Un 2016 di lotta sociale

dominio-31-10L’Europa intera è in subbuglio sociale. Le proteste dilagano e sono ormai all’ordine del giorno. In particolare la situazione francese contro la legge sul lavoro, con cortei unitari delle forze sindacali e delle sinistre comuniste e radicali, manifestazioni studentesche, scioperi e occupazioni di fabbriche ed eventi come Nuit Debout, dimostra una tendenza di avanguardia. Ma ovunque – a partire dalla Grecia bloccata per due giorni dallo sciopero generale promosso dal PAME e dal KKE, finanche nella timida Germania dove i sindacati si sono mossi per contrattare aumenti salariali con imponenti scioperi nel settore aeroportuale e metalmeccanico – la lotta di classe prende vigore.

Abbiamo inoltre assistito ad imponenti manifestazioni contro il TTIP, persino in Italia dove il livello di conflitto e coscienza di classe è ai minimi storici; in Germania le manifestazioni anti TTIP sono state a dir poco gigantesche per quanto oscurate dai media. Inoltre le vertenze « locali » sono pressoché quotidiane, gli scioperi e picchetti nei siti industriali e logistici vanno avanti da mesi, anche qui nell’indifferenza dei media borghesi. In Belgio sono addirittura arrivati a dover usare l’esercito per sostituire il personale delle carceri in sciopero per turni di lavoro massacranti. Attivisti agguerriti protestano regolarmente contro la NATO e la sua politica guerrafondaia che rischia di portare l’Europa allo scontro inutile con la Russia – ultima di una serie di manifestazioni quella No Muos di Niscemi della settimana scorsa. La capillarità della protesta, l’ampiezza ed eterogeneità delle categorie coinvolte, il radicalismo che accompagna alcune istanze del movimento, cominciano dunque a porre dei seri problemi e a entrare finalmente nel dibattito pubblico.

Tutto ciò è legato alla crisi sistemica che entra ormai nel suo nono anno. La base industriale della maggior parte dei Paesi europei è crollata, le condizioni di vita peggiorano e una gran parte della popolazione che apparteneva alla classe media si proletarizza. Nel contempo l’oppressione operaia si instensifica così come lo sfruttamento del lavoro, mentre le sacche di disoccupazione creata gettano ampie masse fuori dal circuito produttivo senza che possano sperare di tornarci.

Di fronte a tutto questo gli Stati europei perdono il controllo, sull’economia, sulla società, e a parte affidarsi alla tecnocrazia sovranazionale e ai mercati non sanno più cosa fare. Il problema è che sono ancora depositari della gestione dell’ordine pubblico e della tenuta sociale – per come tali missioni gli sono state affidate dalla borghesia nel dopoguerra – ma senza averne più i mezzi: oggi infatti la borghesia domanda allo Stato di tutelare il capitale e le imprese e liquidare gli ostacoli al business, costi quel che costi.

Dall’altra parte c’è Draghi e l’establishment economico che sta seriamente pensando di risolvere il problema col cosiddetto Helicopter money. Concretamente, vuole dire regalare soldi ai cittadini sperando che li spendano per riattivare così le fabbriche bloccate per eccesso di capacità produttiva. Variante del Quantitavie easing, che consiste nel rifornire gli speculatori e le banche di moneta sonante per sostenere i profitti, l’Helicopter money sarebbe una concessione ai settori meno avanzati del capitalismo, del commercio e alla classe media in difficoltà, al fine di evitare la guerra civile europea. Gli elementi più avanzati del capitalismo propongono in quest’ottica idee di salario sociale o redditi di cittadinanza, per sedare quello che letteralmente fa tremare i polsi ai dirigenti borghesi: ancora parafrasando Draghi, il rischio di nuove generazioni buttate al vento di cui non si sa più cosa fare.

Si vive male in Europa, e si tolgono diritti acquisiti corrispondenti a una fase storica archiviata. Oggi la classe possidente restringe i suoi ranghi e concentra sempre più proprietà nelle mani di pochi, e attraverso le partecipazioni azionarie nelle principali società finanziarie centralizza il controllo delle risorse. E i capitalisti in realtà ormai tendono ad essere dei “dinosauri” in confronto al nuovo funzionariato salariato di alto livello incaricato di gestire il capitale globale a seguito della sua centralizzazione. Questa burocrazia privata è la nuova aristocrazia parassita altamente qualificata che conduce la lotta di classe per conto dei “padroni” di ogni livello, e insieme alla burocrazia pubblica delle tecnocrazie sovranazionali si incarica di concepire i piani di mercato che generano di licenziamenti, precarietà, bassi salari e delocalizzazioni.

La classe operaia è giocoforza la posta in gioco più importante, essa non scompare perché è vitale nella sua esistenza stessa per la riproduzione del capitale, ma diminuisce numericamente relativamente alla popolazione impiegata. Se la base produttiva si restringe, l’industria è anche ormai in grado di produrre di più con meno manodopera, grazie all’automazione indotta dai progressi teconologici. I proletari disoccupati vengono espulsi in massa dalla dinamica produttiva, gettati all’esterno del ciclo economico. I piani produttivi integrano questa costante automazione, con la necessità di profitto intaccata dall’eccessivo peso di personale da mantenere che non può più essere incluso nel ciclo di produzione e scambio.

