L’autoritarismo: la politica interna del Capitale finanziario

causas-nazismo-fascismo-semejanzas_1_1626609L’attenzione smodata che gli ambienti politici danno a presunti problemi di governabilità porta a investire immense energie e focalizzare enormi aspettative su riforme di Costituzione e leggi elettorali. Queste riforme convergono tutte verso un modello fortemente incentrato sulla stabilità e rapidità dell’esecutivo. Viste però le attuali condizioni ciò vuol dire: rendere il governo libero di applicare le contro riforme socioeconomiche anti-operaie e anti-popolari richieste dai mercati finanziari.

L’efficienza legislativa in questo contesto non c’entra nulla: 40 anni di regime parlamentare non hanno impedito infatti all’Italia di produrre un apparato legislativo formidabile (al livello quantitativo perlomeno), e governi che cadevano a ritmi trimestrali non hanno impedito l’applicazione di tali leggi, né l’industrializzazione del Paese, lo sviluppo del dopoguerra etc. In quella fase, gli equilibri e i rapporti di forza economici, e dunque sociali e politici, imponevano che si prendessero in conto le esigenze di ampi strati delle masse popolari, il Parlamento assolveva in parte a tale funzione.

Ma oggi che il capitale non è più disposto né obbligato a concedere nulla – in una fase di riconquista dei diritti sociali che aveva dovuto concedere ieri, del tutto speculare alla riconquista in corso sotto forma di guerra imperialistiche contro i Paesi usciti da rivoluzioni socialiste o nazionaliste anti-coloniali – il suo personale politico ha bisogno di mani libere, e governabilità.  Quando i parlamenti non elaborano leggi, se non in materie secondarie, di propria iniziativa, ma devono ratificarle sulla base di direttive esterne, di conseguenza il loro ruolo diventa sostanzialmente inutile, l’orpello di un ordine formale di cui il capitalismo sente ora di poter fare a meno.

Involuzione di governo

Tale approccio riflette per di più una tendenza storica in atto: quella dello smantellamento delle tutele sociali che prelude allo smantellamento di parte delle stesse conquiste formali e politiche proprie alla rivoluzione borghese, che sono periodicamente d’intralcio al dispiegamento di misure necessarie a tutelare i privilegi e gli interessi prevalenti dei gruppi sociali dominanti all’interno della classe capitalistica.

In quest’ottica possono essere periodicamente sacrificati nella fase imperialista alcuni capitali progressi storici raggiunti grazie ai successi rivoluzionari della classe borghese nello sbarazzarsi dell’involucro dei rapporti feudali. Principi come la sovranità nazionale, l’unità repubblicana, la rappresentanza parlamentare, sono presi di mira nel momento in cui i contrappesi progressisti svaniscono e non vi è nessun soggetto in grado di rivendicare e proteggere quanto di più progressivo è insito nelle stesse libertà borghesi, dato che i partiti liberali di destra e sinistra hanno capitolato nel loro ruolo storico di garanti di tale ordine.

Avvitata in una crisi economica di sistema che logora le classi operaie e i lavoratori, questa fase permette l’emergenza di correnti politiche legate ai settori più oscurantisti della società. I partiti borghesi aprono col loro servilismo ai capitalisti la via di governo ai partiti cugini reazionari che si fanno interpreti del malessere generato dalla predazione capitalistica nei confronti delle classi lavoratrici in un’ottica identitaria, religiosa, moralistica, razzista, regressiva. Il personale politico della borghesia crea tutte le condizioni per cui slogan fasulli raccolgano il malcontento indirizzando l’odio delle classi proletarie contro tutti, tranne contro i veri responsabili della catastrofica situazione in cui versano: la borghesia imperialista.

Così ideologicamente “protetto”, il capitale finanziario che evolve verso la fase matura dell’imperialismo, e sgretola ogni cosa sul suo passaggio, sembra in grado non solo di bloccare la marcia del progresso sociale, ma di mettere indietro le lancette della storia per far ripiombare Paesi a epoche pre borghesi. Per farlo sfrutta correnti pronte a prendere le redini della Stato, e secondo il modello già sperimentato dopo la crisi del ’29, per imporre la loro barbarie reazionaria ai popoli. A piccole dosi, basti guardare i regimi fascisti in Ucraina, o la barbarie islamista promossa dal neo Medio Evo reppresentato da Arabia Saudita e Qatar. 

Una tendenza dunque che si manifesta in maniera difforme, ma che esprime la stessa tendenza: l’autoritarismo di governo.

Per quanto riguarda i Paesi inclusi nell’UE, le cose vanno per così dire col pilota automatico, poiché il governo, completamente appiattito sulla dottrina liberista, diventa amministrazione, con le buone o con le cattive, di un’agenda sulla quale il consenso dei detentori del grande potere economico è pressoché unanime. Cioè si traduce in somministrazione forzata di impoverimento di massa, da contenere con la violenza poliziesca sempre crescente, la repressione crescente dei movimenti sociali, l’espansione degli apparati di controllo e detenzione, e con diversivi ideologici (razzismo, identitarismo e terrorismo in particolare).

