Sulla guerra imperialista

guerra imperialistaNon è raro, in questi tempi di guerra generalizzata, sentire in particolare da parte di coloro che hanno una spiccata sensibilità pacifista, frasi del tipo: “Con tutti i soldi spesi per le guerre si potrebbero costruire servizi pubblici di qualità ed eliminare la povertà, che scandalo!”. Tuttavia, nonostante i buoni propositi che animano tale affermazione, l’idealismo insito in essa non aiuta a comprendere appieno la vera natura delle guerre e – se non precisata e contestualizzata nel determinato contesto storico-sociale – tale lettura rischia di ostacolare un corretto posizionamento nei confronti dei conflitti internazionali in corso, poiché impedisce di coglierne le differenze e identificare quali siano quelli da combattere, e quelli da sostenere. 

Necessità economica della guerra imperialista

Nei Paesi capitalisti che hanno raggiunto uno stadio di maturità imperialista – ovvero in cui le imprese si sono sviluppate sino a raggiungere una stazza tale da spartirsi il mercato in maniera monopolistica, in cui si è operata la fusione tra capitale bancario e industriale, e quindi le istanze di controllo di questo Capitale finanziario dirigono la produzione e il governo, e dove in conseguenza lo Stato è al completo servizio dei mercati finanziari – le spese militari sono a tutti gli effetti insostituibili. Esse sono un investimento lucrativo effettuato dallo Stato per sostenere i profitti della borghesia che ha in mano le società di armamenti, energia, della sicurezza, le banche e i media.

In questo contesto, l’aumento incessante dei budget militari e della sicurezza assicura ai capitalisti un ritorno sull’investimento tanto più astronomico quando si pensi che tali investimenti non sono fatti dai capitalisti direttamente. È lo Stato a stanziare nel budget militare i miliardi che inondano i settori bellici e della sicurezza. È lo Stato indebitarsi per finanziare lo sforzo bellico, e questo sforzo economico ricade sui lavoratori sotto forma di debito pubblico nazionale. I soldi, prestati dai capitalisti nella loro veste di creditori, servono a finanziare progetti e attività i cui benefici ricadono interamente sulle imprese detenute dagli stessi capitalisti in veste di azionisti. È lo Stato a imporre infine l’austerità (mentre in passato una parte del surplus di guerra veniva utilizzato per costruire il welfare e tenere buone le classi popolari, come accadde nel dopoguerra in Inghilterra col governo “socialista” Attlee). È lo Stato ad aumentare le tasse sulle classi popolari, sui consumi e sul lavoro per rimborsare i creditori.

Tale conveniente meccanismo produce guerre a ripetizione, da ultimi i nuovi bombardamenti sulla Libia, in cui il protettorato italiano sarà trascinato dagli USA sotto la spinta dei settori più internazionalizzati del capitale locale. La reddività del capitale investito in progetti bellici di carattere imperialista – ossia coloniale e di sfruttamento – e i profitti attesi, giustificano dunque largamente le spese supportate nella preparazione delle stesse. Lo stesso non si può invece dire del miglioramento dei servizi pubblici, della lotta alla povertà etc, attività non redditizie, dal punto di vista del capitalista. E siccome è illusorio costringere il Capitale a essere “popolare”, ossia a provvedere all’arricchimento collettivo – attività che affosserebbe il meccanismo di accumulazione capitalista (come cercarono di fare i compromessi socialdemocratici nel dopoguerra) – i capitali liberi da ogni costrizione socialista lavorano dove producono più e meglio: sul terreno bellico.

La ragione di tali guerre non risiede peraltro in una particolare scelleratezza umana (per quanto individui più di altri sappiano interpretare al meglio le necessità guerrafondaie del Capitale finanziario), ma è squisitamente economica. E politica: nella guerra infatti, l’interesse di classe delle varie fazioni della borghesia – commerciale, industriale, finanziaria, avanzata e arretrata, media e alta – si ricompone in un’unità altrimenti impossibile; essa è anche l’ultima spiaggia del rilancio del ciclo di accumulazione, inceppato dalla crisi economica da cui il Capitale tenta di uscire traendo gli ultimi benefici dalle operazioni militari.

