Le libertà ai tempi del capitalismo imperialista

fakenewsPochi giorni fa, in vista della cerimonia d’insediamento del nuovo Presidente degli Stati Uniti, uno dei più importanti media imperialisti, Facebook, è stato incaricato di bloccare una televisione scomoda, Russia Today, in modo da evitare che coprisse l’evento sul social. L’emittente è stata bannata, questo il termine tecnico, ovvero impossibilitata ad aggiornare la propria pagina, con conseguente blocco del live streaming.

Questa decisione arriva al culmine di un’isterica campagna anti-russa intrapresa dai circoli reazionari americani ed estesasi su tutto il “mondo libero”, ossia l’asse imperialista USA /UE, da alcuni mesi a questa parte. Lanciata sulla scia delle difficoltà americane a spezzare la resistenza siriana ad Aleppo e delle relative difficoltà elettorali del clan Clinton – il più sensibile dei club politici ai desiderata del Capitale finanziario dominante -, l’effetto immediato di tale campagna si è ripercosso rapidamente sull’altro polo imperialista al di là dell’Atlantico. Quell’organo altrimenti inutile chiamato Parlamento Europeo ha proposto nel novembre 2016 una risoluzione – fondata sulla paranoia, intrisa di maccartismo e linguaggio da caccia alle streghe -, contro “le notizie false e la propaganda russa”, che manipolerebbero i risultati delle nostre elezioni facendo leva sulla credulità del popolaccio ignorante (!).

Inutile precisare che anche la periferia dell’impero si è rapidamente adeguata. In Italia, le massime cariche dello Stato hanno preso contatto con Facebook e hanno imbastito una campagna di caccia alle fakenews: ossia contro ogni punto di vista alternativo alla propaganda ufficiale. L’assunto dei governi è di un semplicismo disarmante: l’informazione veicolata dai nostri media di massa è “verità”, quella proposta da altre fonti, in particolare quelle provenienti dai nostri nemici sistemici, è “propaganda”. La sola idea che esistano opposte propagande costruite intorno a interessi differenti che si affrontano e si scontrano, al livello nazionale e internazionale, e che l’altrui propaganda spesso contenga elementi di verità di gran lunga superiori alla nostra è considerata sovversiva.

Un sito come L’antidiplomatico – portale web italiano che traduce e pubblica articoli di media esteri quali Telesur, CCTV, Russia Today, Fars, Cubadebate, media non sono allineati alla narrazione imperialista – è stato né più né meno accusato di essere al soldo del nemico. Insomma, chi non si conforma alla propaganda viene bollato come propagatore di menzogne; si accusa di cospirazionismo e complottismo chiunque cerchi di decostruire la propaganda capitalista, non meno intrisa di menzogne quando servono a giustificare gli interessi economici superiori, in particolare quelli sublimati dalle guerre imperialiste.

Ovviamente, un pretesto così strumentale e provvisorio quale “la minaccia di Putin”, e una definizione così vaga di “fakenews” è solo una porta aperta a ulteriori misure repressive e censorie, e all’arbitrarietà del controllo dell’informazione, già messa sotto pressione dalla salvifica (per le nostre classi dirigenti) minaccia terroristica. In sintesi, i valori “della libertà e democrazia” di cui i nostri governanti si vantano in giro per il mondo e di cui noi popolo dovremmo esser loro grati consistono, volgarmente, nel censurare un giornale o una TV quando il suo operato inizia a diventare un po’ troppo scomodo. 

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Cioè equivale a dire che la società capitalista autorizza un’informazione alternativa al conformismo dominante solo nella misura in cui essa risulti ininfluente (microblog, piccole pubblicazioni autoprodotte etc.). Ma nell’epoca dell’imperialismo, cioè dei monopoli economici (tra cui quelli mediatici che dominano l’informazione), che si estendono su Paesi e continenti, questa micro-produzione è del tutto irrilevante. Per poter essere influente l’informazione alternativa necessiterebbe di finanziamenti di cui materialmente oggi non dispone e di cui non potrà disporre realisticamente in un futuro a breve termine. La censura economica a monte propria del capitalismo e della democrazia liberale opera in maniera implacabile soprattutto in questa fase di sviluppo imperialista in cui il controllo è dei monopoli e nella centralizzazione finanziaria si realizza la massima oppressione di classe.

