di spontanea volontà dei suoi governanti – sotto l’ombrello comune dell’integrazione europea. Tuttavia, imponendo questo processo di convergenza fondato su austerità, politiche neoliberali e oppressione del lavoro – l’UE esaspera le “vecchie” divergenze nazionali aumentando la distanza che separa i Paesi più arretrati da quelli più avanzati, e così facendo alimenta i neo-nazionalismi figli delle crisi economico-sociali. Ma a differenza del passato ciò non acuisce tanto la lotta reale tra nazioni (retorica a parte) giacché la violenza è spostata e si esprime esclusivamente nell’intensificazione senza precedenti della lotta di classe sovranazionale contro i lavoratori e i ceti popolari. Basti pensare al trattamento tutto sommato equivalente da Lisbona a Berlino cui le borghesie sottopongono i subalterni dei propri Paesi, da offrire come scalpo ai capitali in transito.

I vincoli esterni UE – in realtà manifestazione degli interessi “interni” dei padronati – sono il pretesto per far passare dappertutto le stesse leggi impopolari (sul lavoro, servizi pubblici, diritti e protezione sociale) altrimenti ingiustificabili. Solo raggiungendo l’UE le borghesie possono avere la garanzia di accedere al nuovo livello di sfruttamento della forza lavoro necessario a generare profitti. Il “ce lo chiede l’Europa” è la scusa perfetta, che esula dalle responsabilità il personale politico locale, e aiuta a implementare cambiamenti di terribile violenza sociale richiesti dalla fase in corso.

La coalizione dei capitalisti europei coordina l’oppressione di classe su scala nazionale, come effetto collaterale della nascita del nuovo ordine e non esita a mettere in gioco la propria sovranità sul Paese di origine, a seconda delle esigenze del mondo internazionale degli affari.

Conseguenze politiche: il sovranismo, la reazione

Nella misura in cui inasprisce la crisi sociale e trasferisce sovranità a nuove istituzioni, il processo di convergenza europea diretto in maniera egemone dalle forze del capitale trova enormi ostacoli alla sua realizzazione e genera controspinte.

Il malcontento, una resistenza non mediata, si manifesta prevalentemente sotto forme per ora reazionarie, legate al nazionalismo, espressione delle classi proprietarie medio-piccole obnubilate dal sentimento di declassamento sociale derivante dalle difficoltà economiche, vere o presunte, e dall’incapacità di adattarsi alla nuova dimensione transnazionale. Esse esprimono il rigetto della “nuova modernità” nei termini più rozzi, espressione dei settori più arretrati della società.

Qui entra in gioco l’operato politico dei Draghi, i Junker, i Lagarde, gli Obama, i Merkel, i Renzi, che indispensabile alla stabilizzazione degli assetti capitalistici, dipendente dalla lotta tra neo-reazionari e europeisti. In quanto rappresentanti di partiti borghesi, guardiani degli interessi complessivi e generali della classe, sono tenuti a prendere in conto le rimostranze dei ceti proprietari in difficoltà, rappresentati dai loro partiti fratelli di Orban, Salvini, Le Pen etc., e ricomporre i loro contrasti nella realizzazione dell’interesse di classe affinché gli interessi del grande capitale prevalgano, “ma fino a un certo punto, non cioè fino al gretto interesse economico-corporativo” (Gramsci).

Devono mediare, insomma, con le forze che lottano per un ripiego nazionalista funzionale al recupero di margini di manovra autonomi per rilanciare i loro affari, che loro chiamano “sovranismo”: cioè di una relativa indipendenza delle borghesie nazionali nel determinare i termini dello sfruttamento della manodopera locale e della direzione degli affari dello Stato sfuggendo al coordinamento e alla condivisione con le altre borghesie.

In tutto ciò, i lavoratori sono fuori gioco, e il nostro compito, quello dei comunisti, sarebbe di farli tornare in campo, competitivi, con gli strumenti giusti per combattere. Invece, anche a sinistra molti iniziano ormai a rivendicare questo “sovranismo”, al fine di lottare contro l’UE neoliberale dell’austerità. Si confonde così sovranità popolare (nozione peraltro da approfondire e problematizzare, in ottica marxista e leninista) e “sovranismo”, questione nazionale e nazionalismo dei ceti proprietari con caratteristiche piccolo-borghesi.  Se è certo infatti che l’UE capitalista non rappresenti le esigenze del proletariato è altrettanto vero che non vi è nessuna astratta sovranità perduta da recuperare per le classi lavoratrici – le quali, benché esercitavano una pressione benefica sui vecchi assetti di potere nazionale nell’Italia pre Euro e pre UE e affermavano le loro istanze rivendicative – lo facevano in virtù della loro forza organizzata unita, della loro consapevolezza, che oggi non hanno più a seguito della sconfitta politica-storica simbolizzata dal crollo del socialismo sovietico cui era legata tanta parte delle conquiste operaie dell’Europa occidentale – non certo perché non c’erano all’epoca l’UE o l’Euro.

