2017: per una riscossa operaia in Italia

lavoroA due anni ormai dall’entrata in vigore del Jobs Act la situazione lavorativa non smette di degradarsi. E non è una questione che tocca i soli operai italiani. Mentre la legge ha banalizzato l’arbitrio padronale, facendo danni tra le classi popolari italiane, misure equivalenti sono state introdotte nel frattempo in Francia e in Belgio (la Loi Travail e la Loi Peters), al fine di imporre gli stessi standard al ribasso alle classi lavoratrici dei rispettivi Paesi.

In 2 anni, circa 50 milioni di lavoratori del continente sono stati così toccati da provvedimenti diretti a intaccare le più basilari condizioni di esistenza; una gigantesca escalation bellica operata dalle classi dominanti, caratterizzata da un’omogeneità che illustra come i legislatori intendano imporre un’agenda sfacciatamente anti-operaia col pretesto della crisi, e altresì indicativa del piano transnazionale su cui il Capitale europeo agisce.

Ricordiamo: la crisi, frutto delle contraddizioni esplose in seno all’economia reale che la bolla finanziaria non poteva più sostenere, si manifestò nel 2008 col collasso delle banche oberate da scartoffie senza valore. Essa nacque nel cuore dell’economia imperialista più avanzata, gli USA. L’interdipendenza finanziaria delle economie imperialiste fece sì che l’Europa fu travolta dall’onda. L’intervento miliardario degli Stati per ripianare i bilanci fragilizzati delle banche speculatrici deteminò l’indebitamento oltre misura degli stessi, che accompagnato dalla crescita atona causò l’esplosione del rapporto debito/PIL e il conseguente dissanguamento per ripagare gli interessi del debito. Gli interessi da ripagare a quei creditori, cioè i detentori di capitali sfuggiti alla tassazione progressiva e liberi da condizionamenti, responsabili e beneficiari in ultima istanza della crisi.

In questa infernale catena, come vediamo, non c’è spazio alcuno per trovare una responsabilità diretta o indiretta dei lavoratori e delle classi subalterne, ossia di coloro a cui si stanno facendo pagare le conseguenze di tale crisi. Ci hanno detto invece che la colpa è del popolo lavoratore, che ha vissuto sopra le proprie possibilità e che ora dobbiamo subire austerità e violenza padronale. Un approccio moralistico che in verità nasconde un fattore materiale banale quanto sostanziale e mistificato: le masse popolari devono pagare per tutelare i privilegi dell’illustre minoranza che ci ha messo in questa situazione.

Questa è la narrazione ideologica usata per permettere alle aziende, monopoli e gruppi finanziari in difficoltà di sostenere i profitti – cioè versare dividendi agli azionisti – in un momento in cui altre vie per riattivare il processo di accumulazione capitalistica stentano a farsi largo. Aspettando qualcosa o qualcuno, si spremono i mercati interni sfruttandoli più intensamente, e si cerca la guerra per aprire nuovi mercati esteri.

L’onda lunga delle direttive UE che travolge i diritti del lavoro e gli stipendi su scala continentale si abbatte senza pietà; contro di essa le classi operaie francesi e belghe hanno nel 2016 cercato di opporre fiera resistenza. Quella italiana deve prendere quest’anno il testimone, la solidarietà proletaria e l’internazionalismo lo impongono.

Quali sono le occasioni? Ebbene, dopo un Referendum costituzionale marcato dal NO di classe allo stravolgimento della Costituzione, il periodo di incertezze governative dovrebbe essere propizio all’agitazione operaia, alla ricostituzione di un fronte di classe e a un’agitazione incisiva contro governi impelagati in contraddizioni di fondo e un padronato predatore che esita tra il mantenimento dello status quo e il compromesso con la falsa alternativa reazionaria dei nazionalisti.

Inoltre, il rischio concreto del commissariamento dell’Italia, e l’imposizione di nuove misure di bilancio per allinearsi ai diktat UE, devono essere considerate come un attacco diretto alla classe lavoratrice italiana richiesto dall’UE e messo in pratica dalle classi dirigenti collaborazioniste italiane per favorire la grande borghesia autoctona e il grande Capitale europeo.

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Il Jobs Act non è tutto, ovviamente, il livello legale è sovrastruttura: non sono unicamente le leggi a fare i disoccupati. Esse registrano e traducono in atto rapporti di forza sfavorevoli al campo del lavoro e favorevoli alle forze borghesi. Esse permettono di agire su una situazione determinata da fattori oggettivi. Fattori da ricercarsi nell’economia reale ingolfata dall’eccesso di capacità produttiva rispetto alle capacità di assorbimento del mercato. In tale contesto, un’economia incentrata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione deve espellere lavoratori e contenere la massa salariale per generare margini di profitto adeguati alla riproduzione dei rapporti sociali vigenti, in favore dei detentori del potere economico.

Esaurito il ruolo dell’espansione finanziaria iniziato negli anni ’80 per sopperire alla riduzione dei salari reali e investimenti pubblici, dal 2008 si cerca di sopperire a queste capacità in eccesso con una tendenza alla concentrazione di settore ricorrendo altresì a un vorticoso processo di accentramento del controllo dei capitali. Ossia a uno smantellamento graduale di panni interi dell’economia ricondotti sotto il controllo di società finanziarie o colossi monopolistici sempre più potenti e sempre meno numerosi, collocati principalmente nei centri dominanti.

In Europa, questo processo centralizza il capitale nelle mani del capitalismo anglo-tedesco-francese, da cui dipendono i grandi capitalisti delle periferie del Sud. Ciò fa prosperare chi ha i mezzi per operare economie di scala e mobilitare masse enormi di capitale come i monopoli, mentre dissangua i piccoli padroni: entrambi, divisi dalla lotta per captare le opportunità economiche di profitto ma uniti nello spremere i lavoratori salariati. La crisi però non si ripercuote nei risultati finanziari, eclatanti e mai così prosperi, dei grandi gruppi e delle società finanziarie che li controllano e li finanziano. 

