La strategia della tensione in Turchia

l43-erdogan-merkel-151114201958_mediumDifficile dire chi metta le bombe oggi in Turchia, ma è facile vedere come questa incertezza rafforzi il regime fascista di Erdogan e della sua cricca dell’AKP. I precedenti attentati furono attribuiti all’ISIS, come la strage di Suruc o quella alla marcia per la pace di Ankara promossa dalle sinistre; l’attentato contro i militari ad Ankara del mese scorso al TAK – una frangia distaccatasi dal PKK perché ritenuto troppo moderato; oggi pare che si vada al sodo, e la responsabilità sia stata addossata direttamente al PKK.

Già associare il Partito dei lavoratori curdi a questo tipo di azioni, senza prove e sulla base di dichiarazioni delle forze di polizia, è un’operazione più che riuscita di criminalizzazione di un’organizzazione per altro attivamente impegnata nella lotta contro lo Stato islamico e le forze reazionarie in Medio Oriente; quindi oggettivamente ostacolo al lavoro di appoggio fornito dalla Turchia agli islamisti ribelli in Siria. Continua a leggere

Contro la NATO

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Tecnicamente, la NATO oggi non ha ragione di esistere. Per questo è obbligata a inventarsi un nemico al giorno, in modo da giustificare le mire egemoniche dei suoi finanziatori. L’ultima dichiarazione del Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg, social-democratico norvegese, secondo le quali la Russia sta destabilizzando l’ordine della sicurezza europea (1) va in questa direzione, applica cioè la linea precostituita dell’identificazione di un nemico a qualunque costo.

Cosa succede in realtà su questo “fronte orientale”, se non che il governo filo NATO di Kiev aggredisce da due anni le regioni del Donbass, in seguito a un Colpo di Stato che nel 2014 mise al potere l’estrema destra, e si serve di battaglioni nazisti – integrati al Ministero dell’Interno e finanziati dai magnati ucraini – per far regnare il nuovo ordine? Continua a leggere

Cina Popolare/Unione Europea: l’insostenibile paragone

cinaPer valutare concretamente gli effetti devastanti del Capitalismo in Europa, in questa fase di austerità e l’oppressione anti-operaia che media e politici cercano di occultare come un assassino nasconde il cadavere, basta fare il paragone tra la depressione salariale che affligge il continente e l’espansione salariale che caratterizza la Cina socialista.

Una piccola premessa: certo, fare un paragone del genere sembra triviale, soprattutto per le nostre classi dominanti e il nostro ceto intellettuale intriso di superiorità; troppo elevato per mettersi in competizione coi paesi “in via di sviluppo”, che ancora si dibattono in volgari questioni materiali mentre noi saremmo già nella sfera raffinatissima dei diritti civili e della vertigine culturale dell’astratto.

Eppure uno sguardo attento ai dati ci rivela una realtà che fa fatica ad emergere nell’opinione pubblica: una buona parte dei lavoratori cinesi guadagna ormai in media all’incirca quanto gli operai europei di Grecia, Portogallo, Spagna e Sud Italia, e più di quelli dell’Est Europa “liberato” ormai 25 anni fa dal comunismo. Continua a leggere

Le mani sul mondo: l’imperialismo dopo la grande recessione

the_fruit_of_the_imperialism_by_latuff2.jpgL’imperialismo di oggi è un sistema frammentato, che vede negli USA il perno, e nella Francia, Gran Bretagna, Israele e Germania gli attori semi-automoni seppur secondari di un eterogena coalizione occidentale. Essi convergono però verso gli stessi obiettivi: mantenere con ogni mezzo la supremazia occidentale a scapito sia delle regioni del mondo in via di sviluppo – tramite l’impiego della forza militare – sia delle regioni periferiche (ex ricche) all’interno del mondo ricco, come l’Europa del sud, usando l’arma economica dell’austerità.

