Contro l’imperialismo: uscire dall’UE, sabotare la NATO

socialist-europeOgni Paese europeo è interrelato in maniera profonda con gli altri Stati membri dell’Unione. L’Europa non ancora completamente unita è come un gomitolo i cui fili passano da un Paese all’altro. Gli interessi si compenetrano: i capitali monopolistici dei Paesi core penetrano nei mercati dei Paesi più deboli, tenendone in pugno interi settori economici, col pieno consenso delle borghesie autoctone, che parallelamente hanno accesso a settori esteri e agganci con il Capitale monopolistico dominante, collocato per lo più nel Nord Europa.

Queste borghesie autoctone o nazionali sono intente nel frattempo a estorcere alle rispettive classi operaie, tramite le riforme dettate dall’austerità, le risorse necessarie a rimborsare prestiti concessi dalle banche (che gestiscono i loro patrimoni sfuggiti a ogni tassazione). I “piani di aiuto” delle istituzioni internazionali di strozzinaggio quali il FMI e la BCE servono a rimborsare gli istituti finanziari – in particolare tedeschi, francesi e olandesi – che hanno inondato i Paesi periferici di liquidità fino a farli scoppiare, al fine di valorizzare i Capitali dell’alta borghesia.

Tuttavia l‘Unione Europea si trova in mezzo al guado. In quanto forma sovrannazionale che assume in Europa il Capitale monopolistico (cioè quel movimento che impone la fusione tra Capitale industriale e bancario, e quindi la creazione del Capitale finanziario dominante)  per ora essa non soddisfa completamente i criteri di uno Stato attrezzato a supportare un così sviluppato processo di concentrazione e centralizzazione capitalistica. Altrimenti detto, l’UE come forma politica non sta al passo col contenuto economico soggiacente, non rispecchia quel modello compiuto di capitalismo monopolista di Stato quali sono gli Stati Uniti d’America. Il controllo delle economie nazionali è stato di fatto trasferito a Bruxelles, ma il sistema di governance sconta limiti di uniformità ed eccessiva partecipazione democratica, ovviamente considerata in rapporto a quella che il Capitale è disposto a concedere in un dato momento storico rispetto al suo grado di sviluppo.

Da qui la parola d’ordine dei settori politici più avanzati del capitalismo degli “Stati Uniti d’Europa”. Ma in attesa degli “Stati Uniti d’Europa”, le contraddizioni di tale situazione si approfondiscono: la crisi, la violenza neo-coloniale intorno al bacino mediterraneo, la violenza di classe, sono tutte manifestazioni di un contenitore – il capitalismo e i suoi rapporti di proprietà e produzione – che non riesce a contenere il suo contenuto – le forze produttive, la società in subbuglio. Da più parti vi sono spinte popolari e nazionali all’uscita dall’Unione o a un suo ridimensionamento al fine di salvaguardare quel che resta di vecchi assetti nazionali.

L’UE però non può per ora rassegnarsi alla perdita di parti di territorio, di Paesi semi-sovrani che costituiscono altrettanti serbatoi da prosciugare, da cui attingere ricchezza per le classi possidenti e i gestori dei capitali in transito. Ogni Paese europeo è in questo senso un’«un’agenzia dell’imperialismo », in quanto organico a questa rete di relazioni di interdipendenza monopolistica, elemento funzionale a comporre la Grande Europa monopolista in divenire. 

Per questo l’uscita dall’UE è un tabù per le classi dominanti, ma una necessità per i lavoratori.

Come si pongono i comunisti in relazione all’Unione Europea?

In un contesto del genere, per i comunisti si pone inevitabilmente la questione immediata e concreta della dimensione europea della lotta. Tuttavia, difficoltà pratiche e teoriche derivano dalla peculiare e storicamente inedita situazione di unità incompleta. Il contesto nazionale non basta oggettivamente, tra “il vecchio che muore e il nuovo che stenta a nascere”, a esaurire gli spazi di lotta. Se ogni presa di potere nazionale è per essenza stessa necessaria per imporre cambiamenti, tale presa del potere appare nelle attuali condizioni necessariamente incompleta.

