Il liberismo: dottrina fondamentale del capitalismo

liberismo.jpgCiclicamente l’agenda liberista si riprone con più o meno vigore nel discorso pubblico delle società moderne. Presente sempre sottotraccia anche nei momenti di minore fortuna della storia del capitalismo, essa è oggi senza dubbio divenuta tendenza prevalente all’interno dello spettro politico-economico borghese, in concorrenza col protezionismo pronato dagli strati piccolo-borghesi legati al capitale industrial-nazionale contro le tendenze più cosmopolite del capitale acquisite, appunto, al liberismo. Predominante, esso ha comunque definitivamente rimpiazzato l’egemonia socialdemocratica che per lungo tempo ha costituito l’alleanza politica dell’epoca imperialista.  Continua a leggere

L’anti-imperialismo necessario e le lotte di classe

amin 3Proponiamo di seguito un passaggio del libro La loi de la valeur mondialisée (Le temps de cerise – édition Delga, Paris, 2013) del grande economista marxista franco-egiziano Samir Amin – che vive a Dakar dove dirige il “Forum del Terzo Mondo” – sulle lotte di classe ai tempi dell’imperialismo. L’autore sviluppa nello studio un’analisi del modo di produzione capitalistico e della legge del valore di Marx estesa su scala mondiale (cosa che lo stesso Marx, per ragioni inerenti allo stadio di sviluppo del capitalismo mercantilista ed eurocentrico della sua epoca, fu impossibilitato a fare); delle relazioni di sfruttamento che tale espansione genera tra centri e periferie; e della natura delle lotte e dei conflitti che oppongono classi, Stati e nazioni nel quadro della polarizzazione estrema tra centri sfruttatori ad alta operatività finanziaria e monopolistica, e periferie sfruttate, che si sviluppano su traiettorie spesso ancora precapitalistiche, a capitalismo non maturo, o parzialmente socialista. Continua a leggere

Sulla guerra imperialista

guerra imperialistaNon è raro, in questi tempi di guerra generalizzata, sentire in particolare da parte di coloro che hanno una spiccata sensibilità pacifista, frasi del tipo: “Con tutti i soldi spesi per le guerre si potrebbero costruire servizi pubblici di qualità ed eliminare la povertà, che scandalo!”. Tuttavia, nonostante i buoni propositi che animano tale affermazione, l’idealismo insito in essa non aiuta a comprendere appieno la vera natura delle guerre e – se non precisata e contestualizzata nel determinato contesto storico-sociale – tale lettura rischia di ostacolare un corretto posizionamento nei confronti dei conflitti internazionali in corso, poiché impedisce di coglierne le differenze e identificare quali siano quelli da combattere, e quelli da sostenere. 

Necessità economica della guerra imperialista

Nei Paesi capitalisti che hanno raggiunto uno stadio di maturità imperialista – ovvero in cui le imprese si sono sviluppate sino a raggiungere una stazza tale da spartirsi il mercato in maniera monopolistica, in cui si è operata la fusione tra capitale bancario e industriale, e quindi le istanze di controllo di questo Capitale finanziario dirigono la produzione e il governo, e dove in conseguenza lo Stato è al completo servizio dei mercati finanziari – le spese militari sono a tutti gli effetti insostituibili. Esse sono un investimento lucrativo effettuato dallo Stato per sostenere i profitti della borghesia che ha in mano le società di armamenti, energia, della sicurezza, le banche e i media.
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L’Unione Europea e l’Internazionalismo proletario

europa socialista 1L’appartenenza all’Unione Europea è vissuta in maniera ambivalente. Da una parte siamo abituati a considerare i nostri Stati in una dimensione nazionale e in quest’ottica valutare tutti gli aspetti sociali: lo Stato-nazione è la dimensione in cui le democrazie liberali e i regimi fascisti europei si sono sviluppati sino ad oggi. Dall’altra però ci accorgiamo che in Europa il livello nazionale e sovranazionale tendono ormai a confondersi. La sfera sovranazionale tende a diventare la nuova sfera nazionale, nella misura in cui le decisioni sono prese – che lo si voglia o meno – al livello europeo.

Questa sovrapposizione è dovuta principalmente alla coesistenza di due differenti tipi di proprietà e produzione sociale: la vecchia produzione – caratterizzata della concorrenza imprenditoriale interna tra aziende nazionali ed esterna tra sistemi industriali nazionali europei – e il nuovo stadio finanziario, tendenzialmente monopolistico e accentratore, in costruzione sul continente, intrapreso con l’unificazione monetaria e accellerato dalla grande crisi del 2008, di cui l’UE è la sovrastruttura politica corrispondente. Continua a leggere

Il TTIP in arrivo: un buon accordo per il Capitale

ttip-eu-komission-infografiken_englisch_722px_5_0Nel silenzio generale, e in avanzato stato di segretezza, procedono i negoziati del Partenariato Transatlantico su Commercio e Investimenti (TTIP), l’accordo che l’Unione Europea sta negoziando con gli Stati Uniti dal luglio 2013, quando Barack Obama e l’allora presidente della Commissione José Manuel Barroso, dopo più di dieci anni di preparazione, avviarono ufficialmente i negoziati, oggi portati avanti dal commissario UE per il commercio Cecila Mallström.