La contrazione della base industriale che ne consegue è però tragicamente reale: è la sciagura principale che si abbatte sul proletariato occupato nell’industria, nella logistica, e nella grande distribuzione in Italia. Si traduce in disoccupazione, cassa integrazione, mesi di salari arretrati, precarizzazione dei rapporti lavorativi e maggiore sfruttamento della manodopera ancora impiegata; riduzioni salariali, servizi pubblici, pensioni aggrediti e di bassa qualità, suicidi di precari, disoccupati e dei lavoratori sfruttati.

Il padronato corrisponde globalmente un reddito sempre più esiguo a fronte di un carico di lavoro uguale e/o superiore per chi resta occupato. Gli unici lavoratori vincenti, sono quelli dell’aristocrazia manageriale che dirige i gruppi monopolistici. La sofferenza dei distretti industriali – fiore all’occhiello del capitalismo italiano dal dopoguerra, quei poli produttivi diffusi nel Paese in una rete che contribuiva a fare dell’Italia la seconda potenza manifatturiera d’Europa dietro la Germania, – è principalmente la sofferenza degli operai che ne fanno la forza, e a cascata del tessuto sociale che subisce il contraccolpo della perdita di potere d’acquisto.

Dappertutto in ogni angolo industriale del Paese si registrano vertenze sindacali infinite e umilianti, ristrutturazioni, piani di licenziamento, minacce di delocalizzazioni. Centinaia di situazioni particolari che hanno in comune non certo un destino cinico e baro, un evento naturale catastrofico e imprevisto. Le responsabilità sono al contrario ben precise: sono scelte politiche dettate dalla necessità economica, quella dell’accumulazione e del profitto privato, dominante nella società capitalistica moderna, l’applicazione d’una variante particolarmente aggressiva del capitalismo chiamata neo-liberismo. 

Da questa situazione non si esce con aggiustamenti parziali, con elemosine di Stato (vari redditi di cittadinanza o universali che dir si voglia), ricette liberiste che portano sempre acqua la mulino di un padronato trincerato dietro le istituzioni europee e le amministrazioni colluse nazionali. Nemmeno vaghe riforme sociali peraltro esplicitamente vietate dall’apparato normativo UE, funzionale ai disegni e all’agenda dei centri imperialistici dominanti, al Capitale in attivo a guida anglo-tedesca cui si allienano i capitalisti dipendenti delle periferie europee.

Occorre un progetto rivoluzionario di rottura incentrato:

  • sull’annullamento del Jobs act e il ripristino delle precedenti tutele
  • sull’allargamento delle stesse per chi lavora nelle piccole aziende con meno di 15 operai
  • sull’applicazione del principio del “lavorare meno lavorare tutti” (proposto da P. Alleva, responsabile Lavoro del PCI) per ripartire il lavoro sociale necessario di momento in momento, e soprattutto, condizione preliminare a una vera e propria ripresa economica che benefici ai lavoratori (e non alle classi superiori come accade oggi)
  • sull’esproprio dei grandi mezzi di produzione, credito, scambio e comunicazione in mano alla borghesia imperialista
  • sul controllo e pianificazione collettiva di una nuova politica industriale ed economica in senso largo. Capace di attuare rilanci e riconversioni a seconda dei bisogni sociali, dell’interesse dei ceti popolari, delle necessità territoriali.
  • Sulla coordinazione delle lotte dei lavoratori europei, dei loro partiti, dei loro sindacati.

Ovviamente non si giunge a far conoscere e persuadere i lavoratori della bontà di tali proposte, e infine applicare un programma del genere in poco tempo. A brevissimo termine quel che è necessario e vitale è di attivare un grande movimento sindacale di scioperi che rimetta in moto una classe operaia smobilizzata, da quando i grandi sindacati confederali hanno accettato il compromesso governativo filo PD e riformista in generale. Occorre rilanciare il protagonismo della classe operaia come attore sociale, come già fanno le componenti più combattive benché minoritarie della CGIL, le quali chiamano e praticano l’agitazione in aperta opposizione alla strategia mortifera della direzione nazionale sotto la guida Camusso; allo stesso modo l’USB emerge oggi come una delle realtà più vitali, coscienti e in via di radicamento del movimento operaio, con una visione d’insieme che contribuisce a rigenerare un sindacalismo di base spesso troppo autoreferenziale.

In parallelo, il processo di ricostruzione politica dei partiti comunisti deve procedere verso un’unità d’intenti, un radicamento nei luoghi del lavoro, una strategia di lotta e una tattica elettorale. Un processo agli inizi, ma partito su buone basi, che porta in sé i semi di una possibile emancipazione futura. Ciò prefigura il principale prerequisito per ogni vero cambiamento, la presa del potere della classe lavoratrice attraverso le sue organizzazioni, dalla quale ogni orientamento economico di fondo dipende, per iniziare ad applicare le misure elencate sopra. Consapevoli che non è un’opera fattibile in pochi mesi, ma un’opzione che richiede anni.

Non esistono scorciatoie infatti. Solo un lavoro costante e diffuso, paziente e ordinato, può portare a compimento questa lotta verso uno sbocco di governo popolare in grado di attuare le radicali trasformazioni in grado di rilanciare un processo rivoluzionario sul continente che apra la strada alla concellazione progressiva dei rapporti capitalistici nei centri imperialisti dominanti. Rapporti che sono la causa ultima e la radice di tutti i problemi che affliggono le nostre società.

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