Che fare? Sperare in un ulteriore avanzamento del processo di accentramento nazionale europeo, che centralizzi parallelamente la classe operaia europea, e magari agire in favore degli Stati Uniti d’Europa per accellerare il processo? Ci sembra troppo ingenuamente dialettico, e in fondo, al netto degli opportunismi, è la strategia fallimentare seguita dalla sinistra e da alcune forze comuniste che spinsero per l’entrata nell’Euro. Oppure provare a bloccare il processo? Questa seconda opzione è non solo preferibile, ma necessaria. 

Farlo, implica porsi nell’ottica di come spezzare la catena di relazioni che legano questo complesso imperialista chiamato UE, a partire dal materiale incompiuto presente oggi sul continente. Implica il dover agire al “vecchio” livello nazionale, ma al contempo, per ovviare a questo limite, collaborare fino ad unirsi con le altre forze comuniste presenti in tutti i Paesi, cioè in maniera perfettamente coordinata. Ciò è del tutto possibile, è il Capitalismo che aiuta in questo senso: decenni di integrazione hanno prodotto interconnessione, scambi, conoscenza reciproca, legami economici, facilità di comunicazione, socializzazione della produzione, un abbozzo di visione globale: sono questi strumenti per coordinare la lotta e prefigurano le basi per fondare una nuova integrazione qualitativamente diversa e superiore. 

Se l’uscita dal sistema UE è infatti compito immediato di ogni forza comunista di un determinato Paese, essa non può però fermarsi a metà strada, non può esaurirsi al livello di un singolo Paese. Siccome l’uscita dall’UE ha un potenziale oggettivo di “tagliare a pezzi” questa matassa formata da filiali imperialistiche descritta sopra, essa si collega inevitabilemente con aspetti più ampi che il semplice recupero di sovranità. Questi aspetti sono:

  • In primis, che un’uscita dall’UE scalza e sabota il progetto imperialista che la sottende, essa riveste dunque un carattere di lotta anti-imperialista: per questo il tema dell’uscita dalla UE è collegato a quello dell’uscita dalla NATO. 
  • Che questo carattere anti-imperialista non può sopravvivere senza un potere nuovo che sia vettore di costruzione di una possente alternativa anti-UE-NATO, cioè una nuova integrazione basata sul potere proletario socialista, che può coesistere con la vecchia e opporvisi sullo stesso continente. Un Paese lasciato da solo verrà schiacciato, a meno che non esca dall’UE sulla base di accordi inter-capitalistici.

Prendere il potere all’interno di uno Stato membro, darlo alle classi lavoratrici, insorgere oggettivamente contro l’UE, significa anche insorgere contro l’imperialismo, e per far sopravvivere questo progetto occorre unirsi alle altre nazioni in lotta, significa estendere l’internazionalismo tra Paesi europei rivoluzionari e costruire un’integrazione su nuove basi. L’internazionalismo proletario è una necessità vitale per il successo della rivoluzione socialista in Europa, che passa per l’abbandono della UE e la costruzione dell’alternativa. 

Questo aspetto va anticipato con l’organizzazione trans-nazionale dei movimenti comunisti e operai: solo chi sia in grado di fare massa critica unendosi può sperare di cambiare gli equilibri, strutturalmente sfavorevoli alle forze del Lavoro, e farli durare e consolidarli dopo la vittoria. Vediamo infatti oggi cosa succede a quei Paesi che non hanno saputo/potuto consolidare il potere dei lavoratori e unirsi saldamente – in America Latina in particolare, dall’Honduras, all’Argentina, al Brasile, al Venezuela: sono attaccati, isolati, sabotati e infine rovesciati con Colpi di Stato reazionari da parte dell’imperialismo e dalle sue quinte colonne borghesi e oligarchiche autoctone.

I comunisti europei iniziano a sviluppare in ogni Paese un movimento al contempo nazionale e internazionale per preparare una possibile uscita coordinata di più Paesi dalla gabbia UE-NATO. Tutto può cominciare in quei Paesi in cui le condizioni sono le più dure fra quelle imposte dall’imperialismo europeo, o altrimenti detto dove le contraddizioni del sistema si fanno più acute; una volta individuati, in questi Paesi possono nascere le spinte più avanzate per una rivoluzione nazionale, uno spazio liberato, roccaforte e matrice della creazione di un futuro polo di attrazione alternativo, di una nuova unione, che sia da appoggio per ogni una nuova defezione dal campo UE imperialista al nuovo campo socialista.

 

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