Le guerre imperialiste hanno quindi un carattere specifico che le differenzia dalle altre (guerre rivoluzionarie, di resistenza anti-imperialista, civili): sono operazioni di rapina volte a sostenere i profitti del Capitale dominante, tramite lo sfruttamento delle risorse di Paesi terzi, e possono degenerare dal colonialismo allo scontro inter-capitalistico per la spartizione del bottino. Sarebbe quindi strano se, in tali condizioni, i borghesi rinunciassero a preparare guerre e, contro il proprio interesse, si occupassere dei poveri e delle classi popolari, quando il militarismo apporta loro:

  • Un profitto a corto-medio termine, prima e durante le guerre, direttamente dalle casse delle loro società dell’apparato dell’industria bellica ed energetica e del rispettivo indotto.
  • Un profitto atteso a medio-lungo termine, dalle attività generate dalle rapine post-belliche: appalti sulla ricostruzione dei paesi distrutti, controllo e sfruttamento di risorse energetiche, dispiegamento permanente dell’apparato militare e della logistica d’occupazione, emigrazione di schiavi da sfruttare nei Paesi ricchi. 
  • Una rendita insita nel meccanismo dell’indebitamento, ossia dei prestiti concessi ai Paesi sottomessi e sotto ricatto, da ripagare con interessi, fino alla svendita delle risorse e le privatizzazioni.

Ruolo ideologico dello Stato

Tale carattere economico delle guerre imperialiste è però indicibile, poiché responsabile di milioni di vittime. Per questo, lo Stato è obbligato a smuovere l’apparato ideologico atto a convincere le masse della necessità della guerra,o perlomeno ad assicurarsene la passività acritica. Una popolazione riluttante ad accettare l’assassinio immotivato di popoli lontani deve essere ingannata profondamente e pazientemente sui veri obiettivi dello Stato e delle classi dominanti e sulla vera ragione della guerra, chiamata ormai “operazione di pace” per non scioccare il benpensante pubblico occidentale. 

Demonizzazione, disumanizzazione, criminalizzazione dei Paesi aggrediti (attraverso in particolare la demonizzazione dei loro leaders), menzogne, creazione di minacce alla sicurezza, sensazionalismo e ricatto emotivo, sono allora propagati dalla “libera stampa” e dalla retorica politicante, inoculati nella società quotidianamente, finché i fantasmi diventano realtà. Lavorare l’opinione pubblica attraverso la manipolazione, la propaganda, è prerogativa della funzione ideologica di uno Stato supportato dai gruppi mediatici privati che nell’epoca imperialista – dove la distinzione di classe tra pubblico/privato è soppressa – sono i pilastri del monopolio dell’informazione diretto dal grande capitale.

Una volta terrorizzata a dovere la popolazione, convinta di essere “sotto attacco, in guerra contro l’odio e il terrore”, insomma una volta creato il problema e definita la minaccia, l’imperialismo si pone come protettore e portatore di soluzioni: la guerra come legittima difesa, le invasioni e i bombardamenti nei luoghi in cui la narrazione ha localizzato il pericolo immaginario.

Chiunque osi opporsi – insistendo sulla necessità della pace e della cooperazione, spiegando come gli aggressori e creatori di caos siano in realtà i nostri governi, che agiscono su pretesto di minacce fabbricate ad arte, in base a realtà capovolte e confuse nel proposito deliberato di alimentare l’isteria, a pericoli introdotti dall’avventurismo e dalle relazioni coi dispotismi assolutistici (vedi i Paesi del Golfo) – viene tacciato di irresponsabilità, di esporre il Paese al pericolo. Di essere insomma un sabotatore della necessità dell’unione nazionale: la menzogna suprema grazie alla quale le classi dirigenti silenziano infinie le voci critiche, per far prevalere gli interessi borghesi.  Il tutto per oscurare l’essenziale: la crisi economica che da quasi dieci anni ormai getta nella miseria un numero sempre crescente di persone. 

Ed ecco come la necessità di controbilanciare la tendenza alla caduta del saggio di profitto tramite la penetrazione e la creazione di nuovi mercati – lavoro che necessita come prerequisito l’aggressione militare e la guerra di rapina – viene trasformata dall’apparato ideologico dello Stato imperialista in guerra di difesa della civilità dalle minacce esterne, inesistenti, fabbricate o introdotte dagli Stati stessi. 

L’ideologia borghese trascina le masse ad accettare la guerra imperialista come una fatalità, se non a rivendicarla con fervore, dopo averle indottrinate a odiare altri popoli, invece di odiare le classi sfruttatrici che approfittano della crisi, del caos e della violenza. Tutto ciò porta nello stato di guerra e di polizia permanente. Il razzismo, le diatribe feroci sulla religione, sull’identità, il culturalismo esasperato, sono solo il bagaglio ideologico del nazionalismo sciovinista, a sua volta sovrastruttura corrispondente alla fase economica in corso.

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