Ucraina: l’incidente di Kerch e la crisi di Poroshenko

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Lo scorso 25 novembre tre imbarcazioni della marina militare ucraina, due cannoniere e un rimorchiatore, tentavano di aggirare il controllo della guardia costiera russa per entrare nel golfo del mare d’Azov, lambendo le coste della Crimea all’altezza della città di Kerch. La guardia costiera russa ha prontamente intercettato le imbarcazioni, sequestrandole e sottoponendo a fermo gli equipaggi: ventitré fra personale militare e agenti dei servizi segreti ucraini (SBU) (1). Questo è l’inizio della vicenda che sta tenendo in fermento le diplomazie mondiali e che viene interpretata in segno diametralmente opposto se la si guarda da Occidente o da Oriente.

Gli ucraini la vedono come un’aggressione diretta da parte della Russia che avrebbe sconsideratamente cercato lo scontro a fuoco, mentre i russi accusano gli ucraini di essere entrati in acque territoriali russe senza autorizzazione per mettere in scena una chiara provocazione; queste alcune delle cortesie scambiate dai rispettivi ambasciatori alle Nazioni Unite. La vicenda potrebbe essere derubricata come una delle solite schermaglie fra i due paesi, ma d’altro canto tutto questo potrebbe velare qualcosa di ulteriore, se si prova un attimo a scrutare oltre la superficie. Del resto, l’incidente in sé ruota attorno ad un’annosa e irrisolta questione – e che probabilmente non lo sarà per lungo tempo – ossia la sovranità sulla Crimea: gli ucraini, navigando nelle acque della loro ex-penisola, ritengono di averne pieno diritto di farlo, i russi, dal canto loro, forti del referendum popolare che ha sancito l’annessione della Crimea alla Russia nel marzo 2014, pretendono di fare rispettare la loro sovranità territoriale.

Districarsi da questa impasse è compito assai arduo, ci porterebbe indietro al golpe di Maidan con tutto il suo nefasto corollario di avvenimenti che hanno depresso gravemente una regione che dal 1991 ha visto una regressione demografica, economica e sociale, continua e costante, ma non è il caso di indugiarvi oltre; basti solamente ricordare un elemento di rilievo per la questione, ossia che nel 2003 Russia e Ucraina si impegnarono in un trattato che rendeva le acque del mar d’Azov condivise alle due nazioni. Dal golpe del Maidan del 2014 e dall’annessione della Crimea, nonostante le tensioni crescenti, il trattato non è stato ricusato sebbene la Russia con maggiore attenzione controlli l’accesso allo specchio di mare in questione. Ciò non di meno questo non è il primo incidente di questo tipo, anzi, proprio lo scorso aprile un peschereccio russo, dunque non un vascello militare, è stato catturato dalla marina di Kiev per essere entrato nelle acque territoriali ucraine d’Azov e il suo equipaggio di dieci uomini arrestato e sottoposto ad interrogatori e fermi piuttosto vessatori, essi sono stati rilasciati ad ottobre ma il capitano del peschereccio risulta ancora prigioniero (2).

Per andare oltre la superficie, dicevamo, dell’incidente di Kerch – grottescamente ribattezzato “battaglia navale” da alcuni telegiornali dalla schiena dritta e da testate giornalistiche dall’indipendenza conclamata (3) – è bene sondare brevemente quali sono state le reazioni internazionali, ad ora, sull’accaduto. L’Unione Europea ha lasciato a Lady Pesc, Mogherini, e al presidente del consiglio europeo, Tusk, l’onere di affermare il pieno appoggio alle istanze ucraine e la condanna alla Russia per le sue azioni, e, soprattutto ribadendo la loro visione sulla questione della sovranità della Crimea; di tenore analogo, ma con sfumature diverse, le posizioni dei singoli paesi. Gli Stati Uniti e la NATO, naturalmente, condannano Mosca senza indugio. La Russia contrattacca accusando direttamente Poroshenko di tentare manovre spericolate per ragioni di propaganda interna.

