Siria: o degli errori della sinistra radicale sull’imperialismo

milizia-maristaLarga parte della sinistra radicale tende a minimizzare i crimini USA, stigmatizzando ed equiparando l’ossessione “antiamericana” (che esiste in certi settori conservatori e della destra occidentale) alla lotta anti-imperialista, che è un’altra cosa, ed è propria alle forze marxiste-leniniste. Questo accade quando non si ha la minima idea scientifica di cosa sia l’imperialismo, del suo carattere economico, in quanto fase apicale, o suprema, dello sviluppo capitalista guidato dal capitale finanziario dominante, e lo si reduce alla semplice politica estera “soggettiva” degli Stati e/o potenze, qualsiasi ne siano le ragioni. Si cade così in una contraddizione: quella cioè di ragionare in termini geopolitici, ma di imputare a chiunque si schieri, nell’ambito dei conflitti in corso in particolare in Medio Oriente, da una parte o dall’altra della barricata, di fare della “geopolitica”, abbandonando così la lotta di classe per fare il tifo per l’una o l’altra grande potenza in un’ottica “banalmente” anti-imperialista.

Questa visione sottende due gravi errori: il primo che non vi sia un contenuto di lotte di classe nella lotta delle nazioni sfruttate contro l’imperialismo, e ciò deriva dal fatto che si considerano tutte le nazioni attualmenti esistenti al mondo come “diversamente imperialiste”; l’altro che l’unico compito del proletariato odierno sia combattere contro tutti i governi esistenti in quanto capitalisti, come ai tempi di Marx, dimenticando che tra i compiti del proletariato moderno vi è quello di difendere i Paesi e gli Stati nati sulla spinta delle rivoluzioni proletarie, nazionali e anti-colonialiste, rivoluzioni possibili grazie anche all’opera di Marx, Stati che ai suoi tempi non esistevano, così come non esisteva l’imperialismo!

In particolare oggi, le critiche della sinistra radicale – parlamentare e soprattutto extraparlamentare e autonoma – sono dirette con sprezzo e arroganza contro coloro che stanno dalla parte della Resistenza siriana contro l’aggressione islamista, cioè della Resistenza siriana contro l’imperialismo che ha promosso tale aggressione. Il fatto che il Fronte della Resistenza sia composto oltre che dal governo siriano – descritto da essi come uno “Stato di polizia” guidato dal “dittatore macellaio del suo popolo”, in questo non distanziandosi in nulla dalla propaganda demonizzatrice made in USA/NATO -, quando invece è animato anche dalle forze socialiste, progressiste e comuniste della nazione araba siriana, e dalle milizie comuniste libanesi, è per la sinistra radicale un fatto sconosciuto o minimizzato: in ogni caso liquideranno la questione dicendo che i comunisti sono dei “totalitari”.

Ma la vera accusa porta sul fatto che in questo fronte militino anche le milizie Hezbollah, l’Iran e la Russia. Ora, cercare di contestualizzare e storicizzare, considerare il fatto che Hezbollah è sì un partito di matrice religiosa ma pluralista e aperto e non settario e fondamentalista, sviluppatosi come Resistenza all’invasione del Libano da parte di Israele nel 1982 e che si batte per difendere l’indipendenza della Repubblica laica siriana, non per imporre lo sciismo o la repubblica islamica, così come fa l’Iran, e che la Russia sia certo un Paese capitalista, ma che interviene in Siria nel rispetto del diritto internazionale in quanto alleato storico di Damasco dai tempi dell’URSS, sembra chiedere troppo.

Iran e Russia sono diretti da governi conservatori, “fanaticamente” anti-americani e nazionalisti? Tanto basta perché la sinistra radicale rigetti in principio, in ogni aspetto, il loro apporto. E su questa base, superficialmente politicista e distante anni luce da ogni critica economica dei Paesi in questione, le politiche estere di tali Paesi vengono bollate come “imperialiste”, come se l’imperialismo fosse una disposizione d’animo di un capo di governo, un capriccio di un’élite al potere, e non la conseguenza di precise e oggettive condizioni economiche – apparizione e consolidazione dei monopoli, fusione tra capitale industriale e bancario, strapotere degli scambi finanziari sull’economia industrial/commerciale, direzione del governi da parte del Capitale finanziario organizzato in grandi gruppi (chi ha mai sentito parlare della Borsa di Theran o Mosca?), organizzazione internazionale dei capitalisti sulla spinta dei mercati per l’assoggettamento territoriale del globo terrestre su forma neo-coloniale – condizioni di base per poter parlare di imperialismo. In taluni Paesi a economia di mercato o capitalistica, queste condizioni non si realizzano, non si verificano, e l’impossibilità di trovare per ora validi esempi di guerre di invasione e di rapina da parte di Russia e Iran sta lì testimonarlo.

Ma secondo i criteri sovrastrutturali e culturalisti della sinistra radicale, in base a definizioni del tipo “governi conservatori, fanaticamente anti-americani e nazionalisti”, tutti i movimenti di liberazione apparsi finora sarebbero da buttare: la resistenza vietnamita da biasimare, in quanto antiamericana, nazionalista e sicuramente macchiatasi di crimini nel corso della terribile lotta, così lo fu il movimento indiano o indonesiano d’indipendenza, o la rivoluzione cinese e cubana.

