La Repubblica, Calabresi e l’Europa unita

repubblicaAbbiamo letto con raccapriccio l’ultimo editoriale di Mario Calabresi, nuovo direttore di Repubblica, il quale afferma che, dopo i tragici fatti di Bruxelles, solo l’Europa unita potrà salvarci da tutti i mali del mondo, ovvero dal terrorismo.

Calabresi usa l’artificio retorico che consiste nel descrivere un suo viaggio in treno da Bruxelles a Parigi, spiegando a noi poveri buzzurri ancora tristemente legati alla sfera nazionale come egli abbia potuto constatare coi suoi occhi le tragiche differenze tra le misure di sicurezza adottate da Francia e Belgio, per concludere che così non si può andare avanti. Ci vuole l’unità europea, ci vuole la cessione di sovranità, strilla il Direttore, per mettere fine a differenze nazionali che costano vite umane!, oppure i terroristi continueranno a fare quel che vorranno.

Ovviamente, il fatto che un’Europa unita sotto il dominio delle banche e dei grandi gruppi che licenziano, impongono l’austerità e macelleria sociale non interessi a nessuno se non al Capitale e ai suoi servitori alla Calabresi, esponente intellettuale della classe borghese, proprietaria e necessariamente internazionale per esigenze d’affari, non è contemplato.

Per quel che vale, usando il suo stesso “metodo”, ecco la cronaca di un viaggio Parigi/Bruxelles, effettuato da chi scrive in data 21-23 novembre, la settimana successiva agli attentati parigini. Racconto speculare a quello di Calabresi, per mostrare come a partire da episodi contingenti non è lecito secondo noi tirare conclusioni politiche, e meno che mai strumentalizzare la morte e il dolore:

Parigi, 8h30 del mattino, Gare du Nord; la stazione più grande e frequentata d’Europa. In paziente fila indiana lungo i binari aspettiamo il nostro turno per i controlli di polizia, carte d’identità e bagagli. Successivamente, i controllori SNCF (Trenitalia francese), verificano i biglietti e nuovamente i documenti. Nel frattempo, unità dell’esercito pattugliano attorno alle file dei viaggiatori in attesa: le perquisizioni dei bagagli sono la regola, i controlli capillari.

Finalemente in treno, pattuglie di poliziotti armati nei vagoni controllano volti, valigie, ispezionano i bagni durante tutto il viaggio. All’arrivo a Bruxelles Midi, nessuno ad attendere i viaggiatori sui binari, poiché senza biglietto, anche a Bruxelles, impossibile accedere ai treni in arrivo e in partenza. Nessuno, a parte i militari e le forze dell’ordine.

Al ritorno, due giorni dopo, da Gare Bruxelles Midi, ore 19. Stazione più piccola, presenta un dispositivo di sicurezza differente: il perimetro intorno ai binari internazionali è chiuso, e l’ingresso reso possibile solo allineandosi pazientemente su due file di fronte a un’unica entrata posta in direzione del corridoio principale della stazione. Prima il controllo biglietti, poi sotto gli occhi di polizia ed esercito si entra nella zona riservata agli imbarchi; ogni borsa sospetta o documento fuori posto genera una perquisizione. Nel treno, le solite pattuglie di polizia congiunta. All’arrivo a Parigi, militari e polizia dappertutto.

Insomma, le misure di sicurezza sono sostanzialmente le stesse e perfettamente coordinate, difficile immaginare come al livello tecnico si possa fare meglio, a parte arrestare tutti indiscriminatamente; difficile comunque per l’uomo comune capire che cosa l’Europa unita, in termini pratici di controllo degli spazi urbani, apporterebbe in più. Così come Calabresi afferma di essersi sentito abbandonato ieri all’insicurezza, noi possiamo affermare che il dispositivo di sicurezza sul terreno sembrava l’altroieri più che adeguato allo stato d’allerta, ai limiti dell’angoscia e della paranoia.

Ecco tutto: quanto a tirare conclusioni generali da questo episodio, no grazie, non dirigiamo la Repubblica e non abbiamo milioni di lettori da ingannare. Generalizzare a partire da un constatazione personale, ristretta nello spazio e nel tempo, prendere esempi a caso e farne l’apertura del giornale più letto d‘Italia, non costituisce per noi buon giornalismo.