Così protetti dal loro scudo economico, le classi capitalistiche e il loro funzionariato politico dormono di regola sonni tranquilli: in democrazia borghese, nessun attore interno ha i mezzi per spezzare il loro monopolio mediatico/culturale. La produzione d’idee dominanti resta così saldamente in mano alle classi detentrici del potere economico che possono permettersi qualche liberalità: il pluralismo di facciata. Tuttavia, il quadro cambia quando entrano in gioco attori in grado di disporre dei mezzi per costruire piattaforme alternative di massa. 

Questi attori sono giocoforza gli Stati con cui l’imperialismo è in aperto conflitto politico; le loro TV e media possono rappresentare un pericolo se in grado di infiltrarsi nel circuito mediatico imperialista: e grazie ai social media ciò è diventato parzialmente possibile. Essi, in quanto di recente costituzione, per immaturità aprono una breccia nel sistema, breccia di cui forze ben strutturate possono approfittare. Constatato il pericolo, il potere politico torna perciò a vecchi metodi: demonizzazione delle fonti “nemiche” e dispiegamento di nuove normative di censura negli unici canali aperti alla loro influenza.

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Dal punto di vista borghese – espressione d’un pensiero immobile e astorico -, così come il capitalismo è il momento culminante dello sviluppo del genere umano, anche idee quali la libertà di stampa e i diritti umani (o meglio il significato che ad esse attribuisce la borghesia attraverso il suo apparato ideologico) sono spacciate per eterne. In bocca alle nostre classi dirigenti e agli intellettuali al loro soldo, tali principi diventano mistici, si trasformano in dogmi, in professioni di fede. Ma dichiarare l’immutabilità di un sistema assomiglia più a un predicato religioso che a un processo di analisi razionale dell’esistente, soprattutto se si guarda al processo continuo della materia, il suo mutare e riversarsi da un opposto all’altro, il suo evolversi. 

Ciò è palese in particolare per quanto riguarda l’analisi dei rapporti sociali, la cui base materiale è la produzione e lo scambio tra gli uomini: in quest’ottica non è concepibile alcun immobilismo; la storia degli uomini procede impetuosa e il motore sono i conflitti tra le classi sociali. Nell’epoca capitalistica, tali conflitti si strutturano intorno dall’antagonismo irriducibile tra Capitale e Lavoro: la lotta è tra una larga parte della società necessariamente sfruttata – i proletari, i lavoratori – e una minoranza, la borghesia, che trae profitto dalla proprietà dei mezzi di produzione, credito e scambio. Questa linea di frattura di base del corpo sociale genera collissioni tra placche tettoniche in contraddizione negli attuali rapporti di produzione; i conflitti politici e sociali producono in ultima istanza tutti i fattori “oggettivi” della struttura, su cui si basa da una parte lo studio scientifico dell’economia (prezzi, salari, valore, etc) e dall’altra i fattori ideali, e la loro applicazione pratica a tutti i campi della sovrastruttura.

Facile è constatare dunque, al di là delle fissazioni ideologiche dei capitalisti intorno all’immutabilità del loro sistema, il movimento reale delle cose: osservando un metodo di rigorosa prospettiva e profondità storica, salta subito agli occhi il carattere transitorio di ogni forma economica e sociale, e di conseguenza di ogni idea, concezione e pensiero corrispondente, i quali non riflettono altro che le condizioni materiali e mutano con l’evolvere di esse. Eppure questa constatazione, di per sé banale, è già una condanna per ogni idealismo: per questo l’apparato culturale del capitalismo tende a cancellare ogni analisi storica, contestuale, dialettica della realtà e a presentare come “naturale” lo stato di cose presenti e non, più correttamente, come una costruzione artificiale, proprio come artificiale e transitorio s’è dimostrato essere l’ordine feudale pre-borghese, spazzato via dalla rivoluzione industriale e dalla rivoluzione francese.

