Il comunismo: l’alternativa alla sinistra alternativa

pcpGiornalisti, intellettuali borghesi, accademici e il vasto mondo dell’intellighenzia di sinistra europea consacrano un’energia incommensurabile a gettare discredito sul comunismo, più di quanto si applichino a criticare il capitalismo. Alcuni si vogliono i saggi guardiani della società civile, e in questa veste fustigano i mali del capitalismo senza toccarne le cause; gli altri si professano anticapitalisti radicali, e in questa veste – vedendo capitalismo dappertutto laddove esista uno Stato – combattono senza posa soprattutto i Paesi socialisti odierni, e la memoria di quelli passati. Colpevoli ai loro occhi di aver “tradito un ideale” o essere dei “capitalisti mascherati da comunisti”.

Così facendo, questa galassia che va dai moderati borghesi all’ultra-sinistra si pone alla sinistra del Capitale, come “la coda della classe capitalista, l’ala sinistra estrema della borghesia”. Non si contano, ed è qui inutile fare i nomi, i rappresentanti dell’estremismo di sinistra che accreditano la propaganda di guerra imperialista contro i Paesi non allineati, e ridicolizzano o non si curano delle leggi sul lavoro che governi borghesi impongono sulla pelle dei proletari, presi come sono a discettare di diritti civili e teorie ribelli.

Lo spartiacque storico fu la guerra in Yugoslavia, che mostrò il carattere di queste correnti – nuove sinistre post marxiste, revisionisti, trotzkisti, sinistre di governo – come vere e proprie forze ausiliarie del capitalismo. Si tratta forse della prima aggressione imperialista di sinistra che la storia ricordi: dipinsero Milosevic come un mostro e i terroristi bosniaci, i fascisti croati e i mafiosi kosovari come combattenti della libertà, e smembrarono l’ultimo Stato socialista sul suolo europeo. Ora che il socialismo in Europa può vivere nelle loro fantasticherie da letterati, sono contenti e blaterano di Europa sociale, altri mondi possibili, diritti umani etc.

Fu il trionfo definitivo della sinistra borghese e piccolo borghese, dell’estremismo che adotta come unica linea di condotta un anti-autoritarismo generico e indistinto, e la nascita dell’imperialismo mediatico di sinistra, quello dei buoni sentimenti, della superiorità intellettuale e morale dell’Occidente, dei “dittatori cattivi contro i popoli buoni”, della sovrastruttra, etnica, religiosa, indentitaria, di genere, che prende il sopravvento sull’analisi sociale-economica peculiare al marxismo, e il movimentismo liquido, mediatico e anti gerarchico sull’organizzazione partitica unita e disciplinata tipica del leninismo.

L’inizio della reazione a sinistra, al cui confronto i liberisti fanno figura di onesti e coerenti sfruttatori, non di pagliacci confusi che credono di migliorare il mondo usando le armi dei nemici di classe contro i popoli. Lo stesso copione Yugoslavo fu poi ripetuto in Libia, Irak, Siria dove le grandi testate di sinistra, pensiamo a Libération in Francia ad esempio, non smettono di demonizzare Assad chiamandolo tuttora il “Macellaio di Damasco”, unico responsabile dei 400 000 morti della guerra, a dispiacersi che gli USA non abbiano invaso la Siria!

Questo è lo stato pietoso della sinistra radicale europea, la stampella più snob e ribelle del Capitale finanziario. Teoricamente ciò è stato possibile poiché la “sinistra alternativa’”, intrisa di radicalismo culturale astratto e slegato dal lavoro materiale, dopo aver forgiato negli anni ’70 prosopopee sulla nozione (storicamente ed economicamente vuota, ma di gran successo mediatico) di “totalitarismo” per attaccare l’URSS con ogni mezzo, dal ’99 in poi, inizierà a sovrapporre l’etnicità alla provenienza di classe, il conflitto etnico e il comunitarismo all’unità popolare, la ristrettezza localistica alla tendenza universalista, i problemi di rappresentanza politica delle “minoranze” alle istanze sociali dei lavoratori intesi come classe.

Al posto della lotta di classe queste sinistre hanno piazzato al centro del loro metodo i diritti civili, questioni di genere e rappresentanza, l’individualismo e la lotta etnico-identitaria. La conseguenza pratica fu la glorificazione del minoritarismo e del separatismo a tutti i costi, preferendo incoraggiare le differenze, legittimare steccati, piuttosto che sviluppare l’universalismo caro all’internazionalismo proletario. Al posto del materialismo storico, esse sono avvolte in un perpetuo idealismo post-sessantottino, influenzato dai nouveaux philosophes francesi degli anni ’70, tutti usciti da groppuscoli estremisti e che oggi ritroviamo in prima linea a sostenere il neo-colonialismo europeo.

