Ape: pagare le banche per andare in pensione

30045-oligarchiaAlla faccia della presunta lentezza del nostro processo legislativo, dopo esattamente un anno e mezzo da quando si liquidava col Jobs Act ciò che rimaneva di 60 anni di Codice del lavoro in Italia, il governo mette in cantiere, come ampiamente previsto, l’intervento demolitore di uno dei più importanti pilastri dello Stato sociale: le pensioni.

L’APE  (acronimo di “Anticipo PEnsionistico”) rappresenta una tappa fondamentale del piano di  smantellamento e privatizzazione dell’infrastruttura sociale del Paese sotto l’impulso delle necessità dei mercati finanziari. Nello specifico, con l’APE si dà al lavoratore la possibilità di andare in pensione a 63 anni, ovvero quattro anni prima della pensione di vecchiaia. Bene, si dirà: questo innalzamento dell’età pensionabile 67 anni voluto dalla Legge Fornero, varata dal governo Monti a fine 2011, era già di per sé inaccettabile.

Tuttavia la truffa in questo caso è flagrante. Per poter andare in pensione a un’età che fino a poco tempo fa rappresentava la soglia di legge, dunque di diritto (prima che non iniziassero ad abbattersi sulle classi popolari e i ceti medi del Paese le controriforme neo-liberali) d’ora in poi si dovrà pagare.

Concretamente il lavoratore – a cui è stato sostanzialmente sottratto il diritto di andare in pensione ad un’età decente – se vuole partire a 63 anni sarà obbligato ad accendere un mutuo, associato a una polizza assicurativa per coprire il rischio di decesso. Questo dispositivo consentirà al lavoratore di andare in pensione con un assegno dall’importo ridotto che verrebbe anticipato dalle banche. Gli importi si potranno restituire non appena si saranno raggiunti i requisiti maturati per il pensionamento con delle rate, con tanto di interessi di cui non è ancora chiaro il criterio di contabilizzazione.

Un meccanismo che coinvolge tutto il settore bancario e quello assicurativo, il quale diventa intermediaro nelle transazioni in un settore in cui fino ad ora era assente. Le somme anticipate al lavoratore o all’Inps saranno a carico degli istituti di credito, tramite un prestito anticipato dalle banche e pagato dall’Inps che il lavoratore dovrà restituire una volta guadagnata la pensione con una rata di durata ventennale.

Quello che era un diritto viene messo nelle mani delle banche e società assicurative. La filosofia alla base di un regalo così sfacciato al Capitale finanziario è quella della promozione dell’indebitamento permanente e collettivo – dai prestiti per pagarsi l’università al prestito per la pensione – solo modo per sostenere i profitti dei monopoli finanziari, che hanno in mano un tessuto produttivo da cui è sempre più difficile prendere profitto, dopo che è stato svuotato e prosciugato dagli stessi.

Grazie a questa legge gli istituti finanziari potranno contare su un nuovo bacino di milioni di pensionabili/clienti, tra i quali ve ne saranno molti costretti o rassegnati a presentarsi col cappello in mano di fronte ai banchieri per implorare quello che prima gli era garantito. Il capitale in questo periodo di crisi ha bisogno di sfruttare più intensamente i mercati interni, e visto che essi sono saturi, invade e si riappropria dei settori strappati al profitto dalle legislazioni sociali progressiste del ventesimo secolo. Attaccando i servizi pubblici, la scuola e la sanità, il lavoro e le pensioni, le oligarchie finanziarie rimettono le mani su quei panni dell’esistenza che i progressi sociali avevano almeno parzialmente sottratto alle esigenze di profitto di pochi capitalisti.

In queste condizioni, la giustizia sociale e l’uguaglianza sono solo concetti da talk-show, quando nel concreto delle disposizioni sociali tutto è costruito per alimentare i canali finanziari che drenano la ricchezza sociale verso il vertice dell’oligarchia finanziaria, strozzina, ladra, anti-nazionale e reazionaria. La modernità cui alludono i profeti del neo-liberismo e verso la quale i governi borghesi intendono traghettarci è l’indebitamento di massa, che conviene a chi i soldi li può prestare, ai ricchi.

I sindacati confederali italiani – esattamente come per il Jobs Act – si mostrano complici di questo scempio. Il tavolo dell’infamia è particolarmente pesante per la CGIL, il quale è ormai tenacemente impegnato a seguire la scia reazionaria del suo partito del riferimento, il PD. E il tradimento è pesante, soprattutto se confrontato al comportamento tenuto nel corso di questi mesi dalla CGT francese, organizzazione sindacale equivalente alla CGIL oltralpe, contro la legge sul lavoro varata dallo sciagurato governo socialista. 

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