L’universalizzazione di idee e di rapporti sociali corrispondenti alla dominazione di una parte della società sull’altra è dunque indebita, è una truffa intellettuale e un’usurpazione: non dobbiamo essere tratti in inganno sulla loro effettiva o presunta immutabilità. Certe idee e certi sistemi sono presentati come eterni solamente perché per eterna si sottintende la dominazione delle classi borghesi; ma sono le lotte che rivelano la loro reale precarietà e mutevolezza.

In tal senso, il contenuto dato alle “libertà” – di stampa, di pensiero, etc –  è sempre definito nel contesto delle condizioni storiche e sociali. Implicitamente ciò è ammesso anche dai nostri governanti che ad ogni costo cercano di nascondere l’evidenza: la censura, i cambiamenti di linea, i dubbi e l’agitazione delle classi dirigenti sono lì a dimostrarlo. L’accresciuta recente censura, i nuovi dispositivi di controllo del dissenso (che oggi prendono la forma della lotta allo spauracchio russo e alle false notizie, domani chissà) sono una prima risposta ai cedimenti strutturali dell’ordine costituito, riflettono nient’altro che le limitazioni contingenti in cui storicamente le classi dominanti autorizzano ridefinendola la “libertà di pensiero e di espressione” secondo i risultati di questa dinamica di lotte che si svolgono sotto i nostri occhi in una forma, a dir vero, scomposta, disorganizzata e caotica, ma reale.

Lungi dall’essere incondizionata, la “libertà dei media” dipende quindi dalle concessioni che le classi subalterne sono in grado di strappare ai dominanti. Lungi dall’essere un’entità metafisica autosufficiente, essa deriva da questi rapporti di forza sociali, da come essi si siano cristallizzati provvisoriamente secondo un equilibrio instaurato dalle parti in campo.  Ne consegue, che la libertà “in generale” non esiste, essa è sempre l’organizzazione delle condizioni materiali di esercizio di determinati diritti in un momento storico per le più ampie masse.

In un momento in cui la crisi economica, il risorgere di un profondo malcontento di massa e spinte conflittuali estreme scuotono un’ordine di relativa calma consensuale post ’89; in cui le forze sociali sfinite tendono a sfilarsi dall’egemonia della narrazione dominante cercando contraddittoriamente scappatoie di pensiero, l’applicazione del controllo e della censura da parte delle classi che detengono il potere diventa giocoforza più rigida, più intollerante.

Ricordiamo che le più implacabili dittature capitaliste, in cui la censura raggiunse l’apice della violenza e pervasività, furono quelle fasciste che necessitarono di metodi terroristici per mettere a tacere le possenti spinte operaie che scuotevano le fondamenta della società borghese. Nate dal pericolo rappresentanto dai “rossi”, forti più che mai di appoggio popolare e del mito dell’URSS rivoluzionaria, non furono applicazioni immediate e astoriche di una ricetta predeterminata, si svilupparono bensì come reazione sociale alla forza rivendicativa delle istanze progressive del lavoro dell’epoca, strutturandosi intorno alle condizioni materiali su cui riposavano le democrazie in crisi. Questo processo portò in pochi anni al potere una creatura che era in gestazione nella società capitalistica.

Più la borghesia transnazionale è debole, più il suo potere si manifesta come autoritario, pur trattandosi in realtà di un autoritarismo vuoto, di una tigre di carta, di una fase di passaggio. Una situazione di pericolo avvertita periodicamente, in parallelo ai cicli economici decadenti, dalle borghesie dominanti.