La disgregazione su base etnica di Stati sovrani è la strategia dell’imperialismo odierno e la sinistra ultrarivoluziaria approva – secondo il falsificato aussunto che uno Stato è sempre cattivo, mentre le comunità sono sempre buone. La loro propaganda alimenta ogni sorta di distinzione, esaspera le differenze invece di ricomporle: si strilla ad esempio sul diritto di professare la propria religione invece di propagandare la necessità di emanciparsi dai pregiudizi religiosi, di qualunque religione si tratti.

Per queste sinistre il progresso consiste nel cercare di istituzionalizzare e far rispettare all’interno del capitalismo le “diversità culturali” col bilancino, creando nicchie e quindi rivendicazioni minoritarie, esacerbando le differenze per meglio proteggerle, invitando a compiacersi nei propri pregiudizi identitari: una copia conforme dei liberals dell’alta società intellettuale americana. Dal sogno proletario della Repubblica universale dei lavoratori, al campanilismo delle piccole patrie comunitarie a compartimenti stagni. Una volta posta così la questione è facile trovare dappertutto “tiranni” – sempre guardacaso collocati nei Paesi non allineati agli interessi economici della nostra borghesia – che opprimono comunità, fare di queste dei martiri e dei campioni della libertà, degli eroi contro governi oppressori.

Accettare l’esistente, l’egoismo delle individualità e dei gruppi chiusi; esacerbare il minoritarismo radicale, eclettico, di testimonianza della propria irriducibile originalità e singolarità; ricercare una causa da difendere, tutto purché sia estrema; lottare e mettere tutte le discriminazioni sullo stesso piano, non riconoscendo la priorità all’unica discriminazione che conti, quella di classe: tutte queste tendenze da borghesi ribelli hanno preso il sopravvento e sono diventate linea politica ufficiale delle sinistre, anche di molte che si rivendicano comuniste.

Ora immaginate: se l’Italia fosse un Paese da attaccare (ad esempio se come la Siria fosse diretto da un Fronte progressista composto dai partiti socialisti e comunisti e gestisse le sue risorse in maniera indipendente), cosa impedirebbe all’imperialismo di usare le rivendicazioni secessioniste della Lega Nord e dei groppuscoli indipendentisti per destabilizzare il Paese? E le sinistre troskiste e radicali al seguito chiamerebbero questo “rivoluzione”, laddove invece si tratta di sovversione finanziata dall’esterno, laddove non vi è progresso ma regressione storica. Questo accecamento porta tutta una vasta area politica a non riconoscere il vero fascismo quando esso si manifesta in tutta la sua brutalità, come ad esempio ultimamente in Ucraina, anzi a sostenerlo in quanto rivolta popolare contro un “governo corrotto”.

Allo stesso modo,  la nostra stampa ci presenta famose minoranze schiacciate dai despoti “totalitari” e aizza l’odio tra le comunità nei Paesi oggetto delle attenzioni dei conglomerati economici desiderosi di rapine, quando di totalitario esiste solo l’informazione borghese occidentale che derubrica ogni voce critica a “popolusimo” e “qualunquismo”. E accade così che ad esempio gente come i ribelli siriani e libici, o i reazionari tibetani profeudali, gli squadristi venezuelani al soldo degli oligarchi, o i paramilitari nazifascisti in lotta nella piazze ucraine, tutti questi individui passano nel mainstream e purtroppo nella coscienza collettiva come rappresentanti di popoli oppressi da regimi totalitari e non per quello che in realtà sono, rimasugli del passato feudale da spazzare via.

E ciò è purtroppo possibile anche grazie alla copertura da sinistra che la sinistra riserva alla propaganda di guerra borghese. Ma i comunisti, che hanno a cuore gli interessi del Lavoro e l’unità delle classi lavoratrici in Occidente, l’unità popolare al fine di evitare lo smembramento su basi etniche in ogni nazione indipendente in via di sviluppo, l’universalismo, non hanno nulla da spartire con chi confonde comunismo con megalomania e ribellismo a ogni costo, ed è disposto a condividere i propri nemici con gli imperialisti.

La sinistra alternativa, post-marxista, radicale sbaglia sistematicamente il bersaglio dei propri attacchi, e purtroppo porta con sé una parte dell’opinione pubblica che, ingannata, si ritrova rinchiusa a 360 gradi nella propaganda borghese e non riesce a percepire la portata omicida, coloniale, sfruttatrice e anti-operaia dell’operato dei nostri governi, convinta com’è che il nemico, il tiranno, il despota, sia sempre e comunque all’esterno. 

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