In Europa è chiara la tendenza alla diminuzione relativa del proletariato produttivo in percentuale alla popolazione attiva, reso peraltro mobile e precario. Tuttavia la sua importanza e peso specifico restano intatti, perché la produzione è la base della società industriale. Inoltre in un sistema esteso e globale, gli operai della logistica e della grande distribuzione ricoprono oggi un ruolo chiave che prima non avevano, poiché la fabbrica è in realtà il mondo dove i grandi gruppi distribuiscono le varie unità produttive necessitanti interconnessione, il cui controllo centrale è ricondotto a un pugno di elementi/capitalisti che fanno funzionare la macchina con l’aiuto di specialisti altamente retribuiti – banchieri, finanzieri, managers – inglobando tramite acquisizioni e fusioni tutti i pezzi del sistema economico.

La domanda che si pongono le avanguardie del capitalismo è: che fare degli espulsi del sistema? Concretamente per l’industria odierna esiste troppa popolazione rispetto al lavoro che essa possa generare. Al tempo stesso industria e servizi richiedono un bacino di popolazione che consumi, ma che non lo fa nella misura attesa a causa dell’impoverimento programmato e necessario ad arricchire le imprese: l’applicazione forzata di controriforme del lavoro che mirano a precarizzare il lavoro e diminuire i salari è sintomatica di questa schizofrenia.

La contraddizione è insanabile all’interno del capitalismo. Produrre per chi? Una volta liquidato la fase di export per i nababbi arabi, o esaurito il traino delle nazioni in via di sviluppo, non resta che il suddetto Helicopter money, dare alla gente soldi sperando che spenda, dato che non si può più dare lavoro, né assicurare stipendi e condizioni stabili. Il vecchio sistema è in putrefazione, si arrampica sugli specchi con soluzioni narcotiche, ma arricchisce come mai prima i rappresentanti del nuovo ordine capitalista nascente, quindi persiste.

La domanda che si pongono le avanguardie del proletariato è: per quanto tempo ancora dovremo sostenere col nostro lavoro, sotto erogazione di un salario, una classe proprietaria detentrice del potere economico e politico che punta a rimpiazzare la stragrande maggioranza dei lavoratori con macchine? Questa tendenza se lasciata in mano al capitalismo produrrà disastri indicibili. I lavoratori devono diventare i nuovi amministratori di questo capitale sociale e del nuovo che avanza – dopo l’appropriazione dei mezzi produttivi e socializzazione degli stessi – per tutto il tempo necessario al lavoro di edificazione della società nuova, dove la redistribuzione sociale degli avanzamenti tecnologici sfoci in una diminuzione significativa del tempo di lavoro per tutti e nella distribuzione sociale dei profitti.

Oggi invece la collettività lavora e partecipa in maniera sempre più organizzata e integrata per i profitti di pochi, al servizio dei mercati e delle imprese. Da questa contraddizione scaturisce un conflitto e una crisi che percorre la società intera per come si è configurata fino ad oggi sulla base del vecchio modo di produzione capitalistico, ma è soprattutto un’opportunità verso il socialismo, che è un salto qualitativo e un passo in più verso la socializzazione integrale dei profitti e della produzione. Le lotte in corso stanno iniziando a scalfire la congiura del silenzio e della distrazione di massa sulle terribili fratture sociali e sui temi della proprietà che caratterizzano la società europea e possono e devono contribuire a rimettere all’ordine del giorno le parole chiave su questo fondamentale argomento.

Ma insistiamo, cercare di dare soluzioni senza al contempo porsi la questione della presa del potere da parte delle classi lavoratrici è velleitario, perché qualsiasi soluzione sarà adottata – anche la più progressista, nell’ambito di un regime capitalistico che genera forme di governo autoritario e terroristico proprio alle necessità del grande capitale – non potrà che essere un palliativo, o non potrà essere realmente attuata. Per dare uno sbocco politico a questo subbuglio occorre guardare alla situazione concreta. Nell’ambito delle catene strette intorno ai lavoratori dalla costruzione comunitaria, della moneta unica e della NATO, le posizioni dei partiti comunisti europei iniziano a convergere verso un’uscita coordinata dal sistema UE.

Come ben definito dalle tesi dell’ultimo congresso del Partito comunista spagnolo (PCE) – che raggiunge così la sempre piu folta schiera dei partiti comunisti come il Partito comunista portoghese (PCP), quello greco (KKE), il PCPE (Partito comunista dei popoli di Spagna), i comunisti tedeschi del DKP – per rilanciare l’internazionalismo, e constatato l’irriformabile assetto conservatore della costruzione europea, si propone l’alleanza strategica dei partiti comunisti e operai a partire da quelli del Sud Europa per le ricostruzione rivoluzionaria della sinistra e l’uscita dall’Euro al fine di costruire un’integrazione di tipo nuovo tra nazioni sovrane con la classe operaia al potere. (1)

Le lotte di questi mesi intorno a temi del Lavoro, del commercio globale, dei servizi pubblici e contro la NATO alimentano un clima favorevole alla diffusione di tali concezioni e punti di vista socialisti. Bisogna saper stare nelle lotte e tra le masse: se i partiti comunisti e operai saranno all’altezza, un buon lavoro potrebbe riflettersi in un aumento di coloro che si avvicinano ai ranghi dei partiti dei lavoratori, sia nei luoghi di lavoro, sia al livello territoriale e urbano, sia al livello elettorale, e nel contesto mediatico le parole d’ordine rivoluzionarie potrebbero trovare lo spazio perso. Le realtà comuniste e operaie sono presenti e ben visibili nelle lotte in corso nelle strade europee. Un coordinamento e centralizzazione non può che apportare un grande aiuto alla rinata lotta di classe.


(1) http://www.tribunodelpopolo.it/la-prima-fase-del-congresso-del-pce/

http://www.initiative-communiste.fr/articles/europe-capital/espagne-pce-sortir-de-leuro-de-lue/

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