D’altronde abbiamo mai preteso che Repubblica possa fare buon giornalismo? Perché mai Calabresi parla di cose che non conosce, come i dispositivi di sicurezza? Egli non lavora nel settore, è solo l’ennesima star del giornalismo stipendiata da un magnate come De Benedetti per portare avanti l’agenda neo-liberista su scala europea; per ridurre la sinistra italiana a un’accozzaglia di opportunisti più o meno interessati ai diritti civili; per celebrare ogni 4 anni i candidati democratici alle elezioni imperiali USA; per farsi portavoce dei circoli finanziari che contano, i quali necessitano dell’Europa unita per fare profitti sempre più difficili da ottenere su scala nazionale.

Ridurre il terrorismo a un problema di unificazione europea, equivale ad approfittare di drammi per cercare di imporre sull’onda dell’emozione un’agenda politica altrimenti difficilmente attuabile. Così come si usa la crisi per ridurre le tutele e gli stipendi dei lavoratori, si usa il terrorismo per ridurre gli spazi di libertà e consolidare un potere europeo visto con diffidenza dalla stragrande maggioranza della popolazione. Egli inoltre strumentalizza le vittime attribuendogli un valore politico che non hanno – se non quello di essere risultato della scriteriata politica estera europea di destabilizzazione programmata del Medio Oriente, cioè esattamente il contrario di ciò che il buon Direttore pretende dimostrare – e nasconde la semplice verità:

  • Questo terrorismo è il frutto delle destabilizzazioni di Afganistan, Irak, Libia e Siria. Sono i famosi “ribelli”, appoggiati dai nostri governi – presentati ogni volta dai media come rivoluzionari e democratici – in realtà legati al fondamentalismo islamico salafista, il piu oscurantista dei movimenti religiosi, nato, cresciuto e pasciuto in Arabia Saudita e Pakistan, che usiamo per abbattere le repubbliche arabe progressiste e laiche.
  • Che il salafismo è l’ideologia ufficiale delle orribili Monarchie assolute di Arabia Saudita, Qatar, Kwait, Emirati Arabi, ovvero i nostri piu stretti collaboratori, alleati, partners d’affari del Medio Oriente, ai quali apriamo tutte le porte, politiche, economiche, diplomatiche, militari, mediatiche.
  • Che nel disastro sociale del capitalismo in Europa, coi suoi 130 milioni di poveri e disoccupati e popoli interi gettati nella disperazione, i governanti hanno affidato una buona parte delle moschee periferiche ai predicatori radicali sauditi, i quali come un virus hanno sparso il wahabismo, diffondendo in una generazione di giovani senza futuro concezioni reazionarie, ultra-tradizionaliste, fascistodi e assolutiste.

Invece no, Calabresi & company vivono nel mondo magico dello “scontro di civiltà” e “dell’unità (sovra)nazionale per la sicurezza”. Più che scontro, noi vediamo invece connivenza: tra i nostri capitalisti (come De Benedetti) foraggiatori delle guerre, e i principi sauditi, i fondi sovrani del Qatar e il governo turco, foraggiatori di estremisti islamici salafisti.  Effetto secondario di questa sacra quanto scellerata alleanza tra ricconi, di questo affarismo marcio, sono le bombe che le schegge impazzite fanno esplodere nelle nostre strade. Bombe che non toccano politici, presidenti, generali, uomini d’affari, capitani d’industria, ma falciano semplici cittadini lavoratori, giovani e studenti, fuori dalle stanze del potere.

Calabresi & company dimostrano di essere gli alfieri del nuovo nazionalismo europeo, di stare dalla parte dell’Europa capitalista e imperialista, per il consolidamento del potere finanziario fondato sulla regressione sociale, sull’austerità (meglio se di sinistra, alla Tsipras per intenderci) e sulla guerra permanente. Ma non diteglielo, che sennò si offendono, perché essi chiamano tutto ciò progressismo. Noi, che siamo per il rovesciamento del potere dei capitalisti sull’Europa, per l’Europa Socialista, per la Repubblica universale del Lavoro, chiamiamo tutto questo pattume post-ideologico col suo nome: sinistra borghese e imperialista.

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One thought on “La Repubblica, Calabresi e l’Europa unita

  1. fausto 28/03/2016 / 11:18

    Il punto essenziale è che questi cosiddetti “terroristi” sono a tutti gli effetti i nostri legionari stranieri; alcuni governi europei li hanno sostenuti, coperti, protetti, armati. La speranza era che riuscissero a prevalere in un paio di teatri di guerra, o almeno che vi trovassero la morte. Non hanno vinto e non sono morti tutti, il ché crea uno spinoso problema: ora che tornano a casa sconfitti e frustrati, che faranno? E’ proprio vero che chi gioca col fuoco finisce col bruciarsi.

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