Stando così le cose sembra necessario rompere il solito tedioso rimpallo di accuse per provare a comprendere qualcosa. Ci viene in aiuto Tim Stanley, analista del think-tank Control Risk, che in una intervista alla CNBC, un organo non sospettabile di simpatie filorusse, chiarisce che le azioni ucraine – cioè l’intento di voler forzare il controllo russo – possano aver avuto l’obbiettivo, sul piano esterno, di evitare che alcuni paesi europei forzassero la mano per una distensione delle sanzioni alla Russia, soprattutto in vista del G20 di Buenos Aires del 30 novembre dove Putin e Trump si troveranno faccia a faccia e dovranno giocoforza tornare sugli accadimenti di Kerch (4). Alzare la pressione internazionale sulla Russia, dunque, è questa una valida interpretazione delle azioni ucraine, tra le altre cose non sarebbe la prima volta che il regime di Kiev lancia il sasso e nasconde la mano nel tentativo di tenere alta l’attenzione dei suoi padrini occidentali nei confronti della Russia.

Dall’altro lato la dura reazione di Mosca ha avuto senz’altro l’obbiettivo di lanciare un messaggio chiaro: la Crimea è nostra e nessun gesto provocatorio da parte chicchessia verrà tollerato; d’altronde il sequestro del peschereccio russo doveva ottenere una contromisura adeguata e al primo sgarro la risposta del Cremlino è stata perentoria. L’incidente di Kerch, tuttavia, non ha avuto solamente, come era chiaro aspettarsi, risvolti sul piano esterno, ma soprattutto molti, quelli più importanti, sul piano interno. Il presidente Poroshenko – espressione della borghesia ucraina centro-occidentale e legata a doppio-filo con la svolta anti-russa che Washington ha deciso di imprimere al paese con il golpe di Maidan – non gode di buona popolarità fra i suoi cittadini. La sua epopea quinquennale, infatti, è stata costellata di svendite dei principali industrie statali (nel solo 2018 sono state privatizzate ben ventitré imprese, dieci nel campo dell’energia, due nel settore minerario, quattro dell’industria meccanica, tre di quella chimica, due farmaceutiche e una del settore agricolo) (5) aumenti delle principali tariffe, soprattutto quella del gas, calo del potere d’acquisto, e una riforma delle pensioni che non ha soddisfatto nessuno, né gli otto milioni di pensionati su dodici che vivono con meno di 50$ al mese, né gli strozzini del Fondo Monetario Internazionale che, a fronte dei prestiti post-Maidan, hanno richiesto, come consuetudine, riforme lacrime e sangue, in primis dai pensionati ucraini che scarseggiano ormai sia delle prime che del secondo (6).

In ultimo, il pezzo forte, il nuovo regime all’atto della sua nascita, ha regalato agli ucraini una guerra civile che ha provocato decine di migliaia di vittime e un paese spaccato. Poroshenko, in fortissima crisi di popolarità avrebbe tentato, con le elezioni di marzo 2019 alle porte, un colpo di teatro per alimentare la retorica dell’aggressione esterna che, insieme con le massicce iniezioni di liquidità arrivate da oltreoceano, e i prestiti a strozzo del FMI, hanno tenuto in piedi un paese che altrimenti sarebbe già andato in bancarotta. Con l’incidente di Kerch, il Presidente non poteva farsi mancare la ciliegina sulla torta: l’introduzione della legge marziale. Inizialmente pensata per 60 giorni, dopo lo scontro con gli altri partiti e i timori suscitati anche in sede internazionale – l’ipotesi che la legge marziale potesse inficiare lo svolgimento delle elezioni in marzo era tutt’altro che scolastica – si è ridotta a 30 giorni e “limitatamente” alle regioni di confine con la Russia e la Transnistria.

Inoltre la prospettiva della legge marziale, misura alquanto scenografia e di nulla utilità, se non quella di gettare nella fornace della propaganda nazionalista altro carburante sufficiente fino alle elezioni, avrebbe incontrato uno scarso sostegno popolare. Un sondaggio di un noto canale d’informazione ucraino, vicino agli ambienti del sindaco di Leopoli, avrebbe mostrato come il 70% degli utenti fosse contrario a tale misura (7). Poroshenko, per quanto lo riguarda, deve far fronte ad una situazione politica che lo vede sprofondare nei sondaggi (l’80,5% dei cittadini non approva il lavoro svolto dal Presidente), secondo gli ultimi accreditati sarebbe il partito del Presidente sarebbe la terza forza col 7,1%, contro i circa 24% del 2014, dietro a personaggi nuovissimi come la principessa del gas Yulia Timoshenko prima con oltre il 15% e Yuri Boyko, un altro personaggio già vicepresidente e ministro dell’energia sotto Yanukovic? legato alla borghesia del gas (8).

Aspettando le strategie di Washington per il prossimo futuro dell’Ucraina, Poroshenko prova ad accreditarsi nei confronti dei padrini d’oltreoceano, come unica alternativa credibile a sé stesso.


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