La forma più estrema per ora riguarda l’imposizione del controllo esterno della Troika alle nazioni con problemi di bilancio – problemi rilevati secondo l’applicazione di criteri puramente contabili di redditività finanziaria propri ai mercati finanziari. Si tratta di un vero e proprio sequestro, di una prigione per debiti in cui pagano le classi popolari, i lavoratori, una parte della piccola borghesia commerciale e fa prosperare solamente l’alta borghesia locale e monopolista che svende il Paese ai creditori, cioè a se stessa in veste di possessore, esportatore di capitali.

Una pratica odiosa che esaspera i sentimenti popolari. Una soluzione pesantemente autoritaria all’interno dello spettro politico fornito dalla dittatura borghese, in cui la sofferenza per la popolazione è indicibile, una situazione in cui la democrazia di tipo parlamentare è completamente svuotata nella misura in cui qualsiasi partito eletto deve attenersi a leggi e direttive stabilite in altra sede, senza consultazione popolare, il cui unico scopo è recepire senza fiatare tali direttive e implementarle al meglio, reprimendo il dissenso.

Contenuto economico dell’autoritarismo

Questo svuotamento della ricchezza sociale è operato dai monopoli, i quali sono al centro di questo processo di prosciugamento capillare che concentra e centralizza  capitali e la loro gestione in poche mani, lasciando alla stragrande maggioranza le briciole. I monopoli economici si spartiscono territori di competenza, sfruttano sempre più intensamente il mercato interno per estrarre profitti dal lavoro precarizzato e devalorizzato, necessitando il supporto operativo degli Stati al loro esclusivo servizio. Essi sono il grande e irrisolto (e irrisolvibile nel contesto capitalista che li genera) problema del nostro tempo.

Se questi monopoli non controllassero tutti i settori economici, e soprattutto l’informazione e la cultura, i cittadini dovrebbero normalmente essere scandalizzati e rivoltati contro il comportamento predatore dei grandi gruppi e dei loro proprietari, al punto da far esplodere una collera furiosa contro di essi. Invece il malcontento dovuto al peggioramento delle condizioni di vita è canalizzato di volta in volta contro gli immigrati, l’Islam, veicolato secondo linee razziali e culturali, che favoriscono così la rinascita di nuove forze barbariche, presto pronte a prendere il potere, in nome dei monopoli, per i monopoli, contro la stessa democrazia che ha servito il capitalista fino al punto in cui non ha potuto più reggere lo sfaldamento e il caos introdotto nella società dalla crescita dei monopoli stessi.

Ma per arrivare a questo punto, che rappresenta la fine del ciclo politico imperialista oltre al quale c’è solo la guerra o la Rivoluzione – concretizzato nel momento di massima espansione dei grandi conglomerati industriali e dall’onnipotenza delle Borse di New York, Londra, Francoforte, Tokyo, Parigi che centralizzano la totalità delle operazioni finanziarie di rilievo – i mercati cercano di implementare nel quotidiano e imporre una torsione autoritaria alla società. Essa rende gradualmente accettabile agli occhi un’opinione pubblica stremata l’introduzione di misure estreme, la rivolta contro il dibattico e la mediazione, percepiti come perdite di tempo, la demonizzazione insomma di ogni sorta di processo deliberativo, consultativo, collettivo a tutti i livelli.

Rapinate, precarie, sfruttate, ossessionate e oberate da problemi materiali, sottratto allo Stato il controllo dei processi economici in mano al Capitale mondializzato e alle sue istanze tecnocratiche, le classi lavoratrici rischiano di trovare la risposta fasulla ai loro problemi, pronta sul mercato delle idee nell’autoritarismo degli “uomini del fare”, dei “governi forti”, dell’ordine da imporre senza discussione, della violenza diretta contro chi sta peggio, della religiosità riparatrice, dell’oscurantismo, della reazione.

Conclusioni

L’apparato dello Stato deve in questa fase essere spietato e manovrabile senza intralci, per contenere il disordine, presente e prevenire quello futuro. Deve garantirsi solidi appoggi esterni. Deve impedire l’espressione della volontà popolare, la quale non è presa in conto se va contro i piani e l’agenda dei mercati finanziari. Deve impedire la partecipazione effettiva e reale alla vita politica, deve incanalare il consenso con il controllo dell’informazione, e il monopolio dell’azione politica sempre più dipendente dal denaro. Il meccanismo stesso si perfeziona a tal punto da dare un’illusione di partecipazione democratica anche quando questa partecipazione è del tutto fittizia, mediatizzata, superficiale, minoritaria, ristretta alla cerchia oligarchica che ha interesse a spartirsi il potere politico (come negli USA).

Quanto più le classi dominanti enfatizzano questo loro personale processo di selezione all’interno delle amministrazioni e apparati statali come “democrazia”, tanto più la svuotano, esercitando il potere senza negoziazioni né mediazioni. Al contempo, ci raccontano le favole destinate a tenere incollato l’immaginario collettivo intorno al mito della “democrazia assediata” e delle paure ancestrali di scontri di civilizzazioni di cui noi saremmo vittime.

Trincerate dietro le cariche più importanti dello Stato, disponendo di infinite risorse finanziarie, le classi dominanti, le borghesie transnazionali eserciteranno finché potranno un potere che oligarchie e monopoli difenderanno con la forza, sotto qualunque forma.  Inevitabilemente il parlamentarismo evolve verso l’autoritarismo governativo di cui sperimentiamo in questo momento tutto il peso e la forza, porta aperta a qualsiasi regressione politica dispotica, terroristica e brutale.

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