Purtroppo per questi puristi della rivoluzione e dell’anti-capitalismo, la storia e la teoria delle rivoluzioni anticoloniali di successo, socialiste o meno, insegna che tali resistenze si basarono sul compromesso di classe tra i contadini e gli operai da una parte, e la borghesia patriottica e nazionalista, cioè “di destra” secondo canoni occidentali, dall’altra. Dimenticano o non sanno, che in Cina durante la seconda guerra mondiale i comunisti guidati da Mao si allearono coi nazionalisti di Chiang Khai-shek – acerrimi nemici fino a quel punto – contro l’imperialismo nipponico che voleva sottomettere il Paese, per resistere e liberarlo.

In alcuni movimenti anti-coloniali, le forze comuniste e operaie egemonizzarono il movimento di liberazione, per questo oltre ad essere dei movimenti d’indipendenza esse presero le caratteristiche di rivoluzioni socialiste dal forte carattere patriottico, in cui il proletariato si incaricava di assolvere anche i compiti storici della borghesia: industrializzazione, unione nazionale, diritti civili, sviluppo delle forze produttive e della proprietà borghese contro i rapporti feudali, etc. Altri furono egemonizzati dai movimenti nazionalisti e restano tuttora a metà del guado per quanto riguarda il posizionamento nei confronti dell’antico occupante: il caso indiano è emblematico di questa contraddizione.

La realtà dei rapporti di forza e della lotta di classe internazionale dimostra che il nazionalismo nei Paesi in via di sviluppo può avere un carattere progressista quando è improntato a sottrarre il Paese dallo sfruttamento del capitale monopolista straniero, nei centri imperialisti dominanti invece il nazionalismo è sempre regressivo. Al contrario, affermare astrattamente che “il nazionalismo è sempre un male in sé, perché il proletariato non ha nazione” è scorretto. Certo tale affermazione vale come principio guida e scopo ultimo della lotta di liberazione del proletariato mondiale, ma va incarnato e applicato alla realtà concreta dei rapporti di forza. Sia perché le forze socialiste si sono sempre prodigate a produrre una teoria e una pratica definita “patriottica”, cioè di espulsione delle tendenze scioviniste e razziste dalla loro definizione di nazione, un patriottismo che si basa sull’unità del popolo lavoratore e l’inclusione, sull’universalismo e non sull’etnicità, l’esclusione e lo sciovinismo.

Patria o Muerte! è il celebre slogan di Cuba rivoluzionaria, vorrà pur dir qualcosa, in particolare in una fase in cui l’imperialismo lotta contro le nazioni in via di sviluppo ma indipendenti, per appropriarsi delle loro risorse. Non considerare dialetticamente questo aspetto in pratica vuol dire saltare a pie’ pari tutta la teoria e la storia della liberazione anticoloniale, il rapporto tra Marxismo e questione nazionale sviluppato da Stalin, la pratica e la teoria che da Mao va a Ho Chi Min passando per Fidel Castro e il socialismo e nazionalismo arabo: insomma a tutti coloro che sono riusciti a infliggere un colpo, una sconfitta, agli imperialisti e ai loro sgherri capitalisti e feudali locali.

Di questo li si accusa? Di aver vinto? Di aver resistito alla contro-rivoluzione? Alle destabilizzazioni delle classi sconfitte e dei loro padrini internazionali? Di non averlo fatto usando metodi “pacifici e democratici”?

Se si persiste a sostenere la teoria dell’”imperialismo globale” o degli “opposti imperialismi alternativi”, vedendo imperialismo ovunque vi sia politica estera di alleanze tra Stati, e confondendo interventi militari di difesa con aggressioni di rapina, e autoritarismo ovunque vi sia uno Stato, poi è inevitabile cadere nell’equidistanza, e rinchiudersi così nel recinto rassicurante del minoritarismo militante e purista contro tutto e tutti. I professionisti dell’autonomia e del radicalismo vi diranno: in fondo gli Stati anticoloniali e anti-imperialisti non hanno riprodotto alcune pecche degli stati coloniali e capitalisti? Non si sono mostrati a volte autoritari, repressivi? Senza dubbio. Allora ciò basta a buttare a mare per intero la loro esperienza come un errore e un tradimento “dell’idea”, in nome di un anti autoritarismo di cui a suo tempo già Engels metteva in guardia i sostenitori anarchici dell’autonomia.

Ciò permette agli autonomi, antagonisti, anarchici e radicali di sinistra di rimanere stupefacentemente indifferenti – nonostante il loro sbandierato umanesimo – alle sorti dei popoli dei Paesi distrutti e attaccati dalla NATO, o magari a provare sollievo che “orribili dittature” siano cancellate dalle “guerre umanitarie”, pensando di approfittare del caos indotto, credendo che dalla loro distruzione possa nascere qualcosa di progressista, quando invece il progressismo può innestarsi solo sull’indipendenza e la sovranità di un Paese e del suo popolo, sulle forze nate all’interno di questo popolo che all’interno di esso sono radicate, e non su forze esterne impostegli con la forza e la sottomissione.

Nessun intervento armato USA ha mai portato progresso, basti guardare in Libia, Iraq, Yougoslavia, Sud Sudan, Afganistan, Yemen, ma solo morte, miseria, regressione tribale e medioevale, separatismo, nazionalismo estremo e settario, odio etnico, sottomissione e sfruttamento. L’aggressione imperialistica della Siria sta solo riproducendo lo stesso copione.

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