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Oggi questo processo assume forme non dissimili dal passato, seppur siano identificabili alcune novità, non da ultima l’evoluzione tecnologica che ha messo a disposizione strumenti più capillari di diffusione e connessione sociale. La fine di un ciclo di dominazione sembra volgere al termine, corrispondente alla crisi sistemica; le contraddizioni del modo di produzione capitalista giunto alla sua fase imperialista in USA/UE sembrano inestricabili, portando con sé un’apertura al nuovo.

Non ci si può illudere tuttavia che in questo contesto i media monopolistici borghesi, intenti a fare del tutto per tenere insieme i cocci di un’ordine che cade a pezzi, si preoccupino di dare spazio a visioni alternative, tantomeno a un punto di vista comunista che anzi, più la crisi si approfondisce e si avvita su sé stessa, più risulta ridicolizzato e criminalizzato, in quanto unico contrappeso ideologico in grado di mettere in reale difficoltà il sistema, come dimostrato dalla storia.

Al movimento comunista, in piena ricostruzione in Italia, non resta allora altra via che creare i propri media, la propria stampa, i propri canali di comunicazione, a partire dalla propria organizzazione: indipendente e autonoma, e tendere all’unità. I mezzi sono scarsi: nessun capitalista verrà infatti in soccorso col suo portafogli alla ricostruzione di un’autentica forza comunista, nessun monopolio mediatico/culturale – i cui assetti proprietari sono impermeabili alla proprietà popolare e a proprietà estere conflittuali potenzialmente in grado di aprire spazi democratici all’interno del monopolio – pubblicherà e promuoverà le iniziative, le idee le analisi popolari e di classe.

Nessuna TV darà una rappresentazione seria e onesta al dibattito in seno al comunismo italiano, per quanto esso possa essere ricco di spunti, serio e prolifico (come effettivamente è). Nessuna organo di stampa sarà in grado di proporre un punto di vista proletario e operaio, promuovere un’agenda popolare dell’informazione: i problemi e i dibattiti discussi dai media sono i problemi e le preoccupazioni del mondo per come è visto dalle classi ricche attraverso la lente deformante della loro ideologia.

Gli unici mezzi a disposizione dei comunisti oggi sono l’organizzazione, l’autofinanziamento e le sottoscrizioni popolari, l’abnegazione militante, il lavoro di radicamento, l’abilità tattica. La censura economica preclude ogni possibilità di costruire media di massa che possano scalfire il monopolio mediatico imperialista in mano la nemico di classe a breve termine. Inutile illudersi inoltre che il cambiamento possa venire dall’alto, dall’offerta politica borghese, nella sua variante liberale o reazionaria in perenne tensione. Si deve lavorare sulle contraddizioni interne e sulla lotta esterna tra queste tendenze capitaliste e tra i media imperialisti e i loro concorrenti anti-imperialisti i quali (sfidandone la narrazione) sono visti come potenziali minacce.

Nel corso di questa lotta, stimolando la coscienza critica, cercando di “portare nello scontro sociale e nella dialettica politica una visione generale delle contraddizioni dello sviluppo capitalistico” (Mauro Alboresi) e centralizzando l’organizzazione dei lavoratori, emergerà inevitabilmente lo spazio della stampa proletaria e operaia in Italia, in grado di impostare un’agenda diversa da quella reazionaria imposta dai borghesi; un’agenda che parli dei problemi reali, e di come superarli, che cancelli dall’opinione pubblica l’idea che il mondo non possa più essere cambiato.

Le lotte di classe su scala nazionale, internazionale e mondiale, il movimento reale di esse, ridetermina l’equilibrio, opera sulla base economica e la modifica, e così facendo incide sulle sovrastutture, come la stampa, la cultura e i media. Tutto si aggiusta sotto l’effetto di queste forze di base: i contrasti sono destinati ad accrescersi, occorre starvi dentro con forza, accompagnare e guidare le masse in lotta alla vittoria.

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