Questo multi-imperialismo è l’imperialismo nell’epoca della frammentazione degli interessi, la somma di diversi imperialismi regionali, interconnessi e al contempo in competizione per ragioni economiche, supervisionati dall’imperialismo egemone USA. Alla sua forma disparata corrisponde una strategia decentralizzata, soprattutto perché non vi è più un fronte anti-imperialista unito intorno all’URSS, che rispondeva esso stesso al blocco imperialista concentrato nelle mani USA (in un momento in cui i vecchi imperi coloniali « classici » declinavano). Continua a leggere

Con le spalle al Muro

imagesA 25 anni dalla restaurazione del capitalismo, simbolizzata dalla caduta del Muro di Berlino, i paesi dell’Europa dell’Est si ritrovano impantanati in una grave spirale di deindustrializzazione, disoccupazione, crisi economica, crollo demografico, emigrazione di massa, guerre civili, crollo dell’aspettativa di vita. Tutti segnali chiari, almeno per chi vuol vederli, del terribile declino cui sono state condannate queste società.

Solo un pugno di ricchi sta approfittando della situazione: in effetti, dal loro punto di vista, la vita è bella. Per tutti gli altri invece il crollo delle condizioni di vita è stato così drammatico che ogni sorta di xenophobia, razzismo, violenza, nazionalismo sta proliferando sul terreno del malessere sociale imperante. Continua a leggere

Il fascismo rinasce in Portogallo

Aníbal_Cavaco_Silva_Senate_of_Poland_01Una importante novità politica ha preso corpo in questi giorni in Europa. In Portogallo, il Presidente Anibal Cavaco Silva si è rifiutato di affidare l’incarico di governo ai socialisti, alla sinistra radicale e ai comunisti – maggioritari in Parlamento e nel Paese – che avevano raggiunto un accordo per formare l’esecutivo.

Decisione grave, poiché le forze di sinistra sono uscite vincitrici dalle elezioni legislative del 4 ottobre: i Socialisti col 32,3 %, il Bloco de Esquerda col 10,2% e la CDU (Comunisti e verdi) col 8,2%. Al contrario, la coalizione conservatrice guidata dal socialdemocratico Pedro Passos Coelho si fermava al 36%, un tracollo rispetto alle precedenti elezioni, segno della stanchezza del popolo portoghese per l’austerità inflitta dai diktat della Troika. Continua a leggere

La guerra civile in Ucraina: dalle rivolte di piazza al Colpo di Stato

nopasaranIl 28 novembre 2013, al summit del Partenariato orientale dell’Unione europea di Vilnius, l’Ucraina decise di congelare i negoziati di associazione alla UE, rifiutandosi di firmare l’accordo che prevedeva prestiti per le banche ucraine e relazioni commerciali privilegiate coi paesi UE. Con questo accordo l’Europa mirava ad allargare le maglie del mercato unico, attraverso la creazione di una Zona di Libero Scambio e l’abbattimento progressivo delle barriere doganali, previa conformità dei prodotti ucraini agli standard UE.

Esso prevedeva inoltre, come corollario, l’accettazione di un prestito di 15,4 miliardi di dollari da parte del FMI condizionato a licenziamenti nel settore pubblico, moderazione salariale, aumento dei prezzi del gas, privatizzazioni in tutti i settori chiave dell’economia. Insomma il classico programma di austerità che noi conosciamo bene. Continua a leggere

Fascisti su Kiev

nazistiL’8 aprile 2015 sarà una data da ricordare per il futuro dell’Europa.

Il giorno in cui Rada ucraina ha votato il divieto della propaganda e dei simboli comunisti, e quindi di fatto la messa al bando del Partito Comunista Ucraino, per via della legge che equipara il comunismo al nazismo. Questo atto è il risultato del processo legislativo iniziato dopo il colpo di stato del febbraio 2014, e delle violenze antioperaie che seguirono in tutto il paese, sotto lo sguardo compiaciuto dell’Europa dei diritti dell’uomo. Continua a leggere