Il liberismo: dottrina fondamentale del capitalismo

liberismo.jpgCiclicamente l’agenda liberista si riprone con più o meno vigore nel discorso pubblico delle società moderne. Presente sempre sottotraccia anche nei momenti di minore fortuna della storia del capitalismo, essa è oggi senza dubbio divenuta tendenza prevalente all’interno dello spettro politico-economico borghese, in concorrenza col protezionismo pronato dagli strati piccolo-borghesi legati al capitale industrial-nazionale contro le tendenze più cosmopolite del capitale acquisite, appunto, al liberismo. Predominante, esso ha comunque definitivamente rimpiazzato l’egemonia socialdemocratica che per lungo tempo ha costituito l’alleanza politica dell’epoca imperialista.  Continua a leggere

Annunci

2017: per una riscossa operaia in Italia

lavoroA due anni ormai dall’entrata in vigore del Jobs Act la situazione lavorativa non smette di degradarsi. E non è una questione che tocca i soli operai italiani. Mentre la legge ha banalizzato l’arbitrio padronale, facendo danni tra le classi popolari italiane, misure equivalenti sono state introdotte nel frattempo in Francia e in Belgio (la Loi Travail e la Loi Peters), al fine di imporre gli stessi standard al ribasso alle classi lavoratrici dei rispettivi Paesi.

In 2 anni, circa 50 milioni di lavoratori del continente sono stati così toccati da provvedimenti diretti a intaccare le più basilari condizioni di esistenza; una gigantesca escalation bellica operata dalle classi dominanti, caratterizzata da un’omogeneità che illustra come i legislatori intendano imporre un’agenda sfacciatamente anti-operaia col pretesto della crisi, e altresì indicativa del piano transnazionale su cui il Capitale europeo agisce. Continua a leggere

Ape: pagare le banche per andare in pensione

30045-oligarchiaAlla faccia della presunta lentezza del nostro processo legislativo, dopo esattamente un anno e mezzo da quando si liquidava col Jobs Act ciò che rimaneva di 60 anni di Codice del lavoro in Italia, il governo mette in cantiere, come ampiamente previsto, l’intervento demolitore di uno dei più importanti pilastri dello Stato sociale: le pensioni.

L’APE  (acronimo di “Anticipo PEnsionistico”) rappresenta una tappa fondamentale del piano di  smantellamento e privatizzazione dell’infrastruttura sociale del Paese sotto l’impulso delle necessità dei mercati finanziari. Nello specifico, con l’APE si dà al lavoratore la possibilità di andare in pensione a 63 anni, ovvero quattro anni prima della pensione di vecchiaia. Bene, si dirà: questo innalzamento dell’età pensionabile 67 anni voluto dalla Legge Fornero, varata dal governo Monti a fine 2011, era già di per sé inaccettabile. Continua a leggere

L’autoritarismo: la politica interna del Capitale finanziario

causas-nazismo-fascismo-semejanzas_1_1626609L’attenzione smodata che gli ambienti politici danno a presunti problemi di governabilità porta a investire immense energie e focalizzare enormi aspettative su riforme di Costituzione e leggi elettorali. Queste riforme convergono tutte verso un modello fortemente incentrato sulla stabilità e rapidità dell’esecutivo. Viste però le attuali condizioni ciò vuol dire: rendere il governo libero di applicare le contro riforme socioeconomiche anti-operaie e anti-popolari richieste dai mercati finanziari.

L’efficienza legislativa in questo contesto non c’entra nulla: 40 anni di regime parlamentare non hanno impedito infatti all’Italia di produrre un apparato legislativo formidabile (al livello quantitativo perlomeno), e governi che cadevano a ritmi trimestrali non hanno impedito l’applicazione di tali leggi, né l’industrializzazione del Paese, lo sviluppo del dopoguerra etc. In quella fase, gli equilibri e i rapporti di forza economici, e dunque sociali e politici, imponevano che si prendessero in conto le esigenze di ampi strati delle masse popolari, il Parlamento assolveva in parte a tale funzione.
Continua a leggere

Quando l’Oxfam e Piketty scoprono la disuguaglianza

imagesL’Oxfam pubblica un rapporto sulle disuguaglianze mondiali in cui stabilisce che 62 miliardari detengono la ricchezza equivalente a quella posseduta da più di tre miliardi di persone, ed è subito confusione.

L’ambiguità e l’ipocrisia alla base dell’impostazione del documento lascia basiti, basti citare rapidamente qualche passaggio. Leggiamo all’inizio del rapporto:

“Uno dei fattori chiave che favorisce quest’enorme concentrazione di ricchezza e reddito è il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro”

Vediamo qui sintetizzate le conclusioni delineate dall’economista francese Thomas Piketty nel suo “Capitale nel XXI secolo”, ma siamo lontani dalla realtà, poiché si invertono cause ed effetti: queste ricchezze da dove provengono? Il fattore chiave è la concentrazione della produzione in poche mani e la centralizzazione dei capitali propria alla fase monopolistica del Capitalismo, caratterizzata dallo sviluppo finanziario fuori norma. “Il crescente divario tra la remunerazione del capitale e i redditi da lavoro” è un semplice effetto di questa proprietá privata, da cui deriva l’accumulazione, sicuramente indecente, ma necessaria, di ricchezze smisurate nelle mani di pochi individui appartenenti alla stessa classe sociale. Continua a leggere