Nelle nobili intenzioni dei passacarte della borghesia che siedono a Bruxelles e Washington la fase negoziale doveva chiudersi a fine 2015: l’unica buona notizia è che sono un po’ in ritardo. Obiettivo: la creazione di una zona di libero scambio che includa i due continenti più sviluppati, in cui risiede il 45% del PIL mondiale. Continua a leggere

L’Europa regina dei dividendi

dividendiQuando si parla di crisi sarebbe sempre opportuno porsi la domanda: Crisi per chi?

Per noi, la risposta non è difficile: la crisi è innanzi tutto per la classe operaia, per i lavoratori, vi è inoltre grande sofferenza tra gli artigiani e i piccoli-medi imprenditori. Per i grandi capitalisti, l’alta borghesia degli affari e l’aristocrazia finanziaria invece i tempi non sono mai stati così floridi.

Un’ulteriore conferma viene da un rapporto HGI (1) in cui si analizzano le performance del pagamento dei dividendi, ovvero della remunerazione dei capitalisti. Secondo lo studio pubblicato lunedì 18 si conferma che: Continua a leggere

Quando l’Oxfam e Piketty scoprono la disuguaglianza

imagesL’Oxfam pubblica un rapporto sulle disuguaglianze mondiali in cui stabilisce che 62 miliardari detengono la ricchezza equivalente a quella posseduta da più di tre miliardi di persone, ed è subito confusione.

L’ambiguità e l’ipocrisia alla base dell’impostazione del documento lascia basiti, basti citare rapidamente qualche passaggio. Leggiamo all’inizio del rapporto:

“Uno dei fattori chiave che favorisce quest’enorme concentrazione di ricchezza e reddito è il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro”

Vediamo qui sintetizzate le conclusioni delineate dall’economista francese Thomas Piketty nel suo “Capitale nel XXI secolo”, ma siamo lontani dalla realtà, poiché si invertono cause ed effetti: queste ricchezze da dove provengono? Il fattore chiave è la concentrazione della produzione in poche mani e la centralizzazione dei capitali propria alla fase monopolistica del Capitalismo, caratterizzata dallo sviluppo finanziario fuori norma. “Il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro” è un semplice effetto di questa proprietá privata, da cui deriva l’accumulazione, sicuramente indecente, ma necessaria, di ricchezze smisurate nelle mani di pochi individui appartenenti alla stessa classe sociale. Continua a leggere

L’Europa dei capitali uniti

bank for banking unionIl 30 settembre 2015 la Commissione europea ha adottato un piano d’azione di 20 misure chiave per realizzare un autentico mercato unico dei capitali in Europa entro il 2019. I geni della Commissione europea hanno infatti identificato i problemi economici che avvinghiano l’Europa capitalista nella scarsa performance dei mercati finanziari. Hanno quindi deciso di mettersi al lavoro per riparare a questo difetto.

Intendiamoci, hanno ragione. Da un punto di vista della competizione intercapitalistica, e dello sviluppo ineguale delle varie aree che compongono il capitalismo avanzato, l’UE si pone di certo come area più arretrata al livello finanziario. Essa è tuttavia in profonda mutazione, a seguito della grande crisi, verso uno stadio puramente monopolistico: un momento caratterizzato dal gigantismo dei grandi gruppi multinazionali, dalla finanziarizzazione dell’economia, teso all’esportazione dei capitali, espansionista. Continua a leggere

L’insostenibile Unione Europea Capitalista

Carta UE dei 28 nel 2014Dai tempi della prima Rivoluzione industriale fino ad oggi, la storia dei Paesi capitalisti è fatta di periodi di accumulazione, seguiti da crisi economiche, colonizzazioni e poi guerre per risolvere le contraddizioni e le crisi.

La Grande Recessione del 2008 è l’ennesima crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Essa è caratterizzata in particolare da una vastissima proliferazione dei debiti, pubblici e privati, dovuta alla finanziarizzazione dell’economia, resa possibile dalle politiche economiche intraprese a partire dagli anni ’80 nelle due nazioni faro del capitalismo : USA e Gran Bretagna. Continua a leggere

Comunismo ed ecologia

imagesRiguardo la questione del cambiamento climatico, o per meglio dire della gestione dell’ambiente e delle risorse del pianeta, una cosa è chiara: i lavoratori e i paesi poveri saranno come sempre chiamati a pagare i danni di un inquinamento fuori controllo. I bisogni elementari sono minacciati: acqua, approvvisionamenti alimentari, un ambiente sano e vivibile, soprattuto nelle città dove la segregazione di classe è più accentuata. Insieme alle disuguaglianze sociali senza precedenti, l’attuale società è un incubo per i lavoratori e nulla lascia presagire un miglioramento. Continua a leggere