Prioritario diventa allora ricostruire l’unità del popolo lavoratore al livello sociale e politico sotto condizioni nuove, dovute a questa sconfitta e alla controrivoluzioe (o restaurazione) in corso, e far emergere un soggetto consapevole in grado di interpretare la sovranità popolare e ravvivare la questione nazionale in un Paese, l’Italia, che la borghesia stracciona ha sempre reso dipendente da decisioni prese altrove (in particolare a Washington) e che è incluso in un processo irreversibile, poiché materiale, di integrazione continentale.

L’Europa ai lavoratori: la federazione socialista

Da qui la nostra domanda: è opportuno per le forze operaie, comuniste e rivoluzionarie, aiutare le classi proprietarie in difficoltà, lavorare insieme a queste forze al fine di recuperare una parte della loro agibilità politica e benessere economico espropriate dai grandi capitalisti dietro le formule pompose ma astratte del “popolo sovrano” e dell’”interesse nazionale”? Lasciarsi trascinare così dai nazionalisti e compromettersi coi partiti reazionari?

Crediamo piuttosto che ridefinire il patriottismo in termini teorici non basti a ricomporre il fronte delle classi sfruttate. I comunisti devono predisporre i tasselli progressivi (in primis le organizzazioni: partiti, sindacati, centri culturali, media autonomi) per dare corpo alle istanze del lavoro, suscitare la coscienza del nuovo internazionalismo di classe, su scala nazionale e europea, al fine di permettere la convergenza delle enormi masse lavoratrici intorno a interessi comuni.

Le condizioni oggettive esistono: le masse si impoveriscono allo stesso tempo in egual misura e nelle stesse condizioni in tutti i Paesi europei. Esse avrebbero tutto l’interesse a costituirsi come soggetto politico autonomo antagonista all’interno degli strappi cui il capitale sottopone le società europee, attraverso l’unione delle loro organizzazioni da rafforzare in ogni ambito nazionale. Avrebbero interesse però a trovare nella dimensione continentale della lotta un’opportunità di confronto, riconoscimento reciproco e unificazione, attraverso un percorso che faccia avanzare il conflitto di classe su posizioni sempre più avanzate. Le ragioni del lavoro, portate dai subalterni coscienti, sono l’unica forza in grado di proporre un internazionalismo che sia fonte di avvicinamento e solidarietà tra i popoli europei, invece di vedere risorgere le divergenze xenophobe e ostili alla pace che accompagnano i nazionalismi e le crisi.

In Europa, le avanguardie politiche dei lavoratori dovrebbero proporre come orizzonte politico alle classi sfruttate un percorso di resistenza, funzionale all’accumulo di forze e alla riorganizzazionea fronte della riscossa neoliberale che ci vede sulla difensiva. Al fine di creare quella massa critica che permetta di sovvertire i rapporti di forza vigenti tra le classi e quindi anche di rimettere in discussione i poteri nazionali e il loro luogo di espressione coordinata, l’UE, e ingaggiare così su questa piattaforma un movimento di profonda trasformazione del processo di integrazione europea, che passa dalla rottura con l’attuale, dallo smantellamento dei suoi istituti, e dalla ricostruzione di essa, anche a partire da geometrie nazionali diverse dalle attuali se bisogno, al fine di edificare l’alternativa post-capitalista e socialista sul continente.

Tra l’opzione tirannica del “più capitalismo, o la reazione” – scelta tra due tendenze della borghesia – c’è la via dell’autonomia del proletariato, consapevoli che,  per quanto difficile da applicare in questi tempi in cui l’ideologia neoliberale copre tutti gli spazi e i bisogni, si tratti a lungo termine della sola via d’uscita socialista alla crisi sistemica del capitalismo.


Lenin, L’impérialisme, stade supreme du capitalisme, éditions Science Marxiste 2005 Paris

Stalin, Marxismo e questione nazionale, http://www.resistenze.org/sito/ma/di/cl/madcqn.htm

Marx, Il Capitale, Libro I, cap. 23

Brancaccio, Costantini, Lucarelli, Crisi e centralizzazione del capitale finanziario in Moneta e credito, vol. 68 n. 269 (2015), 53-79

Brancaccio, Cavallaro, Leggere il capitale finanziario, Introduzione a Hilferding, Il Capitale finanziario, 2011, Mimesis edizioni, Milano

Braudel, La dynamique du capitalisme, Flammarion 2008, Paris

Sull’internazionalismo e la tattica dei comunisti vedere le tesi su Europa e Euro con le quali si presenterà al XX congresso il Partito Comunisita spagnolo http://www.comunisti-italiani.it/2016/03/01/lunione-europea-e-leuro-nelle-tesi-del